Sanità

Decessi in cardiochirurgia, al Cardiocentro trattati con Cardioband tre pazienti tra il 2016 e il 2017

L’Ente ospedaliero cantonale interviene dopo le notizie sull’inchiesta che coinvolge l’Ospedale universitario di Zurigo: «Nessuna complicanza registrata durante le procedure»
©CdT/Gabriele Putzu
Red. Online
11.05.2026 14:25

Le gravi mancanze e i decessi inaspettati – avvenuti tra il 2016 e il 2020 – nella clinica di cardiochirurgia dell’Ospedale universitario di Zurigo (USZ) continuano a sollevare interrogativi. Ieri, la NZZ am Sonntag riferiva che anche altri ospedali sono finiti sotto esame per aver utilizzato lo stesso dispositivo, il «Cardioband», una sorta di anello artificiale progettato per riparare le valvole cardiache difettose. Oggi l'EOC precisa che presso il Cardiocentro Ticino – realtà che all’epoca dei fatti non era ancora integrata nell’Ente Ospedaliero Cantonale – sono stati trattati complessivamente tre pazienti, tra il settembre 2016 ed il maggio 2017.  

Nessuna complicazione

L’EOC sottolinea che gli impianti sono stati eseguiti in un periodo in cui il dispositivo risultava regolarmente autorizzato e approvato (dal 2015), sia a livello europeo con marchio CE, sia dalle autorità competenti svizzere (Swissmedic). Secondo quanto comunicato, in uno dei tre casi il trattamento ha portato a «un ottimo risultato», mentre un secondo paziente avrebbe successivamente necessitato di un nuovo trattamento valvolare. Nel terzo caso, caratterizzato da una situazione clinica già molto avanzata, «non si è osservato un beneficio significativo».

L’EOC precisa che «non si sono registrate complicanze legate alla procedura» e che «gli interventi si sono svolti regolarmente sotto il profilo tecnico e sanitario». Durante gli impianti, il team clinico era affiancato da specialisti tecnici della ditta produttrice e da esperti per il supporto imaging, secondo la pratica prevista per procedure innovative e altamente specialistiche.

Il dispositivo non è più stato utilizzato al Cardiocentro Ticino dal maggio 2017 ed è stato successivamente ritirato dal mercato nel 2018.

Indagano anche altri ospedali

Sulla stampa domenicale, ieri, la direttrice dell’USZ, Monika Jänicke, ha voluto esprimere la propria gratitudine nei confronti dell’informatore che ha dato il via alle indagini. «Merita tutto il nostro rispetto», ha detto Jänicke interpellata dalla SonntagsZeitung. Il «whistleblower» – un ex cardiochirurgo della stessa clinica – aveva segnalato pubblicamente le irregolarità e in seguito aveva sollevato più volte la questione. La direttrice Jänicke non ha voluto invece commentare il fatto che in questa vicenda l’informatore abbia perso il posto di lavoro. Si tratta di una questione del passato, ha affermato Jänicke, che è diventata direttrice dell’USZ soltanto successivamente, nel 2023. Per contro, ha spiegato ancora, la questione del risarcimento sarà sicuramente inclusa nell’analisi del rapporto. Anche se «è ancora troppo presto per parlare di un risarcimento per le vittime e i loro familiari».

E gli altri ospedali? Se a Zurigo il «Cardioband» è stato utilizzato su 43 pazienti, lo stesso dispositivo sarebbe stato impiantato 36 volte anche presso l’Inselspital di Berna, mentre a Lucerna è stato utilizzato ancora due volte nonostante esistessero da tempo segnalazioni critiche. L’ospedale ha comunque dichiarato che non sono note complicazioni. Secondo il domenicale, il «Cardioband» è stato utilizzato anche in altri ospedali in Austria e in Germania, oltre che in Italia. Nel frattempo, l’Inselspital di Berna ha fatto sapere di aver avviato a sua volta un’indagine sulla questione. Ma finora non sarebbero state riscontrate anomalie.

I correttivi

Il caso, però, porta a riflettere anche sul fatto che i medici possano trarre profitto dai prodotti che utilizzano. Per evitare potenziali conflitti di interesse, ricorda quindi la NZZ am Sonntag, il Consiglio federale ha deciso di proporre un preciso principio: chiunque utilizzi dispositivi medici, come un «Cardioband», dovrebbe essere «libero da incentivi finanziari e guidato esclusivamente da considerazioni mediche». L’obiettivo, viene chiarito, non è di vietare la collaborazione tra medici e industria, dato che sarebbe dannoso per l’innovazione e la ricerca, ma evitare pericolose derive. Dal canto suo, l’Organizzazione svizzera dei pazienti chiede maggiore trasparenza attraverso l’istituzione di un registro nel quale i medici siano tenuti a dichiarare i propri interessi finanziari. «I pazienti devono esserne a conoscenza per potersi fare un’opinione propria prima di sottoporsi a una procedura», ha spiegato la presidente dell’Organizzazione, Susanne Hochuli.

L’indagine amministrativa condotta all’USZ, lo ricordiamo, ha riscontrato gravi carenze nella clinica di cardiochirurgia e ha dimostrato un tasso di mortalità superiore alla media. Secondo i dati, nel periodo tra il 2016 e il 2020, su circa 4.500 interventi chirurgici si sono verificati da 68 a 74 decessi in più rispetto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare statisticamente. In quegli anni, la clinica zurighese di cardiochirurgia era diretta dal professore italiano Francesco Maisano, che è stato sollevato dall’incarico nel 2020 e oggi è primario all’ospedale San Raffaele di Milano. Al centro dello scandalo vi è come detto il cosiddetto «Cardioband», la protesi di valvola cardiaca sviluppata da una società in cui Maisano aveva una partecipazione e il cui utilizzo potrebbe essere correlato con l’eccesso di morti.

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