Gli otto grandi dilemmi: come investire con successo senza preoccupazioni

Contenuto pubblicato su mandato del partner inserzionista, che ne assume la responsabilità redazionale.
Gli investitori sono spesso alla ricerca della strategia perfetta, ma questa in realtà non esiste. Philipp Merkt, Chief Investment Officer di PostFinance, spiega come affrontare e risolvere i dilemmi più complessi in materia di investimenti e come costruire con successo un patrimonio sui mercati finanziari, grazie a metodo e disciplina.
Paradossalmente, investire potrebbe essere davvero semplice, se non fosse per la costante incertezza che caratterizza l’attività. Molti investitori si lasciano guidare dalla speranza che da qualche parte là fuori esista una strategia di investimento perfetta, una ricetta miracolosa che garantisca rendimenti massimi ed elimini al contempo ogni rischio. Ma chi la cerca, insegue un fantasma.
«Semplicemente non esiste una soluzione oggettivamente corretta», sottolinea Philipp Merkt, Chief Investment Officer (CIO) di PostFinance. I mercati finanziari non seguono rigide leggi naturali. Non sono né regolari come un orologio, né prevedibili al 100%. Gli investitori si muovono quindi in un contesto di costante incertezza, caratterizzato da crisi geopolitiche, decisioni sui tassi d’interesse, reazioni psicologiche e fluttuazioni di mercato imprevedibili.
Proprio in questo contesto sorgono i classici dilemmi riguardo agli investimenti: sono situazioni in cui non esiste una risposta univoca, poiché obiettivi diversi e legittimi entrano in conflitto diretto tra loro. È meglio puntare sul massimo rendimento o rinunciare al “brivido della scommessa”? La strategia migliore è quindi raramente quella teoricamente o matematicamente ottimale, bensì quella che meglio si adatta alle circostanze personali e che è possibile mantenere con disciplina anche in tempi turbolenti. E per provare meno inquietudine di fronte all’incertezza, è importante conoscere a fondo gli otto dilemmi relativi all’investire più comuni.
1. Il momento giusto: è il caso di entrare subito nel mercato o è meglio aspettare? La ricerca del momento perfetto per entrare nel mercato è un errore. Persino i professionisti più esperti falliscono regolarmente nel prevedere con esattezza i massimi e i minimi di mercato. Chi aspetta a investire fino a quando la situazione sui mercati azionari è apparentemente tranquilla, lascia scorrere tempo prezioso. «Il “time in the market” è più determinante del “market timing”», sintetizza Merkt. In altre parole: chi lascia il proprio denaro investito a lungo termine ha maggiori possibilità di trarre vantaggio dalle opportunità rispetto a chi cerca di individuare il momento ideale per l’acquisto.
Gli investitori che dispongono di un importo consistente ma temono i crolli dei corsi, farebbero bene a frazionare la somma. Chi invece investe in modo scaglionato nell’arco di dieci anni, dimezza di fatto la durata media dell’investimento e il rendimento, portandoli a soli cinque anni. In caso di risparmio regolare, poi, questo compito viene svolto da un piano di risparmio automatico che sfrutta le fluttuazioni dei prezzi e acquista più quote quando i prezzi sono bassi e meno quando sono alti. Mentre l’inflazione strisciante tende a erodere il potere d’acquisto sul conto di risparmio, gli investimenti possono offrire, sul lungo periodo, la possibilità di un rendimento più elevato.
2. Rischio contro rendimento: maggiore rendimento o sonni tranquilli? Rendimento e rischio sono come le due facce della stessa medaglia. L’uno non può esistere senza l’altro. Chi desidera generare rendimenti più elevati deve essere in grado di sopportare oscillazioni più marcate nel proprio portafoglio. Per gli investitori in franchi, al di là degli attuali tassi d’interesse minimi, non esiste un rendimento privo di rischio.
Nella scelta del livello di rischio si scontrano spesso due mondi: la capacità finanziaria di assumersi rischi e la tolleranza soggettiva al rischio. La prima è misurabile in termini numerici, la seconda è pura psicologia. Se si supera la propria tolleranza al rischio, nei momenti più sfavorevoli si rischia di prendere decisioni errate dettate dall’emotività, come le vendite dettate dal panico. «Se non si riesce più a dormire, il rischio è sicuramente troppo elevato», avverte l’esperto finanziario. Il giusto equilibrio si raggiunge solo quando la strategia di investimento offre protezione dalle notti insonni e garantisce comunque un potenziale di rendimento sufficiente per i propri obiettivi.
3. Fondi passivi o attivi: gli ETF sono una panacea? Gli Exchange Traded Funds (ETF) passivi hanno conquistato il mondo finanziario. Essi replicano indici azionari come ad esempio l’S&P 500, sono notevolmente più convenienti rispetto ai fondi di investimento tradizionali e offrono una base trasparente. Nei mercati di grandi dimensioni e altamente efficienti, i gestori attivi spesso faticano a ottenere rendimenti migliori nel lungo periodo rispetto a un indice ampio, al netto di tutte le commissioni, ed è proprio in questo contesto che gli ETF dimostrano i propri vantaggi.
Tuttavia, Merkt mette in guardia dal considerare gli ETF come una panacea, poiché anche in questo caso è fondamentale diversificare a sufficienza: chi acquista, ad esempio, un ETF sull’SMI, investe il proprio denaro in sole 20 società – una forte concentrazione su pochi titoli. Anche l’MSCI World non è così ampiamente diversificato come sembra: «È composto per circa il 72 per cento da titoli statunitensi», spiega Merkt. Il solo fatto che si tratti di un ETF non rende automaticamente un portafoglio esente da rischi. Merkt raccomanda pertanto di costituire, anche nel caso degli ETF, un portafoglio ampio e adeguato alla propria tolleranza al rischio. Infatti, ciò che conta non è la forma dell’investimento, ma il suo contenuto: il rischio dipende, in ultima analisi, dagli investimenti sottostanti.
