Caravaggio sommelier, Picasso critico gastronomico: a Villa Candida il vino incontra l’arte
Una cena, quattro vini, opere d’arte che attraversano secoli di storia e un viaggio immersivo nel Cenacolo di Leonardo. A Villa Candida, a Balerna, la serata «Tracce di Genio», organizzata da Rezzonico Lugano insieme a Fondazione Boga, NP Wine Experience e Way Experience, ha riunito una ristretta selezione di ospiti attorno a un’idea precisa: raccontare come mondi apparentemente lontani possano in realtà parlare la stessa lingua. Quella del gesto creativo, dell’intuizione, della pazienza e, qualche volta, persino dell’imprevisto.

L’esperienza si è sviluppata come un percorso: dalla possibilità di osservare da vicino opere della Fondazione Boga alla ricostruzione virtuale della Milano leonardesca e del Cenacolo attraverso la realtà immersiva, fino a una cena placée ad opera di B&C Catering accompagnata da una degustazione pensata come un racconto più che come una semplice successione di vini.
Per Felice Boga, CEO di Habitare e padrone di casa della serata, il senso dell’iniziativa andava oltre il semplice incontro tra discipline diverse. «Con questa serata abbiamo voluto raccontare come si intrecciano tutte le cose belle, positive e creative, sia che si tratti di arte, sia che si tratti di vino, sia che si tratti di tecnologia. Tutte le operazioni che hanno qualcosa di originale, creativo e soprattutto di tradizione nell’innovazione e innovazione nella tradizione portano sempre qualcosa di positivo come effetto di conoscenza».
«Arte e vino hanno moltissimi aspetti in comune - prosegue Boga -. Anche chi magari non è un cultore del vino riesce a comprendere il processo creativo che c’è dietro. Non è semplicemente un liquido: richiede amore, costanza, passione, innovazione e anche azzardo. Sono le stesse cose che esistono nell’arte, altrimenti tutti gli artisti rimarrebbero nella loro comfort zone e magari farebbero solo cartoline».
Nel corso della serata uno dei parallelismi più curiosi è emerso attorno al Cenacolo stesso, protagonista dell’esperienza immersiva. Francesco Pagani, fondatore di NP Wine Experience, lo ha letto quasi come una metafora.
«Mi affascina il fatto che spesso il genio nasca anche dal coraggio di uscire da uno schema. Leonardo ha scelto una strada diversa, più rischiosa, per avere una libertà espressiva maggiore e alla fine quell’opera, pur con tutte le sue fragilità, è diventata immortale. Nel vino succede qualcosa di simile. Lo Champagne, ad esempio, nasce anche da quello che all’inizio era percepito come un problema: la fermentazione si interrompeva con il freddo e ripartiva in bottiglia, creando pressione, bollicine ed esplosioni nelle cantine. Quello che sembrava un difetto è diventato la sua identità. E l’Amarone racconta una storia analoga: nasce da un Recioto lasciato fermentare più del previsto, fino a perdere la dolcezza e trasformarsi in un vino completamente diverso. È curioso vedere come, a volte, qualcosa che sembra un errore possa diventare una firma».

