Il reportage

Volare pulito senza dipendere da Hormuz: la via svizzera al SAF nasce dal sole

Viaggio nell'impianto DAWN di Jülich, dove Synhelion trasforma scarti agricoli e raggi solari in syngas e poi in cherosene per l'aviazione commerciale
© Synhelion
Marcello Pelizzari
28.05.2026 06:00

Anche dal nulla, inteso come vuoto geografico o se preferite non-luogo, può nascere qualcosa di grande. E importante. Synhelion ricava energia, o meglio carburante, dal sole. Hai detto poco, di questi tempi. La promessa, di fatto, è realtà: far volare aeroplani commerciali con cherosene sostenibile. Ricavato, appunto, concentrando i raggi solari in un singolo punto e ottenendo syngas, una miscela di idrogeno e monossido di carbonio. «Crediamo fortemente in ciò che facciamo e in un futuro all’insegna di un trasporto, aereo ma non solo, davvero sostenibile» spiega Simon Dieckmann, general manager di Synhelion, durante la nostra visita all’impianto DAWN di Jülich, in Germania, nel citato nulla racchiuso nel triangolo formato da Aquisgrana, Düsseldorf e Colonia, terra di mezzo un tempo dominata dall’estrazione di carbone e oggi – sembra un paradosso ma non lo è – in piena trasformazione e transizione energetica. Basti pensare alla presenza, massiccia, di pale eoliche, in netto contrasto con le tante colline sorte sfruttando gli scarti legati all’estrazione di carbone. Terra di mezzo che Synhelion, azienda svizzera nata (citiamo) da una «pazza idea» all’interno del Politecnico federale di Zurigo, ha scelto per dimostrare al mondo il potenziale di questa tecnologia.

© Synhelion
© Synhelion

La questione del carburante sostenibile o SAF, considerando l’attuale contesto geopolitico, le strozzature a livello di approvvigionamento di cherosene «classico» e l’aumento del prezzo del cosiddetto jet fuel, è di stretta, strettissima attualità. Synhelion, per intenderci, può essere l’alternativa pulita – e lontana dai nervosismi attorno a Hormuz – al petrolio. Una rivoluzione, al netto di questioni centrali come la scalabilità e l’investimento necessario per trasformare una tecnologia del genere in uno standard operativo. «Non siamo gli unici a produrre SAF – prosegue il nostro interlocutore – ma crediamo che la nostra sia la soluzione più vantaggiosa e, ancora, quella più promettente». Quella, aggiungiamo noi riprendendo le parole del ticinese Gianluca Ambrosetti, co-fondatore e co-amministratore delegato di Synhelion, che può spezzare una volta per tutte il legame, pericoloso, fra approvvigionamento e tensioni geopolitiche. «I carburanti sintetici creano resilienza energetica» ha scritto non a caso Ambrosetti su LinkedIn in questi giorni, durante le celebrazioni per il decimo anno di attività della sua creatura. E questo perché, banalmente, i combustibili sintetici possono essere prodotti dove necessario e, di nuovo, non dipendono dalle catene globali, sempre più fragili.

Non siamo gli unici a produrre SAF ma crediamo che la nostra sia la soluzione più vantaggiosa e, ancora, quella più promettente
Simon Dieckmann, general manager di Synhelion

Dieckmann, durante il nostro percorso all’interno di DAWN, si prodiga in spiegazioni. Gli chiediamo di mostrarci l’intero processo – da biomasse a barili di carburante – come fossimo bambini di cinque anni. Sorride, ma comprende perfettamente la richiesta di semplicità. Quindi, con pazienza, attacca con lo «spiegone». Partiamo da qui: Synhelion prende due cose che abbiamo già intorno a noi — scarti agricoli e luce del sole — e le utilizza per fabbricare carburante liquido. Gli scarti, attraverso un processo naturale chiamato digestione anaerobica, diventano biogas: una miscela di metano e anidride carbonica. Nel frattempo, centinaia di specchi fanno convergere i raggi solari verso una torre, dove un ricevitore concentra tutto quel calore fino a superare i 1.200 gradi centigradi. Quando il sole non basta, entra in gioco un riscaldatore elettrico a gas alimentato da elettricità rinnovabile. Il calore in eccesso, attenzione, non si spreca: viene conservato in un sistema di accumulo termico proprietario, dieci volte più economico delle batterie, che permette agli impianti di lavorare giorno e notte per circa 8 mila ore l’anno.

