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Europa / Romania

Un paese, due storie

Dalla Valacchia, per secoli sotto l’influenza turca, alla Transilvania, dominata dall’Ungheria e dall’Austria con forti radici nella cultura tedesca. Un itinerario che da Bucarest, la Parigi dei Balcani, ci porta al confine con l’Ucraina.
Giò Rezzonico
21.09.2025 12:00

Itinerario

Settembre 2025

  • 1° giorno      Zurigo- Bucarest
  • 2° giorno      Bucarest - Curtea de Arges - Ramnicu Valcea
  • 3° giorno      Ramnicu Valcea - Cozia - Sibiu - Hunedoara - Alba Iulia
  • 4° giorno      Alba Iulia - Turda - Cluj Napoca - Sighetul Maramatiei
  • 5° giorno      Sighetul Maramatiei - i villaggi e le chiese del Maramures - Bistrita
  • 6° giorno      Bistrita - i monasteri della Bucovina - Bistrita
  • 7° giorno      Bistrita - Sighisoara - Brasov
  • 8° giorno      Brasov - Bran - Sinaia - Bucarest
  • 9° giorno      Bucarest – Zurigo

 

 

 

Durata del viaggio: 9 giorni

Organizzatore: Kel12

 

  

Un viaggio di grande interesse attraverso un paese ricco di cultura e di splendidi paesaggi, con vicende storiche travagliate e differenti a seconda delle sue regioni. La Valacchia (al sud) e la Moldavia (all’est) sono state caratterizzate da una forte influenza dell’impero ottomano, mentre la Transilvania (al centro) è stata soggetta al dominio ungherese e austriaco. Una terra, quella romena, contesa per secoli da potenti imperi, prima di raggiungere la propria indipendenza. Un paese nel quale sono ancora fortemente presenti testimonianze delle diverse vicende storiche del passato lontano, ma anche di quello vicino legato in particolare al periodo comunista.

Dopo la visita di Bucarest il nostro viaggio si addentra nel paese lungo un itinerario circolare che si svolge da sud a nord e viceversa, attraversando la Valacchia e i ridenti altipiani della Transilvania e della Bucovina, per poi tornare dopo una settimana nella Parigi dei Balcani, passando per la fortezza di Bran, nota come il castello di Dracula, e per Sinaia, la residenza dove la famiglia reale trascorreva l’estate.

 

Bucarest, Parigi dei Balcani

È difficile afferrare l’anima di Bucarest. Il suo patrimonio culturale è infatti stato plasmato dalla sua storia, sempre in bilico fra Oriente e Occidente, ma con una forte propensione verso quest’ultimo. I primi documenti che attestano la nascita della città risalgono al 1459, durante il regno di Vlad l’impalatore, che diede origine, come vedremo più avanti, al mito di Dracula. L’impero turco, che controllava questo territorio attraverso principi locali «fedeli» al sultano, per meglio esercitare la propria influenza decise nel 1659 di portare la capitale a Bucarest, affinché fosse il più possibile vicina all’impero.

Visitando la città ci si rende conto di come la sua evoluzione architettonica sia testimone della complessità storica di questa metropoli con oltre 2 milioni di abitanti.

L’epoca medievale è caratterizzata dallo stile bizantino, rappresentato soprattutto da edifici di culto. Rimangono poche testimonianze del Settecento, periodo durante il quale l’influenza turca si fece sentire in modo pesante. Ma quando, in seguito, la morsa del sultano si allentò, iniziò la costruzione di imponenti palazzi in stile neoclassico, prendendo come modello soprattutto la Francia e la sua prestigiosa capitale. Durante questo periodo, caratterizzato anche da piacevoli testimonianze dello stile Liberty, soprattutto fra le classi sociali più elevate si impose in Romania la lingua francese. Gli anni tra le due guerre mondiali furono contraddistinti da un notevole sviluppo economico, connotato da un’architettura monumentale razionalista (fascista). Il modello stalinista si impose invece negli anni Cinquanta con l’avvento del comunismo. Durante la sua dittatura (1965-1989) Ceausescu ordinò la distruzione di un quinto del centro storico per fare posto a nuove costruzioni, frutto di un’architettura priva di stile e poco elegante, ispirata dai paesi comunisti asiatici. Emblema di questo nuovo modello è la faraonica Casa del Popolo, il secondo edificio pubblico più grande al mondo dopo il Pentagono, risultato di una politica sempre più improntata al culto della personalità. Questo edificio, unitamente ai palazzi che si affacciano sulla prospiciente piazza, avrebbe dovuto accogliere tutta l’amministrazione dello stato, così da agevolarne il controllo da parte di Ceausescu. I dignitari del regime si sarebbero invece dovuti stabilire lungo il viale dell’Unione. Un’ampia arteria (più larga dei Champs-Élysées parigini), che collega questa nuova parte di città con il centro storico.

