Calcio

Vincent Cavin: «Non tutti i giocatori apprezzano un tecnico con eccessiva visibilità»

L'oramai ex assistente della Nazionale svizzera si concede in una lunga intervista: dal nuovo incarico nello staff tecnico degli Stati Uniti alla differente gestione dello spogliatoio di Vladimir Petkovic e Murat Yakin: «Non tutto, negli ultimi mesi, è stato gestito nel modo ideale»
Granit Xhaka e Ricardo Rodriguez durante un allenamento; sullo sfondo Murat Yakin e Vincent Cavin. © Keystone/Laurent Gillieron
Massimo Solari
07.02.2024 06:00

Parla di «sogno americano». E, però, anche di una ripartenza. Un rimettersi in discussione. Vincent Cavin ha accettato la proposta degli Stati Uniti: sarà uno degli assistenti di Gregg Berhalter. L’ultima, ampia parentesi della sua vita calcistica, il 48.enne vodese l’ha invece vissuta con la Nazionale svizzera. E di cose, soprattutto negli ultimi, controversi mesi, ne sono accadute parecchie. Ne abbiamo discusso a quattrocchi.

Allora: quando parte Vincent Cavin per gli Stati Uniti?
«In realtà vi sono già stato a inizio gennaio. Complice l’avvio della preparazione per la stagione della MLS, si è soliti riunire i giocatori più promettenti che militano nelle diverse franchigie. E questi camp in Florida e Texas si sono rivelati molto interessanti, per conoscere il resto dello staff e immergermi in un contesto dalla mentalità e dalle dinamiche molto differenti rispetto a quelle conosciute sin qui. Più in generale, comunque, il nuovo incarico mi vedrà per il 25% al seguito della squadra - secondo le tradizionali finestre FIFA -, il 25% a Chicago - sede della Federazione - e il restante 50% in Svizzera».

In seno alla Nazionale svizzera è stato analista video, coordinatore sportivo e infine assistente allenatore. E ora?
«La verità è che sono sempre stato assistente. Banalmente in Svizzera si fa un po’ più fatica a etichettare in questo modo l’analista video o altre funzioni, che di fatto assistono a loro volta il ct. Negli Stati Uniti farò parte di uno staff tecnico più grande, con tre vice. Gli altri due - americani - mi hanno impressionato per la cura del dettaglio. Anch’io sono un analitico, razionale, ma sono stato scelto proprio per portare una visione un po’ diversa. Europea, oltre che segnata dalla profonda esperienza nei grandi tornei».

In questo senso lascia una selezione calcisticamente forse più profilata, ma raggiunge una realtà dai mezzi maggiori. Con quali prospettive, anche sul piano personale?
«Il ranking FIFA, a dirla tutta, suggerisce che gli Stati Uniti si situano al di sopra della Svizzera. Al netto di questo, poi, ritengo che il potenziale della selezione americana - in questa fase - sia persino maggiore. Volenti o nolenti, in casa rossocrociata si sta per chiudere un ciclo. Un ciclo che non sappiamo quando - e a che livello - riuscirà a riaprirsi. Gli USA, al contrario, possono contare su un gruppo di giovani di grande talento e un numero sempre più elevato di elementi che militano nei grandi campionati. Difficile affermare con certezza dove porterà tutto ciò. Ma s’intravede un percorso intrigante».

Un percorso che dovrebbe, o meglio potrebbe compiersi nel 2026, con i Mondiali casalinghi.
«Esatto. La spinta verso la prossima Coppa del Mondo è e sarà vieppiù enorme. Ed è bello poter lavorare in un Paese che - senza essere favorito - può permettersi di sognare la vittoria finale. Come per la Svizzera, in questi appuntamenti almeno una chance di successo esiste. Prima del 2026, tra l’altro, sono in programma la Coppa America (quest’anno) e la Gold Cup (2025), entrambe negli States».

Il mio nuovo incarico? È bello poter lavorare per gli Stati Uniti, un Paese che sogna - e ha almeno una chance - di vincere i Mondiali di casa del 2026

Qual è stato il punto d’incontro fra le parti? E quando?
«L’allenatore, Gregg Berhalter. Lo conobbi nel 2018, a margine dei Mondiali russi. All’epoca - dopo aver assunto le redini della selezione statunitense - si era interessato al gioco della Svizzera. Ma anche ad altre caratteristiche ritenute comuni: per esempio il fatto di aver un bacino limitato di giocatori di buon livello, molti dei quali figli di immigrati e in possesso di doppio passaporto. Organizzammo un incontro nel Locarnese, insieme a Vladimir Petkovic, ai tempi ct rossocrociato. Da allora siamo sempre rimasti in contatto, ci siamo incrociati più volte, e la scorsa estate mi ha chiesto se fossi interessato ad affiancarlo».

