Lugano-Roma, solo andata: ma perché gli italiani continuano ad avercela con la Svizzera?

Carlo carissimo, come stai? Domanda secca: sei stato ripescato?
«Ciao Marcellone. Eh, ripescato: a volte sì, a volte no, però è sempre brutto essere ripescati. Meglio essere pescati».
Oppure qualificarsi: il velato riferimento è a questa proposta, nemmeno troppo shock, perché fondamentalmente il problema reale sussiste, cioè l'Iran che difficilmente potrà andare ai Mondiali, di mandare l'Italia in America.
«Ma sai, se ne può parlare seriamente. Oppure no. Seriamente, esiste un problema tra l'Iran e gli Stati Uniti. Ci sono i Mondiali, che saranno Mondiali anche a uso, come è sempre stato anche nel passato, politico degli Stati Uniti di Donald Trump. E dunque, finché la delegazione iraniana non metterà piede sul suolo americano ci sarà il dubbio sulla partecipazione. Durerà, secondo me, ancora a lungo, a meno che non arrivi prima la pace. Poi c'è la possibilità di fare un discorso meno serio, che riguarda le petizioni, le lettere, le richieste, le sollecitazioni, in questo caso di Paolo Zampolli, l'inviato speciale di Trump per le politiche internazionali, per gli affari o per i deal, come dicono loro. E qui vi racconto un aneddoto. Io non ho mai conosciuto Zampolli, ma abbiamo spesso parlato al telefono anche perché, su L'Espresso, ho scritto un lungo ritratto su di lui diversi mesi fa, quando in realtà doveva essere l'inviato speciale in Italia. Siccome c'è uno Stato, c'è la diplomazia e c'è una parte di sistema che non si concede, definitivamente, al trumpismo, il Dipartimento di Stato si è rifiutato di accettare l'esistenza di un inviato speciale in Italia quando esistono invece le strutture diplomatiche. Zampolli, l'anno scorso, ha iniziato un viaggio in Italia da futuro inviato speciale a Roma e l'ha terminato senza nessuna nomina o con una nomina simbolica di inviato per gli affari nel mondo, un posto solo valido dal punto di vista nominale. Però, è effettiva la sua vicinanza a Trump, non tanto politica quanto di vita, visto che hanno condiviso anni e anni assieme e serate nei locali di New York, circondati da belle donne e belle ragazze, tra le quali anche l'attuale first lady Melania Trump. Qual è l'aneddoto? È che poco prima della finale dei playoff, Bosnia-Italia, per altri motivi ho sentito Zampolli e gli ho detto: senti Paolo, ma anche questa volta, perché era già successo, chiederei a Infantino di ripescare l'Italia nel caso non dovesse qualificarsi? Allora era tutto in ballo. E lui si è messo a ridere: ah, sì, hai ragione, devo fare qualcosa. Perché l'aveva fatto, la scorsa volta. Poi che cosa è successo? Che Zampolli è tornato in auge in Italia, non per meriti, ma per una storia molto brutta, accuse pesanti da parte dell'ex moglie, con un servizio di Report molto duro e molto bello del collega Sacha Biazzo. E quindi, ma questa è una mia supposizione, però potrebbe essere anche la tua, a un certo punto è trapelata questa notizia che Zampolli avesse chiesto a Infantino, suo amico, di ripescare l'Italia. A me è sembrato tanto un modo per distogliere l'attenzione dai suoi guai. E ci è riuscito benissimo perché tutti quanti, boccaloni, ci siamo cascati e abbiamo iniziato a commentare questa eventualità senza preoccuparci tanto dell'origine della notizia e dell'iniziativa, che trovo davvero surreale. Cioè, l'iniziativa di Zampolli non ha nessuna incidenza su quello che sarà l'operato della FIFA. Però certamente il tema esiste e Zampolli ci è saltato addosso, secondo me, per spostare l'attenzione su un altro piano».
Ti faccio un'altra domanda secca: tu saresti per ripartire da Pep Guardiola? Visto che, tra le tante voci che si stanno facendo in questo momento per il futuro della nazionale italiana, c'è anche quella che vorrebbe il catalano seriamente interessato alla rinascita del calcio azzurro.
«Sì, sarei favorevole a un arrivo di Guardiola perché andrebbe a rompere la catena di sovranità, nel senso che il calcio italiano ha bisogno di contaminarsi, di recepire nuove idee. Attenzione, Guardiola non è tikitaka, non è più solo quello. Ha allenato in Spagna, ha allenato in Germania al Bayern Monaco, ha allenato per tanti anni e con successo al City. Mentre stiamo parlando, il City ha riagganciato l'Arsenal in vetta e quindi è ancora una volta in corsa per vincere la Premier con una squadra giovanissima, con nuovi campioni scoperti e adattati da Guardiola. Guardiola potrebbe rappresentare una nuova occasione e certamente potrebbe dare molto entusiasmo all'Italia. Anche qui una piccola annotazione. Due settimane fa, sul Corriere della Sera, l'ex calciatore Adani, commentatore della Rai, ha scritto in una sua rubrica di questa possibilità. Io sono convinto che Adani abbia scritto sondando prima Guardiola, cioè che non abbia scritto di un auspicio ma abbia riportato un'informazione sotto forma di auspicio».
Okay...