Ma il percorso costruito da Pagani non voleva trasformarsi in una lezione tecnica o in una collezione di etichette celebri. «L’idea era quella di provare a portare il vino al livello di un’opera d’arte. Quando un produttore ha talmente tanta personalità, sensibilità e capacità di restituire un luogo vinicolo, a un certo punto il suo vino diventa un’opera d’arte, diventa una firma, un vino d’autore. Dovevamo confrontarci con quattro vini che avessero quattro storie e quattro personaggi di grande identità e grande personalità. Ci siamo sicuramente presi qualche rischio, perché quando le cose hanno molta personalità non è detto che siano concilianti, ma credo che poi l’altissima qualità sia riuscita un po’ ad appianare i gusti delle persone».
Dal Bernard Huber Spätburgunder Alte Reben al Barolo Riserva di Lorenzo Accomasso, i vini diventavano così personaggi del racconto prima ancora che semplici abbinamenti.
«Il vino diventa arte quando nasce su un terroir vocato e chi vinifica è dotato di una sensibilità diversa - spiega Pagani -. Quando esiste questa combinazione il vino può diventare la restituzione di un luogo, del gesto e del tempo. E soprattutto può essere uno straordinario strumento di narrazione. Può raccontare storie che magari non sono direttamente collegate alla degustazione. Trovo nel vino una versatilità incredibile e poi ha una caratteristica bellissima: crea convivialità e accoglienza, che dovrebbero stare alla base della vita».
I parallelismi hanno finito per spingersi anche oltre il vino e l’arte, fino a immaginare artisti trasformati in sommelier.
«Il primo che mi viene in mente è Caravaggio - commenta Pagani -. Michelangelo Merisi ha sempre rappresentato molto questo aspetto. Nei suoi quadri il vino, le tavole, i frutti, i bicchieri non sono mai semplici dettagli di sfondo: diventano materia viva, quasi teatrale. Secondo me sarebbe stato un grandissimo assaggiatore di vino, uno di quelli capaci di cercare vini profondi, magari anche scomodi, ma con un’identità fortissima. E forse Claude Monet, qualcuno che ha vissuto un’epoca in cui il vino francese stava iniziando a diventare qualcosa di straordinario, elitario e ricercato. Monet probabilmente avrebbe avuto un approccio completamente diverso: più legato alle sfumature, alle sensazioni, alla delicatezza delle impressioni».
Dall’altra parte Piero Addis — artista, art director ed ex direttore del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, figura che nel corso della carriera ha curato mostre, grandi eventi internazionali e progetti culturali — amplia il discorso.
«Questo luogo ospita molta arte, che va dal Cinquecento fino ai moderni, con grandi maestri che la Fondazione ha saputo valorizzare. E in un momento di incertezza come quello che stiamo vivendo avere qualche piccola certezza che ci arriva dalla bellezza secondo me ci dà una speranza. La bellezza può sempre offrire qualcosa».
Per Addis il rapporto tra arte, vino e cibo nasce da una stessa attitudine. «Possiamo utilizzare tutta la velocità che ci offre la tecnologia e tutto quello che è contemporaneo per imparare anche a godere della lentezza. Vino, arte e cibo hanno moltissimo in comune: sono forme di bellezza che implicano manualità, creatività e ingegno nel mettere insieme gli ingredienti».
E anche lui ha un nome preciso quando si tratta di immaginare un artista seduto a tavola. «Picasso. Era un grande godereccio. C’è una storia legata a una sua compagna in Provenza, una donna che era una cuoca straordinaria e aveva creato un luogo dove si mangiava benissimo. Picasso amava quel mondo, il piacere della tavola, della convivialità. Secondo me sarebbe stato un grande gastronomo, forse persino un critico gastronomico o uno di quegli ispettori che entrano in un ristorante e in pochi minuti capiscono se dentro c’è davvero anima».

Dietro tutto questo, però, c’era anche un’altra idea: utilizzare la cultura come luogo dove le relazioni nascono in modo spontaneo. È qui che rientra la filosofia di Rezzonico, raccontata dal CEO Corrado Coltella. «Partiamo da un’opportunità di relazioni, quindi di business. Lo diciamo senza nasconderci dietro una finta ipocrisia, però il punto non è creare incontri forzati o pianificare un risultato preciso. La parola chiave è «non forzato». Si mettono insieme persone diverse — imprenditori, investitori, professionisti, architetti — e si osserva quello che nasce».
«È un po’ come frequentare una materia umanistica all’università - conclude Coltella -. Nell’immediato magari non produce un risultato concreto, ma allarga gli orizzonti. E spesso sono proprio quegli orizzonti, magari mesi o anni dopo, a creare qualcosa di importante».


