Crans-Montana, «In Svizzera e in Italia i poteri sono separati, e Giorgia Meloni lo sa bene»

L’offerta di collaborazione investigativa che Giorgia Meloni ha fatto alla Svizzera sulla tragedia di Crans-Montana è sembrata, nei toni e nei modi, più il riflesso di un’accusa di incompetenza che il desiderio di cooperare con la magistratura elvetica. E al di là dei motivi che hanno spinto Meloni ad agire in tal senso, le sue parole inducono necessariamente a una riflessione sui rapporti tra i due Paesi in tema di amministrazione della giustizia.
L’avvocata Rosa Maria Cappa, già procuratrice federale dal 2003 al 2015, riflette con il CdT sulle questioni sollevate dalle affermazioni della premier italiana. «Le squadre investigative comuni sono possibili strumenti di cooperazione internazionale - dice Cappa - Esiste un accordo italo-svizzero che completa la Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale che prevede questa eventualità, ma normalmente si applica alle indagini per crimine organizzato transfrontaliero o comunque ai casi in cui vi è un’utilità concreta del gruppo comune d’indagine. Se l’indagine sui fatti di Crans-Montana fosse stata aperta per un reato associativo, sarebbe stato diverso. Non è il nostro caso».
Principi invalicabili
Ciò detto, esiste un problema a monte molto più serio, riguardante la separazione dei poteri. La politica non può chiedere ai giudici di fare o non fare qualcosa. «Svizzera e Italia sono Stati di diritto. In entrambi vigono i principi della separazione dei poteri e dell’indipendenza dell’autorità giudiziaria. Lo sanno sia la presidente del Governo italiano sia il ministro degli Esteri - afferma l’ex procuratrice federale - Non è vero che c’è una differenza tra il sistema svizzero e quello italiano in materia di indipendenza della magistratura. Anche se eletti dalla politica, in Svizzera i magistrati sono indipendenti, così come recita la nostra Costituzione all’articolo 191 c (“Nella loro attività giurisdizionale le autorità giudiziarie sono indipendenti e soggiacciono solo al diritto”). Su questo non si discute».
Quindi, spiega Rosa Maria Cappa, «se l’Italia vuole collaborare con la Svizzera sull’inchiesta di Crans-Montana ha due strade: la prima è la cooperazione giudiziaria internazionale, che passa tramite l’Ufficio federale di giustizia e le autorità di perseguimento penale. Non la presidente Meloni, ma i magistrati che a Roma hanno aperto, giustamente, un’indagine parallela possono - e sono sicura che lo faranno - avviare una richiesta di collaborazione con una rogatoria al ministero pubblico del canton Vallese per coadiuvare, ricevere informazioni e altro ancora. La seconda strada è invece quella diplomatica, che il ministero degli Affari esteri può percorrere attraverso i canali diplomatici. Il punto è che non ci può essere un’intersecazione: sono due vie parallele. L’ambasciatore italiano in Svizzera non può parlare direttamente con l’autorità giudiziaria, non può chiedere informazioni e non può discutere di indagini penali con il ministero pubblico (e viceversa)».
Parole stonate
Anche le parole del ministro Antonio Tajani sull’affidamento dell’inchiesta, «in maniera straordinaria», alla magistratura di un altro cantone, appaiono stonate. «Il ministro degli Affari esteri di un Paese straniero tecnicamente non può chiedere una cosa del genere - spiega l’avvocata Cappa - Forse il ministro Tajani si è informato sulla stampa e ha scoperto l’esistenza dell’articolo della legge vallesana sull’organizzazione della giustizia che permette di nominare un procuratore straordinario. Sa che c’è questa possibilità, ma non può chiederla. Può incontrare il consigliere federale Cassis, fargli presente che la situazione è drammatica e che dall’esterno si ha la percezione di una giustizia svizzera non all’altezza, quindi insistere - per il buon rapporto che lega storicamente i due Paesi - con il capo del DFAE perché si faccia il possibile affinché le famiglie delle vittime ricevano sostegno amministrativo, finanziario o psicologico e affinché la giustizia faccia il suo corso. Niente di più. Il capo del DFAE, infatti, non potrebbe comunque fare pressione sul ministero pubblico, nel rispetto del principio dell’indipendenza della magistratura».
C’è poi la questione della scarcerazione su cauzione e della libertà dell’imputato, un principio - ha detto oggi l’ambasciatore svizzero in Italia - comunque da salvaguardare. «In realtà, anche nella procedura penale italiana la carcerazione è l’extrema ratio - sottolinea l’ex procuratrice federale - uno strumento eccezionale. Una persona indagata o imputata di un reato, oltre a essere presunta innocente fino alla sentenza di colpevolezza, deve poter rimanere in libertà se sono sufficienti misure meno severe della carcerazione. La domanda è se questo sia un caso in cui è necessario l’arresto. Ma la risposta è affidata al ministero pubblico e, di conseguenza, al giudice dei provvedimenti coercitivi e alle istanze giudiziarie superiori in caso di ricorsi. A nessun altro».
Questo dramma, conclude Cappa, «è talmente epocale, che si fatica a dire cosa fare o non fare. Penso tuttavia che il ministero pubblico vallesano sbagli quantomeno la comunicazione. Ogni procedimento penale è soggetto al segreto, lo dice il Codice di procedura penale, tranne in casi eccezionali nei quali è possibile dare informazioni al pubblico. Ora, premesso che il pubblico non è l’ambasciatore italiano ma la popolazione, credo che servirebbe una comunicazione delicata e dedicata, che soddisfi allo stesso tempo l’esigenza di giustizia delle vittime e la segretezza del procedimento penale».
