A Locarno i conti ora tornano, ma la parola d’ordine è prudenza

I conti del Film Festival di Locarno (LFF) si lasciano il rosso alle spalle. Il risanamento strutturale delle finanze della più importante manifestazione culturale del Ticino non è ancora completato, ma il lavoro iniziato ormai da tre anni con l’arrivo di Maja Hoffmann alla presidenza e la riorganizzazione interna affidata al CEO Raphaël Brunschwig comincia a fornire segnali chiari.
Il risultato d’esercizio 2025 ha fatto registrare un utile di 115.679 franchi, a fronte di un preventivo molto prudente che ipotizzava 350 mila franchi di disavanzo. Rispetto al 2024, quando le perdite avevano sfiorato i 94 mila franchi, il recupero è stato quindi piuttosto consistente: quasi 200 mila franchi.
È questo uno dei dati significativi emersi dall’assemblea ordinaria del Festival tenuta ieri nella sala consiliare di Locarno affollata come di consueto da soci ed esponenti della politica locale e cantonale nonostante il caldo torrido avesse chiuso in una morsa irrespirabile ogni strada e angolo della città sul Verbano.
Le cifre
«In totale - ha detto Brunschwig illustrando i numeri del 2025 - i ricavi si sono attestati a 18,032 milioni e, cosa importante, il contributo dei privati ha superato per la prima volta quello pubblico: 39% contro 38%». Molto alto anche il dato della biglietteria: 2,432 milioni di franchi, favorito dall’assenza totale di pioggia nei 10 giorni di proiezioni (+8% rispetto al 2024).
«I costi complessivi sono stati ridotti del 4%, quelli del personale sono scesi di 3 punti, dal 42% al 39% e le riserve sono adesso superiori a 800mila franchi», ha aggiunto ancora il CEO.
Tutto bene, quindi? Sì, sebbene la prudenza resti la strada maestra su cui incanalare anche l’edizione numero 79.
Il preventivo per il 2026 è infatti molto cauto: i ricavi previsti sono fissati a 17 milioni e le spese a 17,3 milioni. Ci sarà un ulteriore contenimento delle uscite ma pure qualche novità interessante sul fronte della gestione: ad esempio la vendita del merchandising, che non sarà più esternalizzata (era appaltata alla Manor) ma condotta in house.
Attrattivi ed esigenti
Stime, come detto, ponderate, ma ambizioni intatte. Ed è su questo che hanno insistito lo stesso Brunschwig, il vicepresidente Luigi Pedrazzini e la presidente Maja Hoffmann, presente a Locarno con un videomessaggio proiettato in apertura dei lavori dell’assemblea. Un discorso breve, quello di Hoffmann, ma tutt’altro che formale, incentrato sulla necessaria «libertà artistica» cui Locarno offre uno «spazio sempre più prezioso, oltre che raro altrove».
L’obiettivo del Festival, ha spiegato Hoffmann, è sempre lo stesso: «sostenere i cineasti, dialogare con il pubblico, parlare anche delle cose scomode. Siamo impegnati, attrattivi ed esigenti», ha aggiunto.
Luigi Pedrazzini, riconfermato dall’assemblea (con un voto unanime) assieme alla Hoffmann e ad altri due consiglieri di amministrazione per un nuovo mandato di tre anni, ha sottolineato ciò che è cambiato a Locarno dopo la ventennale conduzione del Festival da parte di Marco Solari. La governance, ovviamente, «con una struttura direzionale collegiale». E un’attenzione quasi ferrea alle finanze: «Anche se siamo un’azienda prevalentemente culturale, possiamo andare avanti soltanto se siamo solidi sul piano dei conti», ha ripetuto. Per poi accennare, alla fine, anche all’obiettivo di cui si è molto parlato nei mesi scorsi ma rimasto sottotraccia nei lavori dell’assemblea: lo spostamento della manifestazione a luglio. «Lavoriamo per raggiungere un ragionevole anticipo dell’inizio del Festival», ha detto Pedrazzini. Un messaggio chiaro. Una partita che rimane aperta.
Territorio e storia
Un altro elemento ha segnato l’assemblea di ieri in modo chiaro: l’importanza del legame con il territorio.
Il fatto di essere un Festival tra i più noti e significativi nel panorama internazionale delle rassegne cinematografiche non impedisce a Locarno di restare fortemente ancorato alle proprie radici. E quanto accaduto lo scorso anno con la vicenda dello schermo Vacchini, è stata una lezione che i dirigenti del Festival hanno appreso molto rapidamente.
Lo ha riconosciuto sinceramente proprio Brunschwig: «Non vogliamo rimuovere le tensioni che ci sono state, ma attraversarle con lucidità - ha detto - il Festival non sia ridotto soltanto a una immagine rassicurante, non siamo custodi di una cartolina ma un luogo di libertà e di confronto. Il dibattito intorno allo schermo Vacchini è stato un passaggio per noi utile: abbiamo compreso come alcune decisioni tecniche possano toccare elementi profondi dell’identità del Festival».
Insomma: l’ammissione di un errore che ha portato alla stesura di una «Carta interna delle strutture temporanee del LFF» e alla decisione di avere nuovamente un architetto di riferimento, il quale sarà individuato attraverso un concorso a inviti. Una scelta su cui si è soffermato uno dei promotori del comitato Don’t Touch the Screen, il quale è intervenuto in chiusura della riunione per dare atto al Festival di aver mostrato «consapevolezza» dell’importanza del legame con la città e con la storia della manifestazione.
Lo schermo Vacchini, così come annunciato alcuni mesi fa, tornerà al suo posto.