Ora, il passaggio chiave. Quel calore, altissimo, alimenta un reattore termochimico dove le molecole di biogas e acqua vengono riorganizzate in syngas, una miscela di idrogeno e monossido di carbonio. Il syngas è la chiave. Universale, verrebbe da dire: con metodi industriali standard viene liquefatto diventando cherosene per aerei, diesel per navi e camion, benzina per le auto. La cosa bella, aggiunge Dieckmann, è che parliamo di carburanti drop-in. Ovvero, funzionano nei motori e nelle infrastrutture che già esistono, senza modifiche necessarie.

Non finisce qui, giacché l’intero percorso è all’insegna della neutralità climatica. Riassumiamo al massimo: le emissioni emesse da un aereo alimentato da carburante Synhelion non sono «nuove». Sono quelle che le piante avevano assorbito dall’atmosfera mentre crescevano e che, in seguito, sono finite negli scarti agricoli usati come materia prima. Il ciclo, insomma, è chiuso: viene liberata tanta CO2 quanta ne era stata catturata a monte, senza estrarre nuovo carbonio fossile dal sottosuolo e, di riflesso, senza aggiungere anidride carbonica nell’atmosfera. Di più, l’energia che muove tutto il processo, sole o elettricità da altre fonti rinnovabili, è priva di emissioni nette.

© Synhelion
© Synhelion

A Dieckmann, mentre saliamo in cima alla torre, accompagnati dal vento, confessiamo di soffrire un po’ di vertigini. «Ma la vista, da quassù, è magnifica» afferma. Magnifica e rivelatrice. Il general manager di Synhelion, prima di farci entrare nella stanza che funge da dietro le quinte del ricevitore, punta il dito verso una collina. È incredibilmente grande. Ed è, ci spiega, artificiale: è nata sfruttando gli scarti della miniera di Hambach, una voragine di circa 45 chilometri quadrati e divenuta simbolo, a suo modo, della Renania. È la più grande miniera di carbone del Paese e, in assoluto, la più grande a cielo aperto d’Europa. Uno schiaffo alla transizione energetica, pensiamo, anche in virtù delle centrali elettriche alimentate da questo combustibile fossile costruite nella regione negli anni. «Ma guardate, anche, quante pale eoliche ci sono» fa notare Dieckmann. Passato, presente e futuro, in questo angolo di Germania e di mondo, convivono. Quasi a suggerire che quella voragine, un domani, sarà soltanto un sito museale.

La rotta, d’altro canto, è tracciata: Synhelion, fra la fine del 2027 e l’inizio del 2028, aumenterà le sue capacità produttive grazie all’ampliamento del sito di Jülich. Le fasi successive, invece, prevedono l’apertura di un secondo impianto entro il 2030 e, successivamente, la scalabilità vera e propria con l’avvio di nuovi impianti nel mondo. «Investendo le somme giuste, un domani avremo carburanti sostenibili a un euro al litro» aveva confidato lo stesso Ambrosetti in un’intervista al Corriere del Ticino mesi fa. Chiudiamo con un dato: raggiunta la scalabilità, i costi di produzione per Synhelion si assesteranno al di sotto dei mille euro per tonnellata. A dirlo è uno studio indipendente validato da DNV. Prima di lasciare Jülich, allunghiamo il viaggio fino alla miniera di Hambach. Lungo il perimetro, sono stati allestiti dei punti di osservazione. Lo spettacolo, di per sé, è spettrale. In lontananza, il rumore degli aerei che decollano dall’aeroporto di Düsseldorf ci ricorda il motivo della nostra visita. Volare pulito è possibile, in fondo basta solo volerlo.