4. Il giusto mix: quale classe di investimento prevarrà? Che si tratti di azioni, immobili, obbligazioni, oro o liquidità, la questione relativa alla presunta migliore classe di investimento conduce invariabilmente su una pista sbagliata, poiché nessuna categoria eccelle in ogni fase di mercato. Secondo il responsabile degli investimenti di PostFinance, occorre immaginare il proprio portafoglio come una squadra di calcio:
- Le azioni sono in prima linea. Offrono la crescita più forte nel lungo periodo, ma sono anche quelle che rischiano maggiormente di essere messe da parte.
- Le obbligazioni costituiscono la difesa. Offrono rendimenti da interessi affidabili e assorbono gli shock.
- Gli immobili tengono insieme il gioco a centrocampo e garantiscono rendimenti ricorrenti.
- L’oro funge da portiere in caso di gravi crisi, fungendo da copertura.
- La liquidità rimane la panchina di riserva a bordo campo: sempre pronta all’azione e fondamentale per poter reagire alle opportunità.
Secondo Philipp Merkt, ciò che conta non è la singola classe di attività, bensì la loro combinazione intelligente, poiché le classi di attività registrano andamenti diversi a seconda della fase di mercato. Chi punta solo sul capocannoniere della scorsa stagione non è affatto sicuro di vincere la prossima partita.

5. Svizzera o mercato globale: in quali casi il cosiddetto «home bias» può risultare dannoso? È normale dare una certa preferenza ad aziende svizzere conosciute: conosciamo i prodotti delle imprese locali, percepiamo il nostro stipendio in franchi e riponiamo fiducia nel mercato interno. Inoltre, negli ultimi decenni gli investitori hanno ottenuto buoni risultati con i titoli svizzeri e il franco forte. Tuttavia, una visione unidimensionale del proprio Paese distorce la prospettiva.
Il mercato azionario svizzero rappresenta, a livello globale, nemmeno il 2 per cento della capitalizzazione di borsa complessiva. Inoltre, il mercato elvetico è dominato da pochi colossi dei settori alimentare e farmaceutico. Chi investe esclusivamente in titoli nazionali tralascia completamente alcuni settori e mercati, come quello tecnologico globale. Una quota equilibrata di titoli svizzeri offre sicurezza, ma solo la diversificazione a livello mondiale apre le porte ai motori di crescita globali.
6. Psicologia: dare ascolto alle previsioni o rimanere irremovibili? I titoli dei giornali alimentano due paure costanti: da un lato la «Fear of missing out» (FOMO) – la paura di perdersi qualcosa, che induce a saltare sul carrozzone di tendenze già in forte ascesa e, dall’altra, la «Fear of better options» (FOBO) – la paura di prendere una decisione perché si teme di lasciarsi sfuggire un’opzione ancora migliore – che paralizza gli investitori e li induce a rimanere inattivi.
Chi reagisce in modo frenetico alle previsioni giornaliere e riorganizza costantemente il proprio portafoglio tende a bruciare solo capitale: si acquista a prezzi troppo alti sulla scia delle emozioni e si vende, spesso in preda al panico, a prezzi troppo bassi. È necessario reagire soprattutto quando le circostanze personali subiscono cambiamenti fondamentali, non però perché il mercato azionario sta attraversando un periodo di forti oscillazioni. «La disciplina porta generalmente al successo più dell’attivismo», afferma l’esperto finanziario.
7. Commissioni: in quali casi conviene sostenere costi amministrativi più elevati? Ogni franco di commissioni versato viene sottratto direttamente al rendimento. Nel corso di molti anni, grazie all’effetto degli interessi composti, tale detrazione si accumula fino a raggiungere un importo considerevole. Un 1% in più o in meno di costi amministrativi annuali determina, nel giro di alcuni decenni, variazioni significative nel patrimonio.
Commissioni elevate sono giustificate solo se a fronte di esse vi è un reale valore aggiunto; ad esempio, una consulenza professionale – sia telefonica che in filiale – che protegga da costosi errori di valutazione. «Ciò che conta è che vi sia un valore aggiunto tangibile», afferma Merkt.
8. La struttura del portafoglio: è sufficiente che sia semplice o deve essere complessa? Molti prodotti finanziari nascondono la loro essenza dietro strutture complesse. Chi non capisce immediatamente in che modo un prodotto genera rendimenti e dove si celano i rischi, dovrebbe starne alla larga. Per la maggior parte degli investitori, una soluzione semplice e ben diversificata è più che sufficiente.
Una maggiore complessità raramente è la chiave per il successo: chi detiene già trenta titoli nel proprio portafoglio e ora acquista anche il decimo titolo farmaceutico, non ottiene praticamente alcuna protezione aggiuntiva dalle perdite. Ciò che conta non è la semplice quantità di singoli titoli nel portafoglio, bensì il fatto che le classi di investimento scelte reagiscano nel modo più indipendente possibile l’una dall’altra.
Chi tiene presenti tutti questi principi non solo è in grado di affrontare efficacemente i classici dilemmi relativi all’investimento risparmiandosi non poche preoccupazioni, ma evita anche quella che in definitiva è la trappola più grande del mercato azionario: come afferma Merkt, infatti, «il nemico più grande dell’investitore non è il mercato, bensì il proprio comportamento.»
Ulteriori informazioni su Postfinance

