L'approfondimento

Dai cellulari in Ticino ai social in Austria: la nuova era dei divieti per i minori

Gli algoritmi creano dipendenza, come ad esempio il consumo di alcol? E quali piattaforme, nello specifico, andrebbero vietate? Proviamo a fare chiarezza
©Joshua A. Bickel
Marcello Pelizzari
30.03.2026 19:30

Riavvolgiamo il nastro: venerdì, il Governo austriaco ha annunciato la volontà di introdurre un divieto di accesso ai social media per tutti i minori di 14 anni, sulla falsariga di quanto deciso, a suo tempo, dall'Australia e sulla scia di Paesi come Spagna, Regno Unito e soprattutto Francia, con un disegno di legge analogo che verrà votato domani, martedì, in Senato dopo una prima approvazione in Assemblea nazionale, la camera bassa del Parlamento francese. Vienna, nello specifico, entro la fine di giugno presenterà misure specifiche per la protezione dei giovani dai rischi legati all'utilizzo delle piattaforme.

Il vice-cancelliere e ministro dei Media, Andreas Barbler, al riguardo è stato piuttosto netto. Se non tranciante: «Ciò che non tollereremmo dai nostri figli di persona, non dovremmo accettarlo nemmeno nel mondo digitale». Attenzione, non si tratterà di un divieto tout court, a detta di Barbler: da un lato, serviranno «regole chiare per le piattaforme» e, dall'altro, andrà potenziata la cosiddetta «alfabetizzazione mediatica».

Quel no ticinese ai telefonini

La questione, evidentemente, è importante. E fa discutere. Si riallaccia, a suo modo, anche al divieto di utilizzare smartphone, smartwatch e tablet in Ticino, esteso a tutta la scuola dell'obbligo e in vigore da oggi. In Austria, il segretario di Stato nonché responsabile della digitalizzazione, Alexander Pröll, venerdì ha parlato di una «giornata storica per i bambini e i giovani». Di più, nel motivare la necessità di introdurre un divieto ha spiegato che un giovane, in media, trascorre «a volte sei, sette, otto ore al giorno sui social media». Di qui «il rischio significativo di dipendenza» e la necessità di «intervenire con urgenza». Anche perché, ha aggiunto Pröll, «il 76% delle ragazze in Austria afferma che i social media influenzano la percezione della propria bellezza».

A tal proposito, la sentenza della giuria di Los Angeles, che ha accusato Google e Meta di aver sviluppato consapevolmente piattaforme che creano dipendenza, rappresenta un precedente importante su cui, appunto, i Governi possono e potranno costruire strategie per limitare l'uso dei social. Il caso di Kaley G.M., la giovane a cui è stata diagnosticata una depressione scaturita dai contenuti visionati su Instagram e YouTube, è solo uno tra migliaia, ma come detto apre le porte a nuove, importanti, riflessioni. E decisioni.

Come vietare l'alcol

Pröll, rimanendo all'Austria, ha tracciato un paragone con altre misure di tutela dei minori. Fra cui quelle più classiche, come il divieto di vendita di alcolici. Non tutti, in ogni caso, hanno apprezzato la mossa di Vienna. Anzi, organizzazioni come l'UNICEF temono che divieti generalizzati possano escludere i minori da importanti spazi e contenuti informativi e comunicativi. Altri, invece, hanno sottolineato che piattaforme come YouTube offrono pure video di comprovata qualità. Pröll, dal canto suo, ha ribadito che il Governo austriaco vuole concentrarsi su Instagram, TikTok e Snapchat, i cui algoritmi incoraggiano fortemente l'utilizzo promuovendo, quindi, una forma di dipendenza.

In Francia, la politica non sembra aver (ancora) trovato la quadra: il testo inizialmente approvato dall'Assemblea Nazionale, per dire, stabiliva che «l'accesso a un servizio di social network online fornito da una piattaforma è vietato ai minori di quindici anni». Una formulazione molto ampia modificata in commissione al Senato, su iniziativa della senatrice centrista Catherine Morin-Desailly. Il suo emendamento, adottato all'unanimità, punta a distinguere fra due tipologie di piattaforme: quelle dannose per lo «sviluppo fisico, mentale o morale» del minore e tutte le altre. Per le prime, da definire tramite decreto ministeriale, il divieto sarà totale, con verifica dell'età. Per le seconde, sarà invece richiesto il consenso preventivo di almeno un genitore per l'iscrizione prima dei 15 anni. Così Morin-Desailly: «Esistono social network potenzialmente pericolosi per i loro contenuti e il loro modello; questi devono essere vietati. Ma esistono anche social network privi di un modello algoritmico tossico. Questi possono essere autorizzati a discrezione dei genitori».

Buoni e cattivi

Buoni e cattivi, dunque. Lo stesso Pröll ha ammesso, fra le righe, che sarà piuttosto complicato stabilire quali piattaforme vietare e quali, invece, consentire. «La volontà politica c'è: faremo tutto il possibile per realizzare questo cambiamento» ha comunque garantito il segretario di Stato. Altro punto, concludendo: la maggior parte delle piattaforme social ha sede al di fuori dell'Unione Europea. Sarà pertanto possibile attuare simili divieti o, meglio, vederli concretamente applicati? Austria e Francia provano ad aprire la strada, in anticipo rispetto all'UE. «Credo che sia nostro dovere, nei confronti dei bambini e dei giovani, trovare una soluzione il più rapidamente possibile» ha affermato Pröll. 

In definitiva, il paragone tra i social e l’alcol tracciato da Vienna non è una provocazione, ma una presa d’atto: siamo di fronte a sostanze che creano dipendenza, vendute in un mercato a lungo privo di licenza. Resta da capire se i Governi europei avranno la forza di erigere barriere e se siano efficaci o se, come spesso accade, ci ritroveremo a rincorrere l’ennesimo aggiornamento di un sistema progettato per essere, per sua stessa natura, inarrestabile.

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