Ceausescu non vide mai la fine dei lavori di questo suo progetto megalomane, perché fu fucilato il 25 dicembre del 1989, pochi giorni dopo l’inizio della rivoluzione che lo destituì. Il suo megapalazzo fu comunque portato a termine dai suoi successori. Oggi ospita il parlamento, che fino al 1997 ebbe sede in un antico edificio situato accanto all’imponente chiesa ortodossa del patriarcato, che domina una collina (situata sul lato sud del viale dell’Unione di Bucarest), considerata il cuore dell’ortodossia romena.

Dal lato nord di via dell’Unione si accede invece al quartiere più antico e pittoresco della città, testimone della Bucarest medievale, ricco di stretti vicoli, che si sviluppano attorno a via Lipscani. È qui che possedevano le loro botteghe i negozianti che acquistavano le merci a Lipsia (da qui il nome della via). Spostandosi più a nord si raggiunge Piazza della Rivoluzione, centro pulsante della vita cittadina con i suoi palazzi del Sette e Ottocento. Nel dicembre del 1989 fu epicentro dei disordini che portarono in pochi giorni al rovesciamento del regime di Ceausescu. Sui muri di molti palazzi si notano ancora i segni lasciati dalle pallottole esplose durante quei tragici avvenimenti.

 

Dalla Valacchia alla Transilvania

Lasciamo Bucarest per iniziare il nostro percorso circolare che ci riporterà nella capitale tra una settimana. La prima tappa prevede la visita della cittadina di Curtea de Arges. Fu capitale della Valacchia prima che i turchi spostassero l’amministrazione del paese a Bucarest. Il suo monastero è di notevole importanza storica, in quanto è il sacrario della famiglia reale, fondatrice dello stato romeno nato nel 1859 dall’unione tra la Valacchia e la Moldavia. La chiesa accoglie infatti le salme di due sovrani molto amati in patria: Carlo I (1839-1914), discendente della dinastia degli Hohenzollern, con la moglie Elisabetta, e Ferdinando I (1865-1927) con la moglie Maria. L’edificio religioso, di origine cinquecentesca, che servì da modello per altre chiese presenti nel paese, fu distrutto nell’Ottocento da un devastante incendio. I restauri furono affidati a un architetto francese, che lasciò intatta la struttura esterna ricca di arabeschi, mentre stravolse gli interni con decorazioni ispirate alle tradizioni dell’arte valacca e moldava.

Poco distante sorge una perla dell’architettura romena: l’elegante chiesa trecentesca di San Nicola, in puro stile bizantino con affreschi della stessa epoca.

Proseguiamo verso la Transilvania percorrendo la pittoresca valle del fiume Olt. Situato in posizione strategica, circondato dalle montagne dei Carpazi, visitiamo il monastero di Coza, noto per i suoi splendidi affreschi trecenteschi. Oltrepassati i Carpazi meridionali, viaggiando sempre in direzione nord, entriamo nell’altopiano della Transilvania.

 

Due regioni due storie diverse

Giunti a questo punto, per capire la Romania, è doveroso aprire una breve parentesi, perché le regioni che visitiamo durante il nostro viaggio, Valacchia e Moldavia da una parte e Transilvania dall’altra, sono caratterizzate da vicende storiche molto diverse tra loro. La Valacchia e la Moldavia, come abbiamo già visto, hanno infatti subito una forte influenza turca, che si è protratta dal XV secolo fino alla proclamazione dell’indipendenza e alla creazione di un piccolo stato romeno nel 1859. La Transilvania, per contro, dopo essere stata soggetta per diversi secoli agli Ungheresi, ha subito anch’essa la dominazione turca dal 1541 al 1699. Dopo di che è finita sotto l’autorità dell’impero austriaco e dal 1867 di quello austro-ungarico, con maggiore influenza ungherese. Per unirsi alla Valacchia e alla Moldavia e creare il grande stato romeno ha dovuto attendere fino alla fine della prima guerra mondiale, che ha decretato la scomparsa degli imperi.

