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Quando la politica influenza i mercati

Contributo ospite - I mercati azionari si mostrano sempre sensibili alle notizie di cronaca politica: tensioni e decisioni provocano fluttuazioni dei corsi, mentre i cessate il fuoco o i negoziati alimentano invece la fiducia.
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11.06.2026 00:15

Contenuto pubblicato su mandato del partner inserzionista, che ne assume la responsabilità redazionale.

Contributo ospite - I mercati azionari si mostrano sempre sensibili alle notizie di cronaca politica: tensioni e decisioni provocano fluttuazioni dei corsi, mentre i cessate il fuoco o i negoziati alimentano invece la fiducia. Per gli investitori si pone quindi la questione di quanto rischio siano disposti ad assumersi – e in che misura la loro strategia possa mantenersi adeguata.

 

Da un punto di vista storico, il passato ci insegna che in generale gli shock geopolitici provocano un’iniziale incertezza sui mercati, per poi lasciare spazio nuovamente a utili, tassi d’interesse e crescita. I cali successivi alle crisi sono stati spesso compensati nel giro di un anno.

L’attuale conflitto in Medio Oriente richiede tuttavia una valutazione differenziata. Nonostante l’aumento del prezzo del petrolio, i mercati non hanno finora subito correzioni drastiche e ciò è dovuto principalmente al fatto che molti operatori di mercato ritengono che lo Stretto di Hormuz tornerà presto ad essere liberamente navigabile. Tuttavia, il conflitto dura ormai da più di due mesi e in questa prospettiva, anche qualora dovesse aver luogo una distensione, i prezzi più elevati dell’energia e la conseguente pressione inflazionistica dovrebbero mantenere alta la volatilità dei mercati ancora per molto tempo. Le fluttuazioni dei mercati causano insicurezza in molti investitori, che si chiedono quale livello di rischio dovrebbero attualmente assumersi. Forti oscillazioni dei corsi in un breve lasso di tempo alimentano dubbi sul fatto che l’attuale strategia d’investimento sia ancora adeguata alla propria propensione al rischio. Allo stesso tempo, molti non vogliono perdere l’occasione di possibili guadagni sui corsi, in particolare nel settore tecnologico statunitense, per il quale permangono elevate aspettative di crescita degli utili.

Perché le azioni non scompariranno

Nel complesso, attualmente in una larga parte degli investitori cresce il desiderio di avere portafogli più stabili e con un’ampia diversificazione. La domanda fondamentale è quindi: come si dovrebbe gestire un patrimonio in tempi così incerti?

Uno sguardo al passato mostra che i mercati azionari spesso si riprendono rapidamente dopo gli shock geopolitici. Le perdite vengono generalmente compensate nel giro di pochi mesi o al massimo un anno, poiché i rischi geopolitici da soli raramente pesano sulle borse nel lungo periodo. Anche le crisi in Medio Oriente o in Ucraina hanno seguito questo schema: a un breve crollo è seguita una stabilizzazione. La situazione diventa critica quando tali shock sono accompagnati da una recessione. Attualmente, tuttavia, gli utili societari e la congiuntura economica si dimostrano ancora sorprendentemente robusti, anche se un prezzo del petrolio stabilmente elevato, superiore ai 100 dollari, potrebbe arrivare a pesare sugli utili e aumentare i rischi di recessione. Tenendo presente quanto successo in passato, un completo ribilanciamento delle azioni non è solitamente una buona strategia, poiché in tal modo gli investitori perdono il potenziale di ripresa una volta che la situazione si è distesa, mentre una leggera riduzione della quota azionaria può essere opportuna se serve a livellare il rischio e a spostare il portafoglio verso segmenti più solidi del mercato azionario. Anziché un'uscita completa, è opportuno un ribilanciamento all'interno della quota azionaria – allontanandosi dai titoli di crescita ciclici per orientarsi verso titoli value, titoli a dividendo e settori difensivi come la sanità e i beni di consumo di base. Questi ultimi si sono dimostrati più resistenti rispetto ai titoli dei settori ciclici anche durante le recenti flessioni. Spesso tali società dispongono di potere di determinazione dei prezzi, bilanci solidi e flussi di reddito ricorrenti sotto forma di dividendi.

