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Camerun

Tutta l'Africa in un solo Paese

Dalle foreste alle montagne, dai fiumi ai laghi, dalle dorate spiagge oceaniche ai verdi altopiani, dalla brulla savana al pre-deserto. Un paese da visitare. Perché è un continente in miniatura. Il paesaggio sembra un presepe vivente. Percorrendo strade malandate sbucano tetti in paglia di agglomerati di capanne cinte da un muro per garantire l’intimità familiare. Sulle piste s’incontrano donne in cammino verso i mercati, luoghi di socializzazione che ci permettono di capire meglio questo interessante paese. Il nostro itinerario si sviluppa al nord del paese in una regione incuneata tra la Nigeria e il Ciad, chiusa da parecchi anni ai turisti.
Giò Rezzonico
01.10.2012 12:00

Itinerario

(ottobre/novembre 2012)

  • 1° giorno Italia - Douala
  • 2° giorno Douala - Maroua
  • 3° giorno Maroua (il mercato settimanale) - Maga
  • 4° giorno Maga - Pouss (il mercato settimanale) - Wasa
  • 5° giorno Wasa - Oudjila - Col di Koza - Mokolo
  • 6° giorno Mokolo - Tourou (il mercato settimanale) - Roumsiki
  • 7° giorno Mokolo - Tourou (il mercato settimanale) - Roumsiki
  • 8° giorno Roumsiki - Mayo Plata (il mercato settimanale) - Maroua
  • 9° giorno Maroua - Douala - Parigi

Durata del viaggio: 9 giorni

Operatore turistico: Kel 12

  

  

 

 

«Un concentrato d’Africa», «Tutta l’Africa in un solo paese», «Un’Africa in miniatura»: sono gli slogan con cui si cominciava timidamente a promuovere il turismo in Camerun prima che diventasse pericoloso a causa dei conflitti religiosi. Uno stato del centro Africa, situato nel cuore del golfo della Guinea tra la Nigeria e il Congo, grande una volta e mezza l’Italia. E in effetti questo paese, salvo le dune di sabbia, propone tutte le caratteristiche tipiche del continente: dalle fitte foreste alle alte montagne con fiumi, laghi e cascate, dalle dorate spiagge oceaniche ai verdi altopiani, dalla brulla savana saheliana popolata da elefanti al pre-deserto dell’estremo nord al confine con il Ciad.

 «La sua ricchezza e la sua varietà umana e naturalistica sono immense e preziose, scrive Stefano Nori, autore della guida Polaris (Firenze 2008) su questo Paese, uniche e senza uguali in tutto il continente; perché qui un viaggio riserva tante sorprese e situazioni inaspettate; perché mille documentari e reportage televisivi non potranno mai rendere giustizia a quanto visto direttamente sul campo. Infine, perché se l’esperienza ha ancora un valore, pur avendo visitato ben 26 Stati africani, non mi sono più allontanato da questo bellissimo Paese, sin dalla prima volta in cui ci andai, nel novembre 1987». E anche perché - pensavamo noi – in un continente dilaniato da guerre e pericoli per il viaggiatore, è un’isola di pace e di sicurezza. Purtroppo, pochi mesi dopo il nostro soggiorno, la situazione è cambiata soprattutto nel nord del Paese, che da una decina di anni è considerato ad alto rischio. Un vero peccato perché noi lo abbiamo tanto amato, come Stefano Nori. Il nostro itinerario, organizzato da Kel 12, prevedeva una breve tappa a Douala, la capitale economica, per ripartire il mattino seguente verso l’estremo nord, che costituisce un triangolo incuneato tra Nigeria a ovest e Ciad a est. 

