Il commento

Italia sì, Italia no: ecco perché un ripescaggio ai Mondiali sarebbe una bestemmia

Sia da un punto di vista calcistico sia a livello politico: perché Donald Trump, «premio FIFA per la pace», dovrebbe negare all'Iran di partecipare?
©Jim Watson
Marcello Pelizzari
24.04.2026 12:00

Italia sì, Italia no. Parliamo, evidentemente, di calcio. E dell'eventualità, complice il termometro geopolitico sempre più incandescente, che l'Iran – qualificatosi sul campo al Mondiale in programma fra giugno e luglio in Canada, Messico e Stati Uniti – rinunci a partecipare favorendo, di riflesso, il ripescaggio degli Azzurri. C'è una guerra di mezzo, d'altro canto, e il cosiddetto Team Melli è pur sempre la trasposizione sportiva del regime. La questione, al di là della sparata di Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump e padre della proposta di sostituire l'Iran con l'Italia appunto, è tanto complicata quanto delicata. Spinosa, verrebbe da dire.

Donald Trump, proprio perché sta conducendo una guerra, ha tagliato corto: «Non ci sto pensando più di tanto». L'Iran rischia di trasformarsi in un altro Vietnam, o in un Afghanistan, e il calcio non è esattamente in cima ai pensieri del presidente USA, per quanto – ammettiamolo – sia stato gustoso a suo tempo vederlo e sentirlo dibattere sul termine soccer. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha perfino rassicurato Teheran: nessuno, a Washington, ha espressamente negato all'Iran di recarsi negli Stati Uniti per giocare il Mondiale. Con una postilla, però: «Non vogliamo persone legate ai Pasdaran». Ovvero, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. La tensione, insomma, si muove lungo un filo, sottilissimo, che lega le vicende del pallone e quelle, dicevamo, geopolitiche. Battuta: ma come ci andrebbero in America, l'Iran o l'Italia, se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso, anzi sigillato? 

Senza necessariamente scomodare il caro-carburante e la prospettiva che, presto, potrebbe mancare cherosene per gli aerei, è fin troppo chiaro che la proposta di Zampolli e, in generale, anche all'interno della FIFA, un clima pro-Italia nascano più da questioni economiche e di marketing che di merito sportivo, al netto di quattro Mondiali vinti dagli Azzurri lungo il corso della storia e di un peso, ranking alla mano, comunque ancora importante. Della serie: per l'immagine del calcio in America e per le vendite di magliette, peraltro quelle dell'Italia sono pure bellissime, la presenza di Donnarumma e compagni sarebbe una manna dal cielo. Ma i benefici, per così dire, si fermano qui. Anche perché, paradosso dei paradossi, dopo aver consegnato un finto Nobel per la pace proprio a Trump Gianni Infantino si troverebbe in una posizione scomoda, per non dire peggio: dire di no all'Iran per una guerra scatenata (anche) dall'uomo di pace certificato dalla FIFA. Per tacere del rischio di delegittimare le qualificazioni a livello mondiale, il famoso risultato del campo, creando al contempo un precedente pericoloso che finirebbe per far arrabbiare decine di altre Federazioni, specialmente quelle asiatiche.

L'Italia stessa, sia nelle sue strutture politico-sportive sia nelle piazze, è spaccata in due sulla questione. A prevalere, però, è un ragionamento. Riassumibile in questa massima circolata online: c'è un solo modo più amaro del non qualificarsi a un Mondiale, e cioè farlo attraverso un ripescaggio non richiesto. Anzi, addirittura (e apertamente) sgradito. Pur consapevoli di essere portatori di una certa retorica, è necessario che gli Azzurri ritrovino sul campo il sentiero che conduce alla Coppa del Mondo. Ripartendo, come suggeriscono alcuni, da Pep Guardiola. O, in alternativa, da qualcuno che consenta alla squadra di riacquistare il suo DNA storico, ingiustamente definito catenacciaro. In queste ore, la proposta è stata – ovviamente – commentata pure dal regime. L'Ambasciata iraniana a Roma, su X, ha commentato, ironicamente ma non troppo: «Il calcio appartiene ai popoli, non ai politici. L’Italia ha conquistato la grandezza del calcio sul campo, non grazie a rendite politiche. Il tentativo di escludere l’Iran dalla Coppa del Mondo mostra soltanto la “bancarotta morale” degli Stati Uniti, che temono perfino la presenza di undici giovani iraniani sul terreno di gioco». Rubio, dal canto suo, ha ribadito che gli iraniani non possono «introdurre nel nostro Paese un gruppo di terroristi dei Pasdaran e pretendere che siano, insomma, giornalisti o preparatori atletici». Detto che Teheran e Washington sono distanti, sembrerebbero tutti d'accordo sul fatto che far entrare dalla finestra l'Italia, uscita per la terza volta consecutiva dalla porticina degli spareggi, sia una bestemmia. Calcistica, innanzitutto. E pure politica.

A prescindere da come finirà, la vicenda mette a nudo lo stato, pessimo, della governance del calcio mondiale. Più che Italia sì, Italia no, concludendo, la vera partita si gioca sugli inciuci e sulle entrature che certi governi, dalle democrazie alle democrature, passando pure per le dittature, come la Russia di Vladimir Putin fino ad alcuni anni fa, possono schierare al cospetto della FIFA. Che Gianni Infantino faccia politica non è una novità, che sia finito al centro di un pasticciaccio brutto nemmeno. Auguri, sinceri, a lui e a tutta la FIFA: uscirne, al di là dell'Italia come detto, non sarà evidente.