Durante il Medioevo i dominatori ungheresi per proteggersi dalle incursioni dei turchi e assicurare lo sviluppo economico della regione colonizzarono la Transilvania con comunità tedesche, provenienti soprattutto dalla Sassonia e dal Lussemburgo. La loro presenza è documentata sia dall’architettura laica, sia da quella religiosa, con forti influenze della cultura tedesca. Le loro chiese nacquero dapprima come cattoliche, riccamente affrescate, per poi diventare protestanti e spoglie dopo la Riforma. La presenza della comunità tedesca si è molto ridotta nel corso dei secoli, soprattutto durante la dittatura comunista. Le città mantengono comunque il nome teutonico, accanto a quello ungherese e romeno. Tra le più belle che visiteremo durante il nostro itinerario, Sibiu, Sighisoara e Brasov sono di origine sassone.

 

Sibiu e Alba Iulia

Sibiu fu in effetti colonizzata dai Sassoni con il nome di Hermannstadt nel XII secolo. Risorta nel XIII secolo, dopo essere stata distrutta dai Tartari, è una delle più belle città romene, se non la più bella. All’interno delle fortificazioni meglio conservate del paese conserva un’architettura medievale. Le case che si affacciano su strette viuzze paiono piccole fortezze e i loro tetti sono interrotti da finestre a forma di occhio. Ma è ricca anche di testimonianze di epoche successive con palazzi barocchi e la chiesa evangelica edificata in diverse fasi e nata in un primo tempo per il culto cattolico.

Il centro storico si articola attorno a due piazze, comunicanti tra loro. Nella Piazza Grande, caratterizzata da imponenti palazzi, si svolgeva la vita pubblica: fiere, mercati, processi, e pure esecuzioni. Sulla più raccolta e pittoresca Piazza Piccola si affacciavano invece le botteghe e i laboratori dei mercanti e degli artigiani.

Proseguiamo il nostro itinerario in direzione di Alba Iulia, ma con una deviazione per visitare il castello di Hunedoara. Con le sue torri dai tetti rossi appuntiti rappresenta il prototipo della roccaforte medievale. Sorge su una collina che controlla l’accesso in città. Una città spettrale, capoluogo di una regione ricca di miniere di ferro, con enormi fabbriche metallurgiche dismesse dopo la caduta del regime comunista e tuttora in stato di abbandono. Il quattrocentesco castello, ben restaurato, testimonia invece i tempi della dominazione ungherese. Fu edificato da Giovanni Corvino, noto per aver sconfitto i turchi in battaglia e per la sua dedizione alla corona ungherese. Incontreremo la sua tomba nella chiesa cattolica di Alba Iulia, prossima tappa del nostro itinerario.

Fiore all’occhiello di questa città è la sua fortezza barocca eretta all’inizio del XVIII secolo dalla monarchia asburgica, allora al potere, per proteggersi dalle incursioni dei Turchi. Fu progettata a stella, sul modello ideato da Vauban, l’ingegnere militare di re Sole, e circondata da un profondo fossato su un perimetro di 12 chilometri. Al suo interno, oltre a monumenti, musei, reperti archeologici dell’epoca romana, ospita due cattedrali: una cattolica e una ortodossa, molto importanti per la storia del paese. Quella duecentesca, cattolica, di origini tardo romaniche ma in stile gotico all’interno, divenne il sacrario delle famiglie ungheresi, che per secoli dominarono la Transilvania. Tra i sepolcri troviamo anche quello di Giovanni Corvino, che avevamo incontrato al castello di Hunedoara.

Alba Iulia è però considerata anche la capitale spirituale della Romania per due eventi storici. Il primo perché fu all’interno di questa fortezza che, al termine della prima guerra mondiale, il 1° dicembre 1918 (giorno di festa nazionale) la Grande Assemblea Nazionale votò all’unanimità l’unione della Transilvania con la Romania. Il secondo perché nel 1922 fu costruita una cattedrale in stile greco-ortodosso per celebrare questa unione con l’incoronazione di Ferdinando I come primo sovrano della Grande Romania.