Nella sua testa, per altro, stava già iniziando a germogliare l’idea di un cambiamento. Vero?
«Proprio così. Anche se non da subito, dal momento che ci stavamo giocando le qualificazioni a Euro 2024 e - in ogni caso - mi ero ripromesso di lasciare solo dopo il torneo in Germania. In quei mesi, però, erano scattate anche le trattative con il Losanna, per la posizione di direttore sportivo. E quando inizi a ragionare su un futuro diverso, beh, significa che probabilmente è arrivato il momento di svoltare. Per me era importante staccare il biglietto per la prossima rassegna continentale. Dopodiché tutto è andato molto veloce: io mi sono convinto e al contempo nello staff di Berhalter si è liberato un posto. Sono felice di aver accettato. Ma altresì consapevole che si tratta di un bel salto nel buio».

Il rapporto di lavoro con l’ASF si è chiuso dopo oltre un decennio di collaborazione. Con quali sentimenti ha lasciato?
«Con la consapevolezza di aver vissuto un’epoca privilegiata. Insieme alla Nazionale maggiore ho preso parte a tre Mondiali, due Europei - con qualificazione a un terzo - e una Final Four di Nations League. Vero, alla Svizzera si chiedono sempre risultati migliori. Ma abbiamo pur sempre disputato con continuità gli ottavi e finanche i quarti di finale di questi grandi tornei. E pure provato enormi emozioni, come contro la Francia a Euro 2020. Insomma, sono stati dieci anni incredibili, iniziati in punta di piedi e finiti quale punto di riferimento. A chi verrà dopo di me, dunque, auguro di tagliare traguardi altrettanto importanti».

Vincent Cavin è stato l'assistente di Murat Yakin dall'agosto del 2021 alla fine del 2023. © Keystone/Laurent Gillieron
Vincent Cavin è stato l'assistente di Murat Yakin dall'agosto del 2021 alla fine del 2023. © Keystone/Laurent Gillieron

Inutile girarci attorno: la sua partenza è però maturata in un contesto fragile, con il commissario tecnico Murat Yakin finito sotto pressione per la gestione della squadra. Fare un passo indietro, detto altrimenti, sarebbe stato comunque inevitabile?
«La situazione non era facile. Avendo vissuto dall’interno - e a lungo - la realtà della selezione maggiore, è evidente che determinati aspetti non siano stati gestiti nel modo ideale. Personalmente, ritengo sia stato importante restare al fianco di Murat, una volta resosi necessario il passaggio di consegne con Petkovic. Con Vlado, in sette anni, era stato costruito qualcosa d’importante. Su su fino all’impresa a Euro 2020. Ecco: Yakin si è ritrovato catapultato in panchina in un contesto particolare e con la squadra per certi versi a disagio per l’addio del precedente selezionatore. Di qui, suggerivo, la necessità di affiancare Muri. E credo che in questa prima fase - culminata con l’accesso diretto a Qatar 2022 - ci siamo completati bene».

Nel 2023, invece, si è rotto qualcosa?
«Oltre alle mie riflessioni circa un futuro diverso, è parso chiaro a entrambi come fosse necessaria - nella posizione di assistente - una figura differente. E parlo di qualcuno in grado di condividere al 100% la visione del ct. Un ex giocatore? Quello che ho letto in queste settimane mi ha fatto sorridere. Anche perché i nomi spuntati sui media sono frutto di operazioni tutto fuorché disinteressante. La realtà è che serve un profilo competente. Senza però farsi illusioni: nel calcio, infatti, la persona più importante è l’allenatore. E se ci sono dei problemi con i giocatori non è e non sarà il suo assistente a poterli sistemare. Ripeto: che alcune scelte abbiano prodotto degli effetti indesiderati è indubbio. Mi sembra che Yakin l’abbia compreso e si sia detto disposto a rimettersi in discussione. Farlo con il sottoscritto, anche per una questione di caratteri differenti, non aveva più senso. L’ho aiutato fin dove ho potuto».

