Il caso

Dalla Svizzera il nuovo scisma dei lefebvriani

La Fraternità san Pio X conferma la volontà di ordinare due vescovi il prossimo mese di luglio - L’avvertimento di Roma: «Voi fuori dalla Chiesa»
Una cerimonia nella chiesa della Fraternità san Pio X di Ecône, nel Vallese. ©KEYSTONE /Jean-Christophe Bott
Dario Campione
08.03.2026 06:00

La Chiesa universale di rito cattolico romano rischia seriamente di perdere (per la seconda volta) un piccolo gruppo di sacerdoti e fedeli tradizionalisti e radicalmente antimoderni, gli stessi che oltre 50 anni fa ritennero necessario distanziarsi - dottrinalmente e organizzativamente - dalla Santa Sede all’indomani del Concilio Vaticano II e della riforma liturgica. Riforma che, mettendo da parte la lingua latina a vantaggio delle lingue nazionali, riscriveva dopo quattro secoli il messale di Pio V, il domenicano teologo e inquisitore che trasformò la Chiesa secondo i dettami del Concilio di Trento.

Il 18 febbraio scorso, il superiore generale della Fraternità sacerdotale san Pio X, l’italiano don Davide Pagliarani, ha chiuso definitivamente le porte di una possibile riconciliazione con la Santa Sede. I lefebvriani, così chiamati dal nome del loro fondatore, l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, hanno detto no alla proposta di un dialogo «specificatamente teologico» avanzata dalla curia vaticana, convinti che la Chiesa romana non sia disposta a mettere in discussione i testi del Concilio né la legittimità della riforma liturgica.

Il prossimo 1. luglio, quindi, la Fraternità sacerdotale san Pio X, la cui sede generalizia è in Svizzera, a Menzingen nel canton Zugo, procederà alle consacrazioni di due nuovi vescovi. Gesto che segnerebbe una rottura definitiva con la Santa sede e costringerebbe, di fatto, papa Leone XIV a pronunciare una scomunica latae sententiae (ovvero, immediata e automatica). L’ordinazione di un vescovo cattolico senza il necessario mandato apostolico integra, infatti, un «delitto contro i sacramenti», e il canone 1382 del Diritto canonico punisce con la scomunica sia il vescovo consacrante sia chi riceve l’ordinazione. «Allo scomunicato è proibito prendere parte come ministro alla celebrazione dell’Eucaristia o ad altri riti di culto pubblico, celebrare sacramenti e sacramentali e ricevere i sacramenti, esercitare funzioni ecclesiastiche e porre atti di governo, con proibizioni che scattano ipso iure dal momento stesso in cui si incorre nella pena». Sarebbe, in una sola parola, uno scisma. Consumato già una prima volta nel 1988, quando Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato papale.

Il fallimento della mediazione

Sembra essere irrimediabilmente fallita la mediazione tentata dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il cardinale argentino Víctor Manuel Fernández, il quale «con il bene placet di papa Leone XIV» aveva ricevuto il 12 febbraio scorso don Pagliarani all’interno delle mura leonine.

Un incontro «cordiale e sincero» aveva sottolineato una nota della Sala stampa vaticana, caratterizzato dalla proposta di avviare «un dialogo specificatamente teologico» e concluso con una chiara raccomandazione alla Fraternità: sospendere la decisione delle ordinazioni episcopali annunciate per non sancire «una decisiva rottura della comunione ecclesiale», uno scisma appunto, «con gravi conseguenze per la Fraternità nel suo insieme».

L’incontro tra il cardinale Fernández e il superiore generale dei lefebvriani era stato annunciato il 4 febbraio quale primo concreto frutto di «contatti» tra la Santa Sede e la Fraternità sacerdotale mirati a «evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» all’indomani dell’annuncio di prossime consacrazioni episcopali non autorizzate dal pontefice.

La strada del dialogo tra le parti, però, si è presentata sin dal primo istante particolarmente stretta: l’esigenza del gruppo scismatico di poter contare su nuovi vescovi nella propria gerarchia non ha ammorbidito le posizioni irrimediabilmente ostili al Concilio Vaticano II. Il presupposto per rientrare all’interno della Chiesa cattolica, in realtà, non è mai stato preso seriamente in considerazione dagli ultra-tradizionalisti lefebvriani.