 

La magia del Maramures

Quattro ore di automobile ci separano dalla regione montana del Maramures, al confine con l’Ucraina, famosa soprattutto per le sue chiesette in legno riccamente affrescate.

Lungo il tragitto merita una sosta la visita delle miniere di sale a Turda. Attive fin dal tempo dei Romani, molto apprezzate dai monarchi ungheresi, vennero chiuse nel 1930 e trasformate in seguito in museo. Durante la visita ci si immerge nel cuore della montagna tramite corridoi scavati nel sale e ascensori che sembrano scendere agli inferi, tra enormi pareti bianche.

Sempre lungo il percorso che ci porta nel Maramures è consigliabile un’altra sosta a Cluj-Napaca, seconda più grande città della Romania e storica capitale della Transilvania nell’Ottocento e all’inizio del Novecento, che nel grazioso centro storico accoglie una delle più belle chiese gotiche romene, costruita tra il XIV e il XV secolo.

Giungiamo finalmente a Sighetu Marmutei, capitale del Maramures. Attira la nostra attenzione, proprio nel centro città, un Memoriale dedicato alle vittime del comunismo, allestito all’interno di una prigione di massima sicurezza, dove vennero imprigionati, torturati e anche eliminati tra il 1948 e il 1963 molti dissidenti politici. Poco distante ci colpisce un’altra testimonianza dei periodi bui del Novecento: la residenza dello scrittore premio Nobel per la pace Elie Wiesel, deportato durante la seconda guerra mondiale nei campi di concentramento tedeschi assieme ad altri 14 mila ebrei della regione, che nel suo libro «La notte» racconta di quella terribile prigionia.

Queste truci testimonianze del passato contrastano con la dolcezza degli scenari campestri di questa bucolica regione, che ha conservato un forte senso della propria identità contadina. Il paesaggio è scandito da pittoreschi villaggi con le case in legno, dai quali spuntano le guglie dei campanili di graziosissime chiesette, pure in legno, costruite per la maggior parte nel Settecento, dopo un’invasione tartara che rase al suolo intere borgate. Circondati solitamente dal cimitero, al quale si accede da una porta in legno riccamente decorata, questi edifici religiosi rispettano la struttura tipica del culto ortodosso. Da un porticato si accede al pronao, riservato alle donne e affrescato con soggetti più «terreni» ispirati dalla cosiddetta «chiesa militante». Si passa quindi al locale successivo, il nao, che accoglieva gli uomini, con dipinti più «spirituali», raffiguranti una «chiesa trionfante». Una parete, iconostasi, con al centro una porta, separa lo spazio accessibile unicamente ai sacerdoti, dove si trova il dipinto dell’Ultima cena.

L’edificazione delle chiesette era compito degli abitanti del villaggio e gli affreschi, spesso molto naïf, erano affidati ad artigiani locali. I dipinti avevano un chiaro scopo didattico, testimoniato anche dal fatto che venivano realizzati in forma di fumetto, con le scritte che fuoriescono dalle bocche dei protagonisti.

Questa regione propone ai visitatori un’altra esclusiva curiosità: il cosiddetto «cimitero allegro» di Săpânța Una miriade di croci blu, disposte in fila geometrica, raccontano in modo scanzonato, salvo per coloro che hanno subito una morte violenta, le vite dei sepolti attraverso immagini e scritte sulle croci in legno. Questo cimitero, iniziato negli anni Trenta del Novecento da un pittore poeta locale, sembra trovi le proprie origini in un’antica credenza dacia, secondo la quale la morte non deve essere temuta, ma celebrata come un passaggio a una vita migliore.

