Le tappe dello scisma

Storia di Marcel Lefebvre, l’arcivescovo francese che si ribellò all’autorità della Santa Sede

Dal rifiuto del Concilio Vaticano II alla fondazione del seminario di Ecône, alla consacrazione episcopale che sancì lo strappo con Roma
Marcel Lefebvre. ©STR
Dario Campione
08.03.2026 06:00

La storia della Fraternità sacerdotale san Pio X (FSSPX) inizia il 1. novembre del 1970 quando Marcel Lefebvre - in quel momento arcivescovo titolare di Sinnada, diocesi soppressa della Frigia, regione dell’odierna Turchia - ottiene l’erezione canonica e l’approvazione degli statuti della stessa Fraternità da parte dell’ormai anziano vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, monsignor François Charrière.

Tre settimane prima, il 7 ottobre, Lefebvre - con l’autorizzazione dell’allora vescovo ordinario di Sion, monsignor François-Nestor Adam - aveva trasformato in un vero e proprio seminario, la casa di spiritualità di Ecône, frazione del comune svizzero di Riddes, nel canton Vallese.

Attorno all’arcivescovo francese si univano, in quel momento, alcune comunità di fedeli e gli istituti religiosi che contestavano alla Santa Sede di aver abbandonato la vera «Tradizione della Chiesa». Sin dalla sua fondazione, la Fraternità indica infatti come punti fermi il mantenimento della messa tridentina in latino e l’opposizione radicale all’ecumenismo e al dialogo interreligioso.

In pratica, un disconoscimento radicale del Concilio Vaticano II, al quale Lefebvre aveva peraltro partecipato in qualità di superiore generale della Congregazione dei Padri dello Spirito Santo. La Chiesa, secondo l’arcivescovo francese, con il Concilio era stata contaminata dalle ideologie rovinose che fino ad allora aveva avversato. In particolare, le statuizioni del Vaticano II - che pure, secondo lo stesso Lefebvre, erano prive di contenuti strettamente dogmatici - enunciavano dottrine in contrasto con la «perenne tradizione della Chiesa serbata dal magistero preconciliare». Lefebvre non accettava soprattutto le profonde modifiche della liturgia introdotte nel Novus ordo missae, il messale del 1969 così definito in un discorso da papa Paolo VI (che lo aveva promulgato con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 e fatto entrare in vigore il 30 novembre successivo, la prima domenica di Avvento). Già pochi mesi dopo la fondazione della Fraternità, a metà del 1971, Lefebvre annunciò ai suoi seminaristi il rifiuto di accettare il Novus ordo missae per motivi di coscienza.

L’ispezione e la «Dichiarazione» del 1974

Le posizioni ultra-conservatrici e anti-conciliari della FSSPX furono subito contestate sia dalla conferenza episcopale francese sia da quella svizzera. Il 26 marzo 1974, il Vaticano inviò a Ecône, per un’ispezione di tre giorni, monsignor Albert Descamps, vescovo titolare di Tunes, già rettore dell’Università Cattolica di Lovanio e Willy Onclin, professore di Diritto canonico nello stesso ateneo belga e perito conciliare al Vaticano II.

Il 19 marzo 1975, probabilmente nel tentativo di evitare le sanzioni della Santa Sede, Lefebvre dichiarò ancora una volta che non si sarebbe mai separato dalla Chiesa. Non bastò. Anche perché, pochi mesi prima, il 21 novembre 1974, l’arcivescovo francese aveva reso nota una «Dichiarazione» che, di fatto, era anche il manifesto del programma dottrinale della FSSPX: «Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità. Noi rifiutiamo, invece, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata nel Vaticano II e nel post-Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite». Monsignor Pierre Mamie (che era succeduto a Charrière come vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo il 29 dicembre 1970), in stretto accordo con la conferenza episcopale svizzera e il Vaticano, il 6 maggio 1975 ritirò il riconoscimento canonico alla FSSPX e ordinò la chiusura del seminario di Ecône. Lefebvre rifiutò di accettare questa disposizione e