Antonio Ballard: «Il basket mi ha permesso di sfuggire alle gang»
La SAM Massagno cerca il bis alle Final Four della SBL Cup, in programma nel weekend a Montreux. Sabato alle 16.00 c'è la semifinale con l’Olympic Friburgo. Per confermare il titolo vinto un anno fa, la squadra di Robbi Gubitosa potrà contare su un nuovo rinforzo, Antonio Ballard. Lo abbiamo incontrato.
Un vincente
Non sarà alto, per il suo ruolo, ala grande di 193 cm, ma ha spalle larghe, quelle di chi è pronto a portarci sopra una squadra. O un passato ingombrante da trasformare in un futuro positivo. Antonio Ballard si presentò al campionato svizzero un pomeriggio di ottobre nel 2014, con la maglia dei Lugano Tigers indosso e 30 punti rifilati a Friburgo. Mesi dopo, si prese la Coppa Svizzera, la prima di tre, senza dimenticare quella messa in bacheca in Finlandia. Insomma, per chi vuole vincere, avere in squadra il ragazzo nato nel 1988 a Jefferson, Indiana, aiuta non poco. Non è un caso, dunque, che la SAM, dopo averne subito gli effetti la passata stagione, abbia deciso di averlo dalla propria parte per questo sprint finale: «Non è la prima volta in carriera che entro in squadra a stagione in corso – ci spiega – Credo che il motivo per cui vengo cercato è la mia capacità di dare un’ulteriore scarica di energia al gruppo. Con la mia esperienza, con il mio modo di approcciare il gioco, permetto alla nuova squadra di fare uno “step” che prima mancava. A Friburgo, l’anno scorso, è stato così. Ora il mio obiettivo è fare altrettanto con la SAM Massagno».
Adeguamento costante
Dai tempi di Lugano, Ballard ha modificato il suo modo di giocare. In una decina d’anni, è cambiato il basket, i ruoli si sono fatti più fluidi, e la guardia che portava lustro al gruppo guidato da Petitpierre attaccando il canestro partendo da lontano, si è fatta ala dominante sotto i tabelloni: «È un adattamento dovuto anche alle diverse situazioni e al campionato in cui gioco. In Francia, ad esempio, sono più un “3”, perché fisicamente sono più grossi che in Svizzera. Con gli anni mi sono avvicinato al canestro, perché lì posso far valere la mia forza fisica, che compensa la mancanza di centimetri. Però, appunto, è anche un discorso di adeguamento al contesto, all’avversario». E di adeguamenti, il ragazzo passato alle nostre latitudini anche da Ginevra e Neuchâtel, nella vita ha dovuto affrontarne parecchi. «Da ragazzo cambiavo casa anche 2-3 volte l’anno, mamma prendeva un lavoro qua, un altro là». Saltimbanchi dell’economia, per un girovagare che ha messo Antonio Ballard e la sua famiglia di fronte a scelte «facili», e altre che hanno richiesto un’attitudine concessa a pochi.
Dio travestito da Jordan
«Sono cresciuto in un brutto ambiente», racconta il 35.enne. «Uno di quelli che ti fagocitano in un attimo e ti portano sulla brutta strada. Della mia famiglia, ero il migliore, e già non ero un santo, lo ammetto tranquillamente. Ma quando cresci in certi contesti, le alternative sono la strada, o la strada. I miei fratelli sono stati in carcere, coinvolti in storie di gang, un mio cugino è stato ucciso, gli hanno sparato. Io ero a metà strada, avrei potuto seguirli, poi ho trovato il basket, una distrazione e una potenziale via di fuga. E poi un altro grosso stimolo è stato il voler aiutare mia mamma. Con il resto della famiglia che aveva preso la via meno indicata, mi sentivo quasi in dovere di fare qualcosa». Un momento fondamentale per lo sviluppo umano del giocatore, che in bilico sul precipizio dell’oscurità ha trovato la luce: «Quando segno, alzo sempre quattro dita al cielo. Per chi? Per Dio. Avvicinandomi a lui, ho trovato un’altra via a cui affrancarmi. È iniziato tutto quando avevo 16-17 anni: due ragazzi bianchi sono arrivati nel nostro quartiere invitandoci ad andare in chiesa. Lo ammetto, all’inizio non gli davo peso, ma mi convinsero promettendomi un paio di scarpe “Jordan”. E così mi sono avvicinato. Qualche anno dopo li ho rincontrati, mi hanno chiesto se mi ricordassi di loro, e io li ricordavo molto bene. Non fu immediato, ma piano piano, da quell’episodio, ho trovato nella fede un appiglio su cui costruire, insieme al basket e agli affetti arrivati strada facendo, tra cui mia moglie, un futuro migliore».
Questione di prospettive
Ciò nonostante, quando parla del suo passato, lo statunitense non rimpiange nulla: «Non un secondo. È difficile da spiegare, ma quando avevo a che fare con le gang, ho imparato cosa vuol dire sostenersi a vicenda, guardarsi le spalle. Una cosa che oggi porto nella mia vita e in ogni spogliatoio in cui entro. Allo stesso tempo, il fatto di dovermi muovere continuamente, di conoscere sempre nuove persone, come pure tutto il male che ho visto, mi hanno insegnato a riconoscere il bene. Senza tutto questo, non sarei la persona che sono oggi, con le mie consapevolezze, la mia forza, ma anche le debolezze». Un «tutto questo» che include anche vedersi piantare una pistola in faccia in età adolescenziale: «L’anno scorso sono tornato negli USA e ho visto colui che lo aveva fatto. Non credo che sia riuscita ad uscire da quell’inferno, ma non provo rancore, eravamo ragazzi, figli di circostanze e stereotipi più grandi di noi. Non c’era odio. È capitato, sono felice di essere qui a raccontarlo, va benissimo così». Ecco perché, quando torna a quella che lui definisce casa, un po’ come fa il nuovo compagno di squadra Isaiah Williams, porta la sua visione alternativa nel quartiere: «Ogni volta che vado nelle scuole in cui sono cresciuto, e parlo con ragazzi, gli spiego che io ero come loro: stesse prospettive, stessa sensazione che la vita iniziasse e finisse nel quartiere. E invece una via di fuga esiste, grazie all’impegno nel basket ho avuto la possibilità soprattutto di studiare e crescere come persona. Basta provare ad allungare lo sguardo, credere in sé stessi e trovare l’appoggio delle persone giuste».