 

I monasteri della Bucovina

Dalla regione del Maramures ci trasferiamo in Bucovina, attraversando un incantevole scenario montano scandito da valli e popolato da boschi di faggio e di abete. Su questo territorio si è verificata una straordinaria concentrazione di monasteri fortificati. Rappresentano un baluardo spirituale della fede ortodossa in una regione che doveva difendersi dall’espansionismo musulmano, particolarmente minaccioso nel corso del XV e XVI secolo. Una minaccia che spinse molti sacerdoti a rifugiarsi in questa regione nel cuore dei Carpazi. La popolazione locale era molto legata a questi monasteri che offrivano loro protezione durante gli attacchi dei nemici. A rendere attrattivo e ricco questo territorio era la sua posizione geografica sulla via commerciale che collegava il Mar Baltico al Mar Nero. Una ricchezza che spiega l’utilizzo di materiali costosi, come il lapislazzuli per ottenere il colore blu, nella decorazione di questi conventi. Il fatto poi di essere posizionati lungo una via commerciale portò gli artisti locali a intrattenere contatti con colleghi di altre culture, la cui influenza si nota negli affreschi, che fondono la ieracità della pittura bizantina con la vivacità dell’arte popolare influenzata da modelli occidentali, soprattutto per l’interesse dell’artista al lato umano dei personaggi rappresentati. È questa la principale prerogativa che caratterizza le chiese della Bucovina, assieme all’originalità di affrescarne anche le pareti esterne. Se i dipinti interni ricalcano il canone classico dei soggetti presenti negli edifici religiosi ortodossi, quelli esterni sono invece caratterizzati da una forte vena propagandistica contro i nemici della cristianità, soprattutto contro i Turchi e i Tartari. Un messaggio politico molto esplicito, per esempio, lo si riscontra nell’affresco che appare sulla parete sud (quelli sulle pareti nord sono solitamente stati cancellati dalle intemperie) della chiesa di Moldovita. Raffigura infatti un assedio di Costantinopoli nel quale la città si salva grazie alla religiosità dei suoi cittadini. Il messaggio era insomma molto esplicito: solo una profonda fede cristiana poteva rappresentare la salvezza di fronte al nemico. Ma il capolavoro delle opere d’arte della Bucovina è quello del Giudizio Universale rappresentato sulla parete ovest della chiesa di Voronet. Su uno sfondo blu vengono rappresentati personaggi di una tale intensità espressiva da avere spinto molti critici d’arte a parlare di Cappella Sistina dell’Europa dell’Est.

 

Sighișoara e Brașov

La trasferta dalla Bucovina, dapprima verso Sighișoara e in seguito verso Brașov, è molto piacevole perché attraversa l’armonioso altipiano della Transilvania, caratterizzato da una campagna ridente e molto coltivata, intervallata da dolci colline che ricordano i paesaggi toscani o umbri. Lungo il tragitto si attraversano numerosi villaggi con basse case unifamiliari che si affacciano sulla strada, mentre lontano, sulle colline, si intravedono le fortezze che offrivano rifugio agli abitanti durante le frequenti incursioni degli Ottomani.

Sighișoara è una graziosissima cittadina, fondata anch’essa nel XIII secolo da coloni sassoni (Schässburg è il suo nome in tedesco) con il borgo medievale appollaiato su uno sperone roccioso circondato da mura quattrocentesche. Su stretti vicoli, lastricati con le pietre del vicino fiume, si affacciano un centinaio di edifici nei colori pastello, quanti ne esistevano nel Cinquecento. Tra questi spicca la residenza gialla in cui nacque Vlad Tepes, una sorte di eroe nazionale che, come vedremo in seguito, ha ispirato il personaggio di Dracula. Attorno alla piazzetta principale sorgono gli edifici più importanti, tra cui una torre seicentesca con incorporato un orologio di fabbricazione svizzera, con un carillon che scandisce le ore muovendo delle graziose statuette in legno.

