L'approfondimento

«Un progetto di IA utile? Spesso è il meno spettacolare»

Automatizzare un compito ripetitivo, ogni giorno: per Artificialy è questo il segno di un progetto di IA riuscito – Il resto è dimostrazione
©Wright Studio
Marcello Pelizzari
03.10.2026 06:00

Un aeromodello. E un aereo di linea. Artificialy, azienda luganese presente nella delegazione ticinese all’AI+X Summit di Zurigo, usa un parallelismo per spiegare come mai, oggi, tanti progetti di intelligenza artificiale si bloccano a metà strada. «Per l’aeromodello la sfida è una sola: farlo volare» ci spiega Christian Pala, senior NLP engineer in seno all’azienda fondata nel 2020. «Per un aereo di linea il volo è solo il punto di partenza». Dietro, infatti, ci sono la sicurezza dei passeggeri, i protocolli in caso di guasto, le norme, le certificazioni. Di più, un aereo di linea deve funzionare sempre. Non solo una volta.

Quel 5% di risposte sbagliate

L’IA, insomma, è come l’aereo di linea citato. In laboratorio, un modello è considerato ottimo se risponde correttamente nel 95% dei casi. «In azienda, però, chi lo usa ogni giorno ricorda le 5 risposte sbagliate, soprattutto quando arrivano senza preavviso». Il punto, a ben vedere, è proprio questo. Le persone formulano richieste (anche) in maniera imprevista e imprevedibile. Di qui la domanda: che cosa possiamo affidare all’intelligenza artificiale e che cosa, invece, deve sottostare a regole fisse e verifiche, diciamo pure persone? Un utilizzo quotidiano in azienda non è solo «una questione tecnologica».

La sovranità digitale

A Zurigo, uno dei fili conduttori del workshop ticinese era la sovranità digitale. Per Artificialy, avere e mantenere il controllo sui propri dati e sui propri modelli significa «poter rispondere a tre domande: dove finiscono le informazioni, chi decide quando il sistema cambia e che cosa succede se il fornitore modifica le condizioni». La prima, leggiamo, «è una questione di responsabilità: con la legge sulla protezione dei dati, un’organizzazione resta responsabile delle informazioni di clienti e dipendenti anche quando le affida a terzi. La seconda è meno evidente: un modello offerto come servizio può essere aggiornato o ritirato in qualsiasi momento, e chi aveva verificato che funzionasse in un certo modo si ritrova a ricominciare da capo. La terza riguarda la dipendenza, con costi e continuità del servizio nelle mani di altri».

L’esempio concreto arriva proprio da Bellinzona. Il sistema di traduzione sviluppato con il Centro sistemi informativi del Cantone si basa su Apertus, la risposta elvetica a Big Tech, ed è ospitato nei data center cantonali. «I testi restano all’interno dell’infrastruttura dell’amministrazione e il Cantone può decidere autonomamente come adattare, valutare e aggiornare il modello».

Il capitolo PMI

Pala, a Zurigo, ha ribadito una volta di più di voler avvicinare le piccole-medie imprese, le cosiddette PMI, all’IA. Come? O meglio: quali errori bisogna evitare per far sì che questo avvicinamento avvenga in maniera ottimale? Uno su tutti: partire dalla tecnologia e cercare il caso d’uso che la soddisfi. «Anche se questo processo sembra sensato, raramente porta valore aggiunto». Meglio chiedersi che cosa si vuole migliorare. Solo dopo arriva la vera complessità: serve un grande modello linguistico? Meglio il cloud o un’infrastruttura interna? La ricetta, secondo Artifcialy, è questa: individuare un problema concreto, un modo per misurare il successo (tempo risparmiato, fatturato, benessere dei dipendenti), sviluppare e testare un primo caso piccolo. Se funziona, si allarga.

Questa ricetta, in sostanza, consente la distinzione fra un progetto utile e una moda passeggera, chiamiamola così. L’utilità, verrebbe da dire, si nasconde fra le pieghe della ripetitività. I progetti utili sono anche i meno spettacolari, poiché «automatizzano un compito circoscritto e ripetitivo, ma lo fanno ogni giorno. Quelli di moda producono una bella dimostrazione, ma poi si fermano lì».

IA visibile o no?

E qui viene il punto: l’IA, in azienda, deve vedersi oppure no? Lo strumento il meno possibile, chiosa Artificialy: deve essere integrato nei programmi che si usano già. Il suo contributo, invece, deve restare visibile. Chi lavora deve sapere quando un risultato è stato prodotto dall’IA, su che cosa si basa e dove può sbagliare. «Un’IA di cui non si capisce il ruolo, infatti, rischia di essere accettata senza controllo. Oppure di non essere accettata affatto». E allora, invece di un aereo di linea ci ritroveremmo con un aeromodello.

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