Crans-Montana, il silenzio che ci chiama per nome

Può una tragedia di queste dimensioni cambiare un intero Paese? «Ci sarà un prima e un dopo Crans-Montana». Sono parole che abbiamo ascoltato più volte in questi giorni di angoscia e sofferenza. «La vostra tragedia e il vostro dolore sono i nostri», ha dichiarato il presidente della Confederazione Guy Parmelin, intervenuto nelle primissime ore dopo la notte di Capodanno, quando la ferita si è aperta e il mondo, all’alba del giorno nuovo, ha preso coscienza del dramma infinito. Rivolgendosi ai familiari delle vittime, Parmelin ha cercato, per quanto possibile e con voce rotta, di avvicinarsi al dolore di chi, quella notte, ha perso una persona cara: un figlio, un nipote, un amico. Può una tragedia di queste dimensioni cambiare un intero Paese?
Oggi pomeriggio, alle 14, le campane di tutta la Svizzera suoneranno a lutto e «tutti i cittadini potranno ricordare personalmente le vittime del disastro», ha detto Parmelin, invitando la popolazione a partecipare a questo momento collettivo che culminerà nella cerimonia ufficiale di Martigny. Dopo il rintocco dell’ora, le campane batteranno per cinque minuti, nel segno del raccoglimento e del silenzio; lo stesso straziante silenzio che in queste ore accompagna le numerose domande rimaste senza risposta.
Sì, ci sarà un prima e un dopo Crans-Montana. E non solo per le conseguenze più tangibili legate alla sicurezza dei locali notturni, né per l’ondata di dolore, sincero e partecipato, che ha attraversato il Paese. Tra l’elaborazione privata del lutto e la necessità di raccontare pubblicamente i fatti e le responsabilità, la Svizzera è già cambiata. O forse ha semplicemente preso coscienza che il suo assetto federale, a differenza dei modelli più centralizzati di Francia o Italia, non era pronto a gestire una crisi di tale entità. Lo provano le pressioni internazionali di queste ultime ore: in Francia un pubblico ministero ha aperto un procedimento penale e, ieri, la Procura di Roma ha avviato un’inchiesta per incendio e omicidio colposo.
La tragedia ha profondamente investito le istituzioni vallesane, a cominciare dalle autorità comunali, apparse a più riprese spaesate e impreparate durante la conferenza stampa di martedì, fino alla magistratura inquirente, oggetto di numerose critiche – anche interne – per le modalità discutibili con cui ha condotto sin qui l’inchiesta. Ed è giusto così: è la Svizzera che reagisce, che pretende di più da sé stessa, che chiede di riconoscere gli errori e che manifesta la volontà di cambiare. Al contempo, sembra doveroso riconoscere che il silenzio che oggi ci unirà nel rintocco delle campane – lontano da ogni circo mediatico e da ogni occasione di rivalsa tra Paesi – non è il silenzio di chi, al momento, non può o non ha saputo dare risposte. Semmai è il silenzio della memoria, per tutti quei «nostri figli» verso i quali abbiamo l’obbligo morale di rialzarci come Paese ma soprattutto come persone che continueranno a ricordare, negli atti e nelle decisioni che seguiranno, il loro sacrificio.