 

 

Douala, la capitale è poco attrattiva

Douala, uno dei luoghi con maggiori precipitazioni di tutto il continente, è importante per il suo porto commerciale che serve tutta l’Africa occidentale. È una città particolarmente brutta con i suoi trasandati locali e negozi in stile europeo, che ricordano i tristi periodi dell’epoca coloniale: dall’Occidente sembra infatti aver preso solo il peggio. La sera a cena incontriamo due coppie di italiani che lavorano per aziende europee. Ci raccontano dell’estrema corruzione che regna in Camerun - è considerata la nazione più corrotta al mondo - e di quanto sia sgradevole vivere in questa città, dove gli europei conducono ancora vita separata, come durante il colonialismo. In Camerun bisogna pagare per avere buoni voti a scuola, per entrare all’università, per disporre di un letto in ospedale, persino per ottenere un funerale decente. La corruzione segue abitudini e rituali, frutto di regole e norme di comportamento che condizionano la quotidianità. Ed è un vero peccato perché il Camerun dispone di un interessante potenziale economico, potendo contare sull’esportazione di caffè, cacao, cotone, banane, olio di palma, legname e petrolio. Questo paese, il cui reddito pro capite è uno dei più elevati del continente, può vantare la quasi totale autosufficienza alimentare. 

 

Voliamo a nord tra la Nigeria e il Ciad

Il nostro volo interno del mattino seguente parte puntuale. Breve sosta tecnica a Yaoundé, la capitale politica, per poi proseguire a nord verso Maroua, che raggiungiamo in un paio d’ore. Maroua, la cittadina più grande del settentrione, si presenta squadrata, con grandi viali urbanisticamente bene ordinati, con basse costruzioni e con un forte carattere di villaggio africano. La sua maggiore attrazione è costituita dal mercato centrale coperto suddiviso in due parti; una artigianale per turisti, dove si viene aggrediti dai venditori, e una per la gente del luogo, strutturata per settore di attività, dove spiccano le botteghe dei sarti. In altre zone della cittadina si possono visitare il quartiere dei fabbri, che producono oggetti riciclando ferro usato, e quello puzzolente delle concerie.

 

Piccoli regni all’interno dello Stato

Una giornata del nostro viaggio è dedicata alla visita della «Chefferie» di Oudjilla,  abbarbicata su una collina delle Mandara Mountains. Dista soltanto una cinquantina di chilometri da Maroua, ma in effetti ci scontriamo subito con uno dei mali del Camerun: le strade. Una gran parte del tragitto si svolge su un’arteria asfaltata, ma cosparsa non di buchi bensì di crateri, tanto da costringerci quasi a fermarci per superarli; le condizioni stradali sono tali da obbligarci a tenere una media di 20-25 chilometri orari. Vediamo anche camion fermi ai lati della careggiata in panne. Quando poi giungiamo alla pista che monta sulla collina, le nostre 4x4 stentano a salire, tanto è cosparsa di sassi. Forse a piedi saremmo più veloci, ma i raggi del sole sono troppo cocenti. Sulla strada incontriamo diversi villaggi costituiti da assembramenti di «saré», cioè di capanne rotonde collegate tra loro per ospitare un nucleo familiare. Con i loro tetti in paglia e i muri in mattoni di banco (costituiti di terra, paglia e sterco di animale) sembrano appartenere al paesaggio naturale. La «Chefferie» di Oudjilla conta 25 villaggi e circa 30 mila abitanti. Ma prima di continuare la mia descrizione è necessario spiegare che cosa è una «chefferie». Si tratta di una sorta di regno all’interno dello Stato riconosciuto dal governo centrale. Questi regni, con compiti simili a quelli dei nostri Comuni, giocano un ruolo fondamentale nella vita culturale e politica del Camerun. Lo Stato, oltre a riconoscerli, basa gran parte della propria struttura sociale sull’autorità morale degli «Chef», che sono accettati dai cittadini e che tramandano il loro potere ai discendenti di sangue. Esercitano funzioni giuridiche, politiche e spirituali, con un’autorità che si estende su tutti i campi della vita quotidiana. Il centro simbolico di questo potere è il palazzo. E allora entriamo nel «palazzo» di Oudjilla.

