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Porte aperte agli scassinatori digitali: come possono proteggersi le aziende

Molte PMI svizzere continuano a ritenere di non rappresentare un obiettivo interessante per i criminali informatici. In realtà è esattamente il contrario
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14.09.2026 00:15

Contenuto pubblicato su mandato del partner inserzionista, che ne assume la responsabilità redazionale.

Molte PMI svizzere continuano a ritenere di non rappresentare un obiettivo interessante per i criminali informatici. In realtà è esattamente il contrario: spesso sono proprio le piccole e medie imprese a essere colpite.

 

Immaginate una zona industriale alle porte di una grande città. La strada è fiancheggiata da edifici aziendali. Facciate grandi, piccole, curate e anonime, a volte con atri di ingresso lussuosi, altre volte dall’aspetto molto essenziale. Una banda di malviventi si aggira per la strada e abbassa a caso le maniglie delle porte. Non prende di mira solo le aziende apparentemente ricche. Quella notte, le vittime saranno coloro che non hanno chiuso a chiave o che hanno nascosto la chiave sotto lo zerbino.

La via di accesso più comune

«I criminali informatici non sono interessati a una specifica azienda. Il loro obiettivo è quello di sottrarre quanto più denaro possibile con il minimo sforzo», afferma Samuel Leuthold, esperto di sicurezza informatica presso Swisscom. Le piccole imprese sono spesso meno protette e rappresentano quindi un obiettivo ancora più appetibile rispetto, ad esempio, alle banche o alle assicurazioni. L’errata convinzione secondo cui - «siamo troppo piccoli per diventare vittime!» - è dura a morire, ma resta infondata. Gli scassinatori digitali non scelgono le loro vittime in modo mirato. Cercano in modo automatizzato le porte d’ingresso aperte ed entrano quando possono.

Nome utente e password sono la chiave di accesso al mondo digitale. Chi utilizza il proprio computer privato per lavoro o impiega la stessa password sia per i software privati che per quelli aziendali, in senso figurato lascia la chiave sotto lo zerbino. Infatti, i software dannosi che si insinuano inosservati nei dispositivi privati leggono le password memorizzate e le trasmettono a terzi. Particolarmente sottovalutati: il portatile privato del direttore, il notebook del contabile esterno, il computer di un familiare che dà una rapida occhiata alla webmail aziendale. I criminali informatici commerciano poi questi dati nel Darknet, un’area specifica di Internet – spesso senza che l’azienda interessata ne venga mai a conoscenza.

 


Intrusione in tre fasi

Una volta in possesso di queste credenziali di accesso, ha inizio l’attacco vero e proprio. La procedura tipica si articola in tre fasi ben definite:

  • Nella prima fase, i criminali informatici ottengono l’accesso alla rete aziendale tramite le password rubate.
  • Una volta aperta la porta, ha inizio la seconda fase: gli hacker si diffondono all’interno della rete senza essere notati, aumentano i propri privilegi di accesso e sottraggono dati sensibili quali indirizzi, certificati di salario, contratti (ad esempio contratti di assicurazione contro i rischi informatici), fatture o moduli d’ordine. Questa fase di furto dura da alcuni giorni a diverse settimane.
  • In questo modo gli aggressori raccolgono il materiale che utilizzeranno per il ricatto nella terza fase. «Due terzi delle PMI si accorgono dell’attacco solo quando il danno è già stato causato», spiega Samuel Leuthold. In media trascorrono da quattro a cinque giorni prima che venga individuata una compromissione. Segue quindi la fase numero tre: gli aggressori crittografano i sistemi e lasciano un messaggio con una richiesta di riscatto.

Quanto costa realmente un attacco

Il riscatto raramente rappresenta il problema principale. Molto più oneroso è ciò che segue: sistemi inattivi, ordini in sospeso, ripristino dei sistemi informatici, accertamenti legali e, non da ultimo, la perdita di reputazione. Leuthold stima che i costi complessivi di un tipico episodio di ransomware ammontino a circa il cinque per cento del fatturato annuo. Solo il 15 per cento di tale importo è rappresentato dal riscatto. Diverse aziende svizzere non sono sopravvissute a tali attacchi.

Solo in casi estremamente rari gli attacchi ransomware sono opera di singoli individui. Dietro di essi si nascondono bande altamente professionalizzate con una chiara divisione dei compiti: un team acquista le credenziali di accesso sul Darknet, un altro ricerca le vulnerabilità, un reparto tecnico esegue l’attacco vero e proprio, mentre un ulteriore team negozia il riscatto. Questo modello è denominato ransomware-as-a-service: chi intende sferrare un attacco noleggia strumenti, malware e credenziali di accesso.

«Con il continuo miglioramento dei sistemi di intelligenza artificiale, questa tendenza si è ulteriormente accentuata», afferma Samuel Leuthold di Swisscom. «L’autore dell’attacco non ha quasi più bisogno di conoscenze tecniche, ma piuttosto di un capitale iniziale.» Esistono già casi documentati in cui agenti basati sull’intelligenza artificiale hanno condotto un attacco ransomware in modo completamente autonomo e senza alcun intervento umano.

Prevenzione per le PMI svizzere

La misura più importante consiste in un secondo passaggio di conferma al momento dell’accesso, noto anche come autenticazione a due fattori. Chi, oltre alla password, deve confermare l’accesso tramite un codice ricevuto via SMS o tramite app, rende il compito degli hacker notevolmente più difficile. Altre misure di protezione sono di facile attuazione: installare tempestivamente gli aggiornamenti di sicurezza, eseguire backup regolari dei dati e conservarli separatamente dalla rete aziendale, nonché sensibilizzare i collaboratori sui pericoli delle e-mail di phishing.

La valutazione di Leuthold: «Per molte PMI, la sicurezza informatica è diventata oggi troppo complessa per poterla gestire da sole. I fornitori di servizi IT possono scalare meglio e dispongono di specialisti in grado di applicare le misure di protezione in modo uniforme a tutti i propri clienti.» Infatti, la sicurezza informatica non è una questione di IT, bensì una responsabilità della direzione aziendale. Ciò che conta non è se una PMI subisca un attacco, ma se sia ben preparata ad affrontarlo. Gli aggressori imparano continuamente, e anche le aziende devono farlo.

Samuel Leuthold, esperto di sicurezza informatica presso Swisscom
Samuel Leuthold, esperto di sicurezza informatica presso Swisscom

Sette semplici misure di protezione per le PMI

  • Configurare almeno un secondo fattore (2FA) per ogni accesso; meglio ancora le passkey
  • Installare tempestivamente gli aggiornamenti di sicurezza su tutti i dispositivi
  • Eseguire backup regolari e conservarli separatamente dalla rete aziendale
  • Consentire ai collaboratori di accedere solo ai dati di cui hanno effettivamente bisogno
  • Aggiornare regolarmente software e dispositivi
  • Selezionare con cura i fornitori di servizi IT e limitarne i diritti di accesso
  • Sensibilizzare regolarmente i collaboratori sul tema del phishing

 

 Ulteriori informazioni e corsi di formazione gratuiti: swisscom.ch/beem