«Adesso la Gazzetta dello Sport, da un paio di settimane, metabolizzando anche il buco preso dai cugini del Corriere della Sera, ha rilanciato Guardiola. Che resta, sì, un'ipotesi possibile. Poi sai, dipende anche da chi sarà il prossimo presidente della Federcalcio, quali strumenti avrà, quali risorse economiche, perché Guardiola comunque non verrebbe gratis, ma credo che in questa circostanza l'ingaggio non faccia la differenza. Guardiola verrebbe soltanto se investito di una missione epocale, cioè se affidassero a Guardiola non solo la guida della nazionale, ma anche la riforma dei settori giovanili. Anzi, della cantera: ci abituiamo già ai termini spagnoli. E allora sì, lui si vedrebbe come il salvatore del calcio italiano. Ecco, inserirlo nel curriculum non mi sembra poco, vale molto di più di una Premier probabilmente. Anche per l'ego, il pensiero che ha Guardiola, quel narcisismo che comunque l'ha sempre mosso, quella sua ricerca della perfezione, anche ultimamente che è diventato più adulto e inizia a essere un giovane vecchio. A un certo punto si cerca di vivere nuove emozioni, di entrare in nuovi desideri, cioè rappresentare qualcosa di diverso. È stato per anni riferimento dei catalani e poi è diventato, insieme agli Oasis di cui lui è fan, come te, l'icona di Manchester sponda City».
Non l'ho beccato per una sera, tra l'altro, al concerto di Manchester dei Oasis. Lui fece il venerdì, io feci il sabato. Comunque, io di Guardiola non sono un grandissimo fan, però mi piace pensare che abbia mantenuto un minimo di componente Carlo Mazzone, visto che lui fu allenato da Mazzone in Italia e imparò molto tatticamente durante il suo periodo italiano, al tramonto della sua carriera da calciatore...
«Vabbè, però Marcello, mi scusi dottor Pelizzari».
Sì...
«Ma abbiamo avuto Ventura, abbiamo avuto Gattuso...».
Okay, fare le pulci a Guardiola dici che...
«Eh no, sai, io l'aragosta la mangio ma non tutti i giorni».
Senti, adesso per chiudere, visto che ormai il tempo stringe, anche se parlerei con te per ore, questa settimana si è parlato molto di Crans-Montana. Perché? Perché alcune famiglie dei feriti, in Italia, hanno ricevuto queste fatture dagli ospedali: una sorta di cortocircuito, al di là che è prassi in Svizzera inviare una copia della fattura per chi ha ricevuto delle cure. Peccato, però, che si sia scatenato un altro polverone mediatico. È intervenuto fra gli altri anche Gramellini. Tu come l'hai vissuta questa ennesima polemica lungo il confine?
«Per anni, la Svizzera è stata percepita e raccontata come una possibilità a portata di mano, come un rifugio, come un modello. Mentre adesso c'è una sorta di demonizzazione del modello, dico una cosa forte, sociale svizzero. Un modello che avrà i suoi difetti, come li ha l'Italia, però davvero non riesco a spiegarmi, e mi riferisco anche alla rubrica di Massimo Giannini su un inserto di Repubblica, nella quale criticava il sistema referendario svizzero, come da sinistra a destra, dai media soprattutto vicini al governo, dai programmi, dalle trasmissioni, dai conduttori, ci sia questo sentimento di critica collettiva, di rottura, di presa di distanza dal modello svizzero. Io non so darmi una risposta. È vero che è facile, forse questa è una mezza risposta, toccare le corde più sensibili alla pubblica opinione davanti a una tragedia immane, incredibile, intollerabile, ingiustificabile come quella di Capodanno. Però a questa trageedia si agganciano altre questioni: i fondi neri, le valli verdi, i referendum. Tu che risposta ti sei dato?».
Non vorrei bestemmiare e riportare il discorso sul calcio, però la metafora è un po' quella della squadra che ha sempre vinto e che è diventata quasi antipatica, tanto è perfetta. E poi, quando cade, da un lato fa rumore e dall'altro permette a chi stava dietro di alzare la voce e di puntare il dito. Vedo, tu hai fatto riferimento a una rubrica di Giannini, questo ricorrere sempre a luoghi comuni che sono oramai superati: la Svizzera, al di là che i luoghi comuni hanno sempre un fondo di verità, non è più questa cosa qua. C'è questa sorta di frustrazione che viene fuori, che viene fuori a getto continuo e che viene fuori anche da persone o comunque da giornalisti insospettabili. Perché Gramellini e Giannini, insomma, sono giornalisti di solito molto posati nelle loro considerazioni. A me questo aspetto stupisce particolarmente.
«Bravo, molto spesso in Italia si tende a essere mansueti con le persone che ti leggono e che possono rimproverarti, criticarti. E invece si tende a essere disinvolti con i leader stranieri, si usano aggettivi ed epiteti che in Italia non sarebbero mai utilizzati. Ecco, vedo nella Svizzera proprio questa trasformazione, al di là delle colpe che potrebbe avere il sistema e che ha, evidentemente, per la tragedia di Capodanno. La Svizzera ha rotto la continenza verbale. È diventata un comodo bersaglio. Come, fino a qualche settimana fa, per ragioni politiche, era la Francia di Macron. Invece adesso ci concentriamo sulla Svizzera, non so perché. Al di là dei fatti di cronaca che ci hanno spinto, ovviamente e purtroppo, a parlare della Svizzera. Però, visto che il tempo sta per esaurirsi, direi di parlarne anche la prossima volta. Perché questa merita un approfondimento e prometto a te e a chi ci ascolta di arrivare preparato per riparlarne, se ti va».
Prepara il dossier. Un abbraccio intanto. Grazie di cuore Carlone, sempre bello ascoltarti.
«Ciao, un abbraccio. Ciao Marcello».