Come è stato lavorare al fianco di Yakin? E negli ultimi mesi, con la Svizzera in difficoltà e le voci di un possibile avvicendamento in panchina, pure lei ha visto un allenatore impermeabile alle critiche?
«Murat è molto umano. Sensibile, anche, oltre che attento alle relazioni. Una persona a cui piace essere apprezzata. Nonostante la grande resistenza allo stress e la tendenza a indossare una maschera, a mio avviso ha quindi sofferto per gli attacchi subiti durante l’autunno. Non solo: probabilmente ha smarrito pure un pizzico di lucidità. La situazione, d’altronde, era pesante. Per tutti i membri dello staff».

Dal mio punto di vista, è preferibile avere i giocatori dalla propria parte, non i giornalisti. E la partenza super, con l’esaltante qualificazione ai Mondiali, ha portato Yakin a un’esposizione eccessiva

Si è discusso molto dei rapporti tra il ct e i senatori rossocrociati. Lei ha vissuto in prima linea anche la gestione di Vladimir Petkovic. Quali differenze ha ravvisato nei legami tra spogliatoio e tecnico?
«Si tratta di un equilibrio complesso. Dal mio punto di vista, è preferibile avere i giocatori dalla propria parte, non i giornalisti. Vlado - in merito - trattava tutti i media allo stesso modo. Senza favoritismi. E già questo diede fastidio, poiché si era forse abituati diversamente. Mantenendo un profilo basso verso l’esterno, Petkovic ha però rafforzato la sua posizione e credibilità all’interno. I protagonisti, nel calcio, sono i giocatori. E non per forza tutti apprezzano un tecnico che gode di eccessiva visibilità. Per vari motivi. Me ne sono reso conto con l’esperienza e il tema è stato discusso anche all’interno dell’ASF. La partenza super, con l’esaltante qualificazione ai Mondiali, ha portato Yakin a un’esposizione eccessiva. Il che non è per forza un bene, poiché se vieni posto in alto, la caduta rischia di essere più pesante. Anche agli occhi dei giocatori. Per questa ragione parlavo di equilibrio complesso».

Altro tema controverso: l’ottavo di finale ai Mondiali in Qatar - con il pesantissimo 6-1 subito dal Portogallo - ha incrinato gli equilibri e la reciproca fiducia che si erano venuti a creare durante la positiva campagna di qualificazione?
«Questa, a mio avviso, è stata più una chiave d’interpretazione all’esterno. Una partita, da sola, non può far cambiare tutto. O distruggere improvvisamente delle relazioni. Il calcio è un processo. E, tra l’altro, l’avvio delle qualificazioni dopo il Qatar era stato molto convincente. Ricordo che eravamo andati a trovare diversi giocatori prima dell’inizio della campagna e in campo, questo, si era notato. Più che la sconfitta con il Portogallo - che ha fatto male, ci mancherebbe -, forse è stato il pareggio casalingo con la Romania ad aver insinuato il dubbio nello spogliatoio. E il fatto che i pareggi subiti in rimonta si siano ripetuti non ha ovviamente facilitato le cose. A fare la differenza, ad ogni modo, rimangono i dettagli. E i rapporti, che soprattutto in Nazionale devono essere forti e curate».

E Vincent Cavin, negli anni, che figura è stata per i nazionali rossocrociati? Un superiore, un confidente, magari un amico?
«Un confidente, sì. Il fattore gerarchico interessa maggiormente il ct. Mentre nel caso dell’assistente è importante che le regole siano chiare. Io, per esempio, ero molto vicino a Vlado. Ma quando sono diventato coordinatore sportivo ai giocatori ho spiegato chiaramente che le loro parole sarebbero rimaste confidenziali se la loro volontà era questa. Poi vi sono stati anche singoli che mi chiedevano di fungere da ponte con l’allenatore. Ogni selezionatore, in tal senso, ha il suo stile. E, tornando alla mia partenza, non nego che - a fronte di idee diverse - stava diventando complicato mantenermi sempre e comunque allineato. Tradire questo scollamento di fronte ai giocatori, tuttavia, non sarebbe stato corretto. Perciò, per coerenza, mi sono fermato prima».

A proposito di ruoli e incarichi. Poc’anzi abbiamo menzionato il lavoro di Vladimir Petkovic. È sorpreso della sua prolungata inattività dopo la complicata avventura a Bordeaux?
«Da un lato sì, perché Vlado è un tecnico dal grande potenziale. E non vederlo in panchina - soprattutto quella di una nazionale, il suo habitat perfetto - è davvero un peccato. Dall’altro no: parliamo di un professionista che non è disposto ad accettare qualsivoglia offerta. A differenza di altri non soffre probabilmente la lontananza dalla panchina, sa gestirsi. E deve essere convinto appieno dal progetto sportivo».

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