Antonelli, un italiano al vertice dopo 70 anni: «Per vincere non basta il talento»

Signor Ferronato, l’ultimo italiano a vincere il Mondiale prima di Antonelli era stato Alberto Ascari, nel 1953. Quanto è straordinario aver dovuto aspettare 73 anni per ritrovare un azzurro sul tetto del mondo?
«È un risultato emozionante. Intere generazioni di italiani non hanno mai visto un connazionale vincere il Mondiale. Per noi la F1 è sempre stata sinonimo di Ferrari: tanti piloti italiani hanno conquistato l’affetto del pubblico, ma nessuno era mai riuscito a raggiungere il traguardo di Kimi».
Come si spiega il lungo vuoto di oltre settant'anni senza un campione italiano?
«Non esiste una spiegazione unica. Il motorsport richiede importanti investimenti economici e in Italia i giovani si avvicinano più spesso ad altre discipline, soprattutto al calcio. Abbiamo avuto piloti di talento, come Alboreto, Trulli e Fisichella, ma senza le condizioni per lottare per il Mondiale. Per vincere non basta però il talento, servono più fattori: nel caso di Antonelli si sono incontrati talento, opportunità offerta da Mercedes e una monoposto competitiva».
La vittoria di Antonelli potrebbe avvicinare più giovani italiani al motorsport?
«Sicuramente. Come successo con Jannik Sinner nel tennis, Antonelli può avvicinare tanti giovani al motorsport. Resta però il problema economico. Bisogna entrare molto presto in questa disciplina, sostenendo al contempo investimenti importanti, non alla portata di tutte le famiglie. La vittoria di Kimi può comunque ispirare tanti ragazzi a conoscere questo sport e inseguire i propri sogni».
Già, la storia di Kimi potrebbe essere d'ispirazione per tanti ragazzi che a vent'anni stanno ancora cercando la propria strada...
«La sua è certamente una storia emblematica. Un giovane talento cresciuto in Italia, ma scoperto e valorizzato da una realtà straniera. Mercedes ha creduto in lui e ha investito sulle sue capacità, fino a raggiungere insieme il titolo mondiale. È un messaggio importante per chi vuole inseguire un sogno: servono opportunità, ma soprattutto impegno e sacrificio. La storia di Antonelli racconta proprio questo, anche attraverso i sacrifici affrontati dalla sua famiglia».
Antonelli ha vinto con Mercedes, mentre per i tifosi italiani il sogno sarebbe stato vederlo trionfare con la Ferrari. È il tassello che manca per rendere la festa perfetta?
«È una percezione corretta. Per gli italiani la F1 è soprattutto Ferrari. Lo dimostra il fatto che, nonostante i numerosi articoli su Antonelli, il più cliccato sul nostro sito sia stato quello sulla rivalità tra Hamilton e Leclerc. Tuttavia, non parlerei di una festa a metà. A Monza ho visto tifosi Ferrari emozionarsi per la vittoria di Kimi, un ragazzo nel quale è facile identificarsi. Resta il sogno di vederlo un giorno trionfare anche in rosso».
È realistico immaginare Antonelli un giorno in Ferrari?
«Perché no? È il sogno di tanti tifosi italiani. In F1, però, conta soprattutto la competitività del progetto, non soltanto il prestigio del marchio. Antonelli ha appena vent’anni e una lunga carriera davanti, ma un eventuale passaggio a Maranello dipenderà dalle condizioni tecniche e sportive. Mercedes, intanto, difficilmente se lo lascerà sfuggire e lui per ora sta bene dove è».
La popolarità improvvisa potrebbe rischiare di travolgere un ragazzo così giovane?
«Credo di no. Antonelli ha alle spalle una famiglia solida e una squadra esperta, con Toto Wolff, che sa quanto sia importante proteggerlo. È un ragazzo molto concentrato sul lavoro, ma fama e denaro rappresenteranno comunque una sfida. Dovrà essere bravo a gestirli».
Il successo di Antonelli può diventare un modello per le altre scuderie, spingendole a investire maggiormente sui giovanissimi?
«Le scuderie investono già molto sui giovani. Red Bull, per esempio, adotta un sistema di selezione rigoroso che ha fatto emergere talenti come Max Verstappen. Il caso Antonelli resta però particolare: affidare una monoposto a un 19.enne è una scommessa coraggiosa. La scelta di Toto Wolff è stata vincente e potrebbe certamente spingere altri team a puntare sui talenti più giovani».
