Taca la bala

Voglia di calcio, non di fiction

Come esce il calcio da questo Mondiale, che sicuramente secondo il presidente della FIFA Gianni Infantino e gli organizzatori sarà stato il più bello di sempre? Piuttosto male
©RONALD WITTEK
Tarcisio Bullo
Tarcisio Bullo
17.07.2026 06:00

Come esce il calcio da questo Mondiale, che sicuramente secondo il presidente della FIFA Gianni Infantino e gli organizzatori sarà stato il più bello di sempre?

Personalmente direi che ne esce piuttosto male e non parlo di qualità del gioco, perché come in ogni torneo aspetti positivi e negativi dal punto di vista della tattica e della tecnica si accavallano. È la credibilità di questo sport che dopo il torneo americano vacilla, mettendo a rischio il nostro amore smisurato, facendoci sentire amanti traditi.

Non mi riferisco solo a quello che è diventato il caso Balogun, con lo sport costretto a scendere platealmente a patti con la politica. Penso piuttosto all’utilizzo esagerato del VAR, che non sta rispettando le aspettative iniziali: era stato introdotto per generare chiarezza e dissipare i dubbi, sta facendo esattamente il contrario, generando caos, rallentando le partite, uccidendo la spontaneità del calcio.

Pochi giorni fa il Los Angeles Time ha scritto un lungo articolo sull’uso del VAR al Mondiale e il titolo è quanto mai esplicativo: “Come il VAR è diventato il principale antagonista dei Mondiali del 2026”. Dall’inizio del torneo fino alla fine degli ottavi di finale, la sala VAR è intervenuta più di cento volte per correggere una decisione arbitrale presa sul terreno di gioco. Molte decisioni sono state prese basandosi su prove microscopiche, impercettibili a occhio nudo. Le controversie più clamorose sono legate a contatti tra giocatori che portano a pesanti sanzioni come un calcio di rigore e all’applicazione della regola del fuorigioco, che non risponde più da tempo ai criteri che a suo tempo avevano generato il regolamento. Come già agli ultimi Europei, abbiamo visto gol annullati clamorosamente per fuorigioco impercettibili, per la punta di una scarpa o il ciuffo dei capelli oltre la linea difensiva degli avversari. Questo non è coerente con lo spirito del calcio, così come non lo è l’applicazione di decisioni che si basano unicamente sulla vivisezione di immagini televisive, che non riflettono la realtà di uno sport di contatto, sempre più frenetico, sempre più

atletico. Qui potremmo aprire una parentesi anche sui casi di simulazione, perché il rischio che si corre è quello di giudicare senza tenere conto del contesto reale in cui una determinata azione avviene. Parliamo di calcio, signori, non di fiction, ma i tempi ci dicono che disgraziatamente uno sport nato e cresciuto grazie alle emozioni e all’imperfezione umana sta snaturandosi per inseguire un eccesso di perfezionismo tecnico. Cito un’illustre commentatrice televisiva americana (lavora per una tv inglese), avvocato importante ed ex-arbitro FIFA, Christina Unkel, diventata una delle voci più ascoltate e autorevoli nel dibattito arbitrale durante il Mondiale 2026, la quale ha dichiarato che il VAR “viola lo spirito del gioco”. Unkel non è contraria al VAR, è contraria alla filosofia con cui viene applicato. Dice: “Gli arbitri dovrebbero avere discrezionalità di buon senso, come i giudici in un tribunale, per applicare la legge in modo coerente con lo spirito del regolamento, non solo con la sua lettera”. Il ricorso estensivo alla revisione da parte del VAR secondo Unkel rischia di trasformare il sistema in un meccanismo di «ri-arbitraggio» completo e di erodere la fiducia del pubblico. Emblematico il caso del gol egiziano annullato contro l’Argentina: è lecito ed eticamente accettabile annullare un gol dopo il riesame di un fallo avvenuto oltre venti secondi prima e a molta distanza dall’azione conclusiva? L’impressione, francamente, è che il pubblico fatichi a capire certe dinamiche e se al calcio togli l’immediatezza della comprensione, togli un valore assoluto che può soltanto snaturarlo e portare gli appassionati alla disaffezione. Dunque urgono correzioni.