Le obbligazioni perdono il loro scudo protettivo

Negli ultimi due decenni si è osservata, in alcuni periodi, una correlazione positiva tra azioni e obbligazioni – un netto contrasto rispetto agli andamenti dei decenni precedenti. Prima della fine del millennio, le obbligazioni rappresentavano spesso un contrappeso affidabile alle azioni. Negli ultimi due decenni, e in particolare negli ultimi cinque anni, si è tuttavia verificato ripetutamente che entrambe le classi di investimento perdessero valore contemporaneamente durante le correzioni di mercato. Di conseguenza, le obbligazioni hanno quindi potuto svolgere solo in misura limitata il loro tradizionale ruolo di ammortizzatore. Anche nella situazione attuale, il consueto rifugio nei titoli di Stato non ha offerto la protezione sperata: le aspettative di inflazione, aumentate a seguito dello shock nei prezzi dell’energia, hanno fatto salire i rendimenti e impedito guadagni di corso. In questo contesto, le obbligazioni dovrebbero essere intese non tanto come una garanzia di guadagni di corso in caso di crisi, quanto piuttosto come un elemento di stabilizzazione nel portafoglio, in grado di ridurre le fluttuazioni e fornire rendimenti correnti, grazie ai loro flussi di cassa più stabili e alla minore volatilità rispetto alle azioni, elementi che contribuiscono ad una migliore gestione dei rischi legati all’intero portafoglio. E questo soprattutto se le obbligazioni vengono impiegate in titoli a breve e medio termine e con un solido rating di credito.

L'oro rimane un bene rifugio

In periodi di incertezza geopolitica, l’oro rimane un bene rifugio, anche se recentemente ha perso valore, con l’aumento dei tassi d’interesse nominali, conseguenza del rinvio dei tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, che ha incrementato i costi opportunità per gli investitori. Poiché l’oro non produce interessi, il capitale viene sempre più spesso reindirizzato verso investimenti fruttiferi. Inoltre, il dollaro forte ha reso l'oro più costoso per gli acquirenti al di fuori dell'area del dollaro, pesando così sulla domanda. Ciononostante, l'oro rimane un'integrazione strategica sensata nel portafoglio, in particolare a causa della domanda strutturale delle banche centrali, molte delle quali - soprattutto quelle dei paesi emergenti - stanno aumentando le proprie riserve auree per diversificare maggiormente i propri investimenti e ridurre la dipendenza dal dollaro e dai titoli di Stato. Una piccola quota di oro nel portafoglio può consentire un aumento del valore reale nel lungo termine e avere un effetto stabilizzante nelle fasi di volatilità.

Nuovi pilastri per il portafoglio

Le materie prime, analogamente all’oro, registrano un aumento strutturale della domanda. Fattori quali la transizione energetica, l’urbanizzazione, la digitalizzazione e la corsa geopolitica ai metalli critici stanno stimolando in particolare la domanda di materie prime industriali ed energetiche. Il litio, l’uranio e il rame traggono vantaggio da tendenze quali la decarbonizzazione, la mobilità elettrica e la rinascita dell’energia nucleare. Si prevede che questa tendenza proseguirà almeno fino al 2030. Un'esposizione moderata alle materie prime può essere opportuna nell'attuale mercato volatile, poiché spesso presentano una correlazione bassa o addirittura negativa con azioni e obbligazioni, specialmente in fasi di crisi e di inflazione. Inoltre, le materie prime possono fungere da protezione contro l'inflazione, poiché i loro prezzi sono spesso correlati all'aumento dei prezzi dei beni.

In tempi di crescenti rischi geopolitici, la diversificazione delle fonti di rendimento e dei fattori di rischio assume maggiore importanza. Il private equity può rappresentare in questo contesto un’integrazione utile, poiché la sua performance dipende maggiormente dalla performance operativa delle aziende e meno dalle fluttuazioni di mercato a breve termine. A differenza delle azioni quotate in borsa, che reagiscono rapidamente alle notizie, infatti, le partecipazioni in private equity vengono valutate su intervalli più lunghi e si orientano su piani aziendali a lungo termine. L’attuale situazione di mercato, con le sue forti fluttuazioni, rischia di continuare a destare incertezza negli investitori ancora per molto tempo. È tuttavia fondamentale non uscire completamente dal mercato nel momento sbagliato; l’esperienza dimostra che in tal caso è difficile rientrare con la necessaria disciplina. È più sensato, se mai, ridurre la quota azionaria a un livello neutro e ben sostenibile e continuare a utilizzare le obbligazioni come elemento di stabilizzazione, anche se negli shock geopolitici del passato hanno mostrato per lo più una correlazione positiva con le azioni. A titolo integrativo, l’oro, le materie prime e il private equity possono diversificare ulteriormente il portafoglio e renderlo più resiliente. Inoltre, non va mai dimenticato che è altrettanto importante rimanere fedeli alla strategia scelta anche nelle fasi di ribasso.

 

Contributo ospite: Andrea Bally è Lead Financial Research presso la Banca Migros e redige articoli sugli sviluppi dei mercati finanziari.