Un paio d’ore di piacevoli strade in campagna separano Sighișoara da Brașov, fondata anch’essa dai Sassoni nel XIII con il nome di Kronstadt, dopo la sua distruzione ad opera dei Tartari nel 1241. Questa città, che si contende con Sibiu il primato di bellezza, era situata sull’importante via commerciale che collegava l’Ungheria alla Valacchia. Nel Cinquecento era particolarmente all’avanguardia disponendo di una stamperia e di una fabbrica di carta, che le permisero di pubblicare un primo libro stampato nel 1559. Nel 1689 fu completamente distrutta da un terribile incendio, dopo di che venne proibita la costruzione di case in legno. Ciò nonostante il centro storico ha conservato un tipico carattere medievale, accanto a edifici ottocenteschi ultimi testimoni del dominio austro-ungarico. Cuore dell’animazione cittadina è la Piazza del Consiglio, dove anticamente si teneva un importante mercato, che accoglie i principali edifici pubblici. Dalla piazza parte l’attuale via della Repubblica, oggi pedonalizzata, con le sue antiche case color pastello, che anticamente ospitavano le botteghe dei negozianti e degli artigiani sassoni. Poco discosta dalla piazza principale si trova la cosiddetta Chiesa nera, il più grande edificio gotico del paese, che nacque cattolica per poi diventare protestante. Il suo nome deriva dall’incendio del 1689 che ne annerì le pareti. Interessante infine notare la multiculturalità di questa città, che nel 1930 vedeva convivere ungheresi (40 per cento), romeni (33), sassoni (22) ed ebrei (4), aderenti a diversi credi religiosi, che andavano dagli ortodossi ai cattolici, dalle varie forme di pretestantesimo all’ebraismo.

 

Il castello di Dracula

Lo spettacolare castello fortezza di Bran è abbarbicato su un promontorio roccioso in una stretta valle che collegava la Transilvania meridionale con la Valacchia. Data la sua posizione  svolgeva un importante ruolo difensivo e doganale. Oggi è considerato l’attrazione turistica più famosa della Romania perché legato al mito di Dracula. Un mito che non ha nessun legame con la realtà.

È possibile che il principe Vlad Tepes (1431-1476), che ispirò il personaggio di Dracula, abbia trascorso un breve soggiorno in questo castello mentre era in fuga dalla Valacchia inseguito dai turchi, sebbene nessun documento abbia mai attestato la sua presenza. Dracula è molto celebrato per motivi turistici. Negozi disseminati in tutto il paese vendono magliette e gadget a lui dedicati. Questo mito indispettisce però i romeni, che considerano Vlad Tepes un eroe nazionale, che ha sacrificato la sua vita per combattere i turchi e garantire l’indipendenza della Valacchia. Il mito del principe vampiro, che torturava le sue vittime e beveva il loro sangue, è scaturito da racconti quattrocenteschi e cinquecenteschi a lui ispirati, che a loro volta hanno suggerito il personaggio di Dracula allo scrittore inglese Bram Stocker nell’Ottocento. I racconti medievali si rifacevano alla leggendaria spietatezza del principe Vlad, detto l’Impalatore per via della crudele pena capitale che infliggeva ai suoi nemici. Venivano infatti trafitti da una lunga pertica appuntita che veniva infilata nell’ano per uscire dalla gola senza ledere gli organi vitali e provocando una lenta e dolorosa morte per dissanguamento. Pratica che il principe apprese in gioventù durante la prigionia in Turchia.

 

La residenza estiva dei reali

Carlo I di Hohenzollern-Sigmaringen, primo re del nuovo stato romeno nato nel 1859 dall’unione tra la Valacchia e la Moldavia, costruì la sua residenza estiva a Sinaia, una località dei Carpazi meridionali nota per il suo monastero del XVII secolo. La presenza reale consentì in seguito a Sinaia di imporsi come località esclusiva (più tardi anche sciistica), che oggi si presenta con un armonioso insieme di ville ottocentesche, accanto a case in legno color pastello e a imponenti edifici neoclassici.

Sopra il villaggio sorge il castello di Peleș, commissionato nel 1873 da Carlo I ad architetti tedeschi e austriaci e finanziato con mezzi propri, vendendo alcuni suoi possedimenti in Germania. Il suo aspetto esterno è considerato un capolavoro neorinascimentale tedesco con alcuni elementi neogotici, mentre all’interno ogni sala dell’edificio presenta invece, secondo il gusto dell’epoca, uno stile diverso. Colpisce la modernità delle sue attrezzature: disponeva, sin dall’inizio, di luce elettrica prodotta da una piccola idrocentrale, di riscaldamento centralizzato e dopo il 1900 sia di ascensori elettrici che di aspirapolvere centralizzati e di un teatrino attrezzato anche per proiezioni cinematografiche.

 

 

Per saperne di più

  • Romania e Bulgaria, Lonely Planet, Torino 2025
  • Romania, National Geographic, Milano 2024
  • Romania, Touring Club Italiano, Milano 2005
  • Florin Constantiniu, Storia della Romania, Catanzaro 2015
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