 

Visita al palazzo reale di Oudjilla

Ad accoglierci c’è il vecchio regnante, stravaccato su un lettino in legno davanti a un vecchio televisore spento, con uno scopino in mano per difendersi dalle mosche. Sostiene di avere già compiuto i cento anni, ma francamente sembra più giovane. Fa fatica ad alzarsi e ci saluta sdraiato. Ha 50 mogli e 113 figli. Parla a stento il francese, ma uno dei figli funge da traduttore. Alle nostre domande risponde evasivamente. Non così il principe ereditario - il secondo figlio, poiché secondo la tradizione il primogenito è considerato meno intelligente - che nel frattempo ci ha raggiunti. Veste una tuta blu da meccanico, nonostante stesse lavorando nei campi, e parla perfettamente il francese. Ci accoglie con calore, anche perché da oltre un mese non riceve visite di turisti, e ci introduce nel palazzo che è costituito da un enorme assembramento di capanne simili a quelle prima descritte. Basti pensare che ognuna delle 50 mogli ha diritto a quattro unità, ma molto anguste: una per dormire, una per cucinare e due come deposito per il miglio. La prima sala del palazzo è dedicata alle udienze. Lo «Chef» svolge infatti un ruolo simile al nostro giudice di pace. Dirime dissidi legati soprattutto a divorzi e a questioni ereditarie, mentre i reati più gravi vengono demandati ai tribunali dello Stato. Proseguiamo la nostra visita entrando in una stalla molto buia, dove viene custodito il bue sacro, un animale che per tre anni viene tenuto lontano dalla luce in uno spazio angusto affinché ingrassi, sino al sacrificio rituale che avviene nel periodo della raccolta del miglio tra novembre e dicembre. Nella capanna successiva sono conservate le urne funerarie degli antenati. Si accede quindi al quartiere delle mogli, che sono governate dalla prima consorte. Lo «Chef» non dorme mai nelle loro stanze, ma sono le donne che a turno si recano nella sua abitazione che è posta all’esterno del «saré», così come quelle dei figli adulti. Il «palazzo» è provvisto di corrente elettrica, ma non di acqua. E i pozzi sono lontani. Ci incamminiamo con il principe ereditario verso una collina da cui si gode una splendida vista sulla campagna e sulle montagne circostanti. Tra i tanti tetti in paglia ne spiccano alcuni in lamiera. Gli chiediamo come vede il futuro della sua comunità. Non sarà infatti facile conciliare la conservazione di quel patrimonio etnico-culturale con i veloci e continui mutamenti della società, che stanno cominciando a giungere anche nei luoghi più sperduti. Con espressione preoccupata risponde di voler rimanere fedele alle tradizioni, ma di rendersi conto che dovrà fare i conti con il modernismo. Sarà quindi necessario, aggiunge, accettare molti compromessi. Ma la sua speranza è che Oudjilla venga in futuro considerata patrimonio mondiale dell’Unesco, perché è convinto che questo riconoscimento gli procurerebbe i mezzi necessari per conservare le tradizioni, con il rischio però - aggiungiamo noi – di diventare una sorta di riserva o di museo all’aperto.

 

Le attività ai bordi della strada

Se le strade sono sconnesse, i panorami che presentano valgono bene la scomodità del tragitto. E, soprattutto, sono piene di vita. Attraversando un ponte ci imbattiamo in un gruppetto di ragazzini che fanno il bagno nudi in un pozzo d’acqua e si divertono quando mostriamo le foto dei loro tuffi. Poco più avanti, ci fermiamo per osservare un gruppetto di giovani donne che travasano da un recipiente all’altro i grani di miglio facendoli cadere dall’alto per ripulirli. Ripetono quel movimento più volte facendo finta di non vederci, ma quando ci avviciniamo, ci sorridono e accennano qualche parola in francese. La gente qui è molto dolce e disponibile: credo siano questi incontri l’esperienza più ricca del nostro viaggio. Attraversando i villaggi si notano bancarelle in cui si vende di tutto, anche se il mercato si svolge in un giorno ben preciso della settimana. Si commercia anche carne appena macellata. Sui bordi della strada assistiamo alla cruenta macellazione di uno zebù, una sorta di bue africano. Vediamo le interiora dell’animale disposte sulla pelle distesa per terra come una tovaglia. Due giovani si accaniscono con una mazza sulla povera bestia, che viene ridotta in pezzi da vendere al vicino mercato.

 

La vita quotidiana nei nuclei familiari

Proseguiamo il nostro itinerario nell’estremo nord del Camerun, ai confini tra Nigeria e Ciad in una zona considerata oggi ad alto rischio. Ci dirigiamo verso le Mandara Mountains, una regione sperduta tra le colline, percorrendo piste sconquassate e attraversando paesaggi dove il tempo sembra essersi fermato. Tra gli alberi e gli enormi massi erratici sbucano i tetti in paglia di rotonde capanne collegate tra loro e circondate da muri in sasso per proteggere l’intimità familiare. Sembrano appartenere a un presepe vivente. La mia curiosità di conoscere la vita che si svolge all’interno di quelle mura («saré») è enorme. Ci fermiamo con le nostre jeep davanti a diversi gruppi di capanne. La gente è gentile ma non ci invita a entrare, come vorremmo.

Più avanti abbiamo però la possibilità di visitare un nucleo ormai disabitato. Entrati nel muro di cinta si nota una sorta di gazebo in legno, sopra cui viene essicato il miglio, mentre sotto, all’ombra, mangia il capofamiglia. Le donne ed i bambini consumano invece i pasti al coperto di un’altra tettoia in paglia situata davanti alla prima capanna, che appartiene al capofamiglia ed è dominata da una statua del suo dio personale, una sorta di angelo custode. Fino all’età di 7 anni i bimbi dormono assieme alla madre, poi si separano da lei per trascorrere le notti tutti assieme in una stanza. Dopo i 15 anni i maschi si trasferiscono fuori dal «saré», mentre le ragazze, in attesa di prendere marito, occupano un'altra capanna interna. Negli spazi intimi che si creano tra le capanne, i membri della famiglia si lavano. Chi se lo può permettere dedica uno spazio coperto anche al bue sacro, che viene ingrassato per tre anni senza che possa mai uscire o vedere la luce del giorno. Siccome nel corso del tempo raggiunge proporzioni ragguardevoli per trasferirlo al luogo del sacrificio diventa necessario demolire una parete. La sua carne viene quindi cucinata, mentre le donne preparano la birra di miglio. La festa dura tre giorni e viene condivisa con gli abitanti del villaggio.  Proseguiamo la nostra visita all’interno del «saré». Un’ulteriore capanna, dove al centro si trova un ampio granaio per la conservazione del miglio, è destinata alla prima moglie, che dispone pure di uno spazio attiguo dove sono custoditi gli animali di piccola taglia: soprattutto capre e pecore. Una successiva capanna è destinata alla seconda consorte e un’altra ancora, con due granai per le scorte, alla moglie più giovane, che prima di iniziare la vita familiare viene qui segregata per tre giorni. Un ultimo spazio è consacrato alla cucina, dove le varie mogli si alternano ai fornelli. Gli animali più grandi dormono all’aperto, ma all’interno delle mura che delimitano il «saré». Dispongono di un abbeveratoio accanto al quale si trova una pietra su cui viene esposta la statua di un dio, che si invoca quando sorgono problemi tra i membri della famiglia, naturalmente dopo avere consultato lo sciamano, lo stregone del villaggio. A seconda del suo responso viene sacrificato un pollo sbattendone la testa sul sasso e facendone colare il sangue sulla pietra. La cerimonia termina con preghiere, dopo avere mangiato tutti assieme l’animale sacrificato e bevuto l’immancabile birra di miglio.

 

Lo stregone del granchio

A proposito di sciamani, abbiamo avuto occasione di incontrarne uno a Roumsiki. È ormai diventato un’attrazione turistica, ma la gente del posto continua a recarsi da lui per ricevere consigli. Lo chiamano «stregone del granchio», perché dialoga con questo animale. Dopo avere ascoltato la domanda del suo interlocutore, sistema dei legnetti posati su uno strato di terra all’interno di un’anfora. Quindi, dopo aver debitamente parlato con il granchio, lo introduce nell’anfora e lo lascia muovere per una trentina di secondi. Interpretando il modo in cui sono stati scompigliati i legnetti formula la risposta. Io gli ho chiesto come prevedeva l’evoluzione della situazione economica europea. Senza scomporsi ha interloquito con il granchio per rispondermi che andrà sempre un po’ meglio, ma il progresso sarà lento…

Roumsiki è un villaggio fuori dal mondo, ma in grande trasformazione, dove è possibile trovare originali oggetti artigianali e dove sopravvivono alcune antiche tradizioni. Come quella di trovarsi sotto i cosiddetti fichi della parola - uno destinato ai saggi, uno ai giovani e uno alle donne – per discutere di questioni pubbliche.

Il paesaggio attorno è molto spettacolare: propone picchi di roccia vulcanica alti decine di metri che spuntano dal terreno distanti uno dall’altro, ricordando lontanamente la californiana Monument Valley.

 

I mercati luoghi di socializzazione

Il panorama etnico del Camerun è uno dei più variegati e ricchi di popoli, culture e tradizioni di tutto il continente africano. Etnicamente si presenta pertanto come un Paese piuttosto complesso: propone infatti oltre 240 gruppi etnici che hanno sviluppato un numero incredibile di lingue e dialetti, con distinzioni ben definite da un punto di vista della distribuzione territoriale. Un luogo dove si percepisce questa enorme ricchezza etnica è certamente costituito dai numerosi mercati, che dai tempi remoti ogni villaggio propone sempre lo stesso giorno della settimana. Percorrendo le piste il mattino si incontrano numerose donne avvolte in abiti variopinti che camminano verso i luoghi di mercato e portano sopra la testa grandi ceste colme di prodotti da vendere. Il raggio di distanza da cui partono è mediamente di una ventina di chilometri e lungo il percorso altre donne organizzano soste di ristoro, dove offrono acqua e specialità gastronomiche locali come, per esempio, squisiti bigné di farina di fagioli fritti nell’olio di cotone. Il nostro itinerario prevede la visita di numerosi mercati dove cogliere momenti di vita autentici e irripetibili. Spesso siamo gli unici turisti e veniamo accolti con calore, salvo quando si estrae la macchina fotografica, che diventa facilmente un elemento di disturbo alla comunicazione. Meglio quindi riporla nel sacco e perdersi tra le bancarelle parlando con i venditori o con gli acquirenti, spesso desiderosi di scambiare quattro parole in francese con gli stranieri. Una ragazzina ci ha addirittura portati a visitare la sua scuola. I mercati sono innanzitutto luoghi di socializzazione, di riunione. Le giovani donne si agghindano nella speranza di fare l’incontro della loro vita. La merce viene ordinatamente suddivisa per categorie nelle zone riservate ai vestiti e alle stoffe, in quelle destinate ai generi alimentari o ancora in altre dedicate alle medicine che promettono miracolose guarigioni e prodigiose prestazioni sessuali. Non manca mai una sezione con «ristorantini» improvvisati e «baretti» dove gli avventori bevono da una ciotola comune la birra di miglio, procurandosi spesso solenni sbronze. I mercati più grandi propongono anche fabbri e meccanici. Quello di Pouss, che si tiene vicino a un lago, offre tutto per la pesca, mentre quello di Mayo Plata è specializzato in carne di cavallo, asino e persino di cane. Ma lo spettacolo più grande è costituito dalla folla variopinta. A Tourou le donne Hidé portano uno strano copricapo, ricavato dal guscio di una particolare specie di zucca. Non sempre è facile capire le differenze etniche, ma ci si potrebbe fermare per ore a osservare quella allegra fantasmagoria di colori, voci, suoni e odori: questa è l’Africa!

 

 

Per saperne di più

  • Camerun, il paese dei mille villaggi, Polaris, Firenze 2008
  • Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Benin, Nigeria, Cameroun, Lonely Planet, Torino 2010
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