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Padova, la città dei tre senza

In molti la vedono solo dal finestrino del treno, diretti a Venezia. Padova, città universitaria da ottocento anni, va vissuta con calma, a piedi e a tavola.
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19.10.2026 04:30

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Tre indovinelli per capire Padova

Prima o poi, a Padova, qualcuno vi farà l'indovinello: qual è la città del santo senza nome, del prato senza erba e del caffè senza porte? La risposta la conoscete già. Il bello è che quei tre enigmi funzionano anche come itinerario, e bastano a riempire tre giorni senza bisogno di correre.

Un caffè, poi il mercato

Il caffè senza porte è il Pedrocchi. Dal 1831 al 1916 non chiuse mai, né di giorno né di notte, e le porte persero ogni ragione d'essere. Giuseppe Jappelli lo pensò come un salotto aperto a tutti, e tale è rimasto: studenti con il libro sul tavolino, signore del quartiere, qualche professore in ritardo. Il caffè si beve al banco, in piedi, come fanno qui. Uscendo conviene alzare gli occhi sul Pedrocchino, l'ala neogotica aggiunta nel 1836 per la pasticceria.

Due minuti a piedi e si arriva sotto il Palazzo della Ragione, costruito nel 1218. Al piano di sopra c'è un salone che lascia senza parole, con un ciclo astrologico medievale, un enorme cavallo di legno e la pietra del Vituperio. Lì sedevano, mezzi nudi, i debitori insolventi, e da lì viene il modo di dire «restare in braghe di tela». Dal 2006, sotto quel soffitto, oscilla anche un pendolo di Foucault ricostruito. Io però comincerei dal basso, dal Sotto Salone, considerato il mercato coperto più antico d'Europa. Un panino con la soppressa, un pezzo di formaggio, due chiacchiere con chi affetta. Non conosco pranzo più padovano.

La sera la città si sposta nelle piazze ai lati del palazzo, delle Erbe e della Frutta, e in Piazza dei Signori, sotto la Torre dell'Orologio. Si ordina uno spritz, oppure un Fior d'Arancio dei Colli Euganei o un Friularo. Per chiudere c'è la «graspa», che in dialetto è la grappa.

Il secolo dipinto e il Santo

Dal 2021 gli affreschi del Trecento padovano sono patrimonio UNESCO con il nome di Padova Urbs Picta. Sono otto siti, ma quasi tutti vanno agli Scrovegni per Giotto e poi ripartono. Peccato, perché il Battistero di Giusto de' Menabuoi e le opere di Guariento e Altichiero da Zevio valgono almeno un pomeriggio. Una card unica li comprende tutti.

Il santo senza nome è Antonio, che in città nessuno chiama per nome: è «il Santo» e basta. La Basilica si può visitare come un monumento, oppure si può seguire Antonio a piedi lungo l'Ultimo Cammino, la strada che percorse nel giugno 1231 da Camposampiero verso Padova. Morì all'Arcella il 13 giugno, a un passo dalla meta. Chi ha gambe per proseguire trova il Lungo Cammino, da Bologna fino al santuario della Verna.

Un prato, una torre, un giardino

Il prato senza erba è il Prato della Valle, tra le piazze più grandi d'Europa, con 78 statue attorno all'Isola Memmia. Il soprannome ha secoli: oggi l'erba c'è, e d'estate i padovani ci si sdraiano all'ombra, mentre sull'anello esterno girano skateboard e podisti. Il sabato c'è il mercato, la terza domenica del mese l'antiquariato.

Chi non sa stare fermo può fare il giro delle mura medievali e rinascimentali, a piedi, in bici o in barca, tra 19 bastioni e 6 porte. Poi c'è la Specola, la torre che una tradizione sbagliata attribuisce a Galileo: 200 gradini senza ascensore, e in cima gli strumenti degli astronomi padovani. E c'è l'Orto botanico, fondato nel 1545, il più antico orto universitario rimasto al suo posto. Una palma piantata nel 1585 è ancora lì. Goethe la vide nel 1786 e ci ragionò a lungo; da noi, in Germania, è nota come la palma di Goethe.

L'ultima tappa

Da marzo a ottobre, dal porticciolo del Portello, parte il Burchiello. Scende piano lungo la Riviera del Brenta con una guida a bordo, si ferma alle ville Foscari, Widmann e Pisani, fa sosta a Oriago per il pranzo e approda infine in laguna. Credo sia il modo migliore per lasciare Padova. E Venezia, per una volta, arriva per ultima.

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