Addio a Umberto Bossi, fondò la Lega e ispirò Giuliano Bignasca

Se n’è andato in silenzio, a sipario ormai calato da tempo. Umberto Bossi, 84 anni, è morto questa sera all’ospedale di Circolo di Varese. Il fondatore della Lega, colui che aveva cambiato la politica italiana e affondato la Prima Repubblica in anticipo rispetto allo stesso Silvio Berlusconi, era da anni ai margini. Del suo partito, ormai oggetto irriconoscibile per il vecchio leader. E della politica tutta. Che lo aveva prima odiato, poi blandito, poi assimilato. E, alla fine, quasi dimenticato dopo la grave malattia che lo aveva colpito nel marzo 2004.
Bossi era entrato in Parlamento, al Senato, nel luglio 1987. Allora, la Lega si chiamava ancora Lombarda e combatteva «Roma ladrona», avversava i meridionali, invocava un rinnovamento senza però avere idee chiare. L’ascesa fu rapidissima, aiutata anche da Mani pulite che spazzò via in pochi mesi tutti i partiti che avevano costruito l’Italia dopo la Seconda guerra mondiale.
Nel 1992 la prima, grande avanzata. Poi, due anni dopo, l’alleanza con Berlusconi che portò il movimento (ma non Bossi personalmente) al governo del Paese. Un’esperienza breve, finita in modo traumatico la notte in cui il pool di Milano decise di recapitare al Cavaliere un invito a comparire per un interrogatorio, passato alla storia, erroneamente, per un avviso di garanzia. Era il 21 novembre 1994. Sarebbero serviti altri 7 anni per riconciliarsi con il leader del centrodestra e, questa volta sì, occupare la poltrona di ministro per le Riforme istituzionali e la devoluzione dal giugno 2001 al luglio 2004.
Il «Senatùr», così era stato ribattezzato per ricordare le sue origini lombarde, era nato a Cassano Magnago il 19 settembre 1941, in piena guerra. Da giovane aveva militato brevemente nel Partito Comunista, aveva studiato Medicina senza laurearsi e fatto molti lavori. Poi, la svolta autonomista e federalista, con le battaglie iniziali per diffondere le idee di Bruno Salvadori, leader dell’Unione Valdôtaine e la fondazione della Lega Lombarda, grande intuizione sua e di Giuseppe Leoni, conosciuto in un centro filologico in cui si voleva difendere dall’assalto fiorentino la lingua lombarda.
Umberto Bossi è stato l’uomo delle iperboli. Dall’ampolla del dio Po alle adunate di Pontida, dalla devolution alla secessione. Ha cambiato idea spesso e ottenuto qualche risultato: l’approvazione, nel 2001, del nuovo Titolo V della Costituzione italiana con la riforma dell’ordinamento degli enti territoriali e l’ingresso nella Carta del principio di sussidiarietà è, in fondo, il frutto anche delle battaglie leghiste.
Ma Bossi è stato, in qualche modo, anche un innovatore della politica ticinese. A lui, infatti, si ispirò Giuliano Bignasca per fondare la Lega dei Ticinesi. Celebre è rimasto il comizio improvvisato da Bossi e Bignasca il 5 marzo 2005 dalle finestre di Casa Cattaneo, sede dell’Archivio storico della Città.
Ha scritto lo storico Paolo Barcella che «la prima analogia tra i due partiti fu la rivendicazione verso il centro politico. Bignasca guardava a Berna come realtà ostile al Ticino, Bossi guardava a Roma per gli stessi motivi». E tuttavia, «la Lega di Bignasca ha agito in un Paese come la Svizzera che ha un federalismo compiuto e consolidato storicamente mentre l’Italia restava spaccata in due». Il secondo punto di contatto, almeno inizialmente, fu «il mercato del lavoro con la richiesta di regole stringenti e limitazioni per chi arriva da fuori». Una rivendicazione che si infranse contro la realtà quando il numero di frontalieri in Ticino cominciò a crescere.
Il giorno della morte di Bignasca, Bossi disse. «È stato un grande amico. La sua morte è stata una grande perdita per me e per chiunque lotti per i popoli d’Europa. Spero che ci sia qualcuno che possa continuare il suo progetto politico, perché lui aveva una grande fede e un grande amore per la sua terra. E ha saputo trovare la forza per un impegno politico totalmente dedicato al bene del Canton Ticino».