Dalla lettera che don Pagliarani ha scritto, il 18 febbraio, al cardinale Fernández, emerge in modo chiaro l’impossibilità di una qualunque possibile intesa: «Sappiamo entrambi in anticipo che non possiamo metterci d’accordo sul piano dottrinale, con particolare riferimento agli orientamenti fondamentali adottati dopo il Concilio Vaticano II - afferma Pagliarani - Questo disaccordo, da parte della Fraternità, non deriva da una semplice divergenza di vedute, ma da un vero caso di coscienza, provocato da ciò che si rivela essere una rottura con la tradizione della Chiesa. Questo nodo complesso è purtroppo divenuto ancora più inestricabile con gli sviluppi dottrinali e pastorali avvenuti nel corso dei recenti pontificati. Non vedo, dunque, come un percorso di dialogo comune potrebbe giungere a determinare insieme ciò che costituirebbe «i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica», poiché - come Lei stesso ha ricordato con franchezza - i testi del Concilio non possono essere corretti, né la legittimità della riforma liturgica messa in discussione».

La riaffermazione del Concilio Vaticano II

Come hanno scritto alcuni commentatori, per Leone XIV si tratta di un bel problema. La Santa Sede, in questo momento, tutto vorrebbe meno che procedere a una serie di nuove scomuniche con accuse di scisma. Prevost è stato eletto anche per garantire l’unità della Chiesa e per superare le divisioni con il mondo tradizionalista che Francesco aveva, in qualche modo, accentuato. Si pensi alla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021: in quel documento, papa Bergoglio aveva limitato fortemente l’uso del rito antico (in parte liberalizzato dal Benedetto XVI nel luglio 2007 con la lettera apostolica Summorum pontifcum), stabilendo che «I libri liturgici promulgati dai santi pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano».

Nella Chiesa sinodale di Francesco e di Leone XIV, gli spazi per chi nega l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la messa post-conciliare e la stessa sinodalità sono molto stretti. E senza margini nell’immediato futuro. Lo dimostra il primo concistoro straordinario - convocato da Prevost il 7 gennaio di quest’anno per essere coadiuvato dal sacro collegio nel governo della Chiesa universale - che ha escluso a larga maggioranza dall’ordine del giorno della riunione proprio la questione liturgica, nella quale rientrava il problema della messa preconciliare, preferendo concentrarsi su temi quali la sinodalità e la missione. Lo stesso Papa ha introdotto il suo discorso di benvenuto ai porporati citando, per intero, il primo paragrafo della Lumen Gentium, la costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II.

Un obiettivo politico e non solo religioso

C’è chi sostiene che i lefebvriani stiano giocando una rischiosa partita su due tavoli: da una parte, portare fino alle estreme conseguenze lo scontro con Roma per verificare se ci sia margine di manovra; dall’altra parte, diventare un punto di riferimento sempre più visibile per un cattolicesimo politico nazionalista e conservatore, soprattutto in un’Europa segnata dal ritorno sulla scena istituzionale della destra estrema. Una tesi, quest’ultima, non del tutto illogica. In una lunghissima intervista pubblicata il 5 febbraio sul portale della Fraternità, don Pagliarani afferma: «Tutti i bei discorsi, i dibattiti più diversi, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun senso se non hanno come obiettivo la salvezza delle anime. È importante ricordarlo, perché oggi esiste un pericolo, per la Chiesa, di occuparsi di tutto e di niente. La preoccupazione ecologica, per esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa».

«Il primo esempio che mi viene in mente risale al 2019 - dice ancora Pagliarani - quando papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, firmò con un imam la dichiarazione di Abu Dhabi. Egli affermava, assieme al capo musulmano, che la pluralità delle religioni sarebbe stata voluta come tale dalla Sapienza divina. È evidente che una comunione che si fondasse sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, non potrebbe essere cattolica, poiché includerebbe un peccato contro il primo comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Ritengo che una simile affermazione sia più di un semplice errore: è semplicemente inconcepibile. Essa non può essere il fondamento di una comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Penso che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una tale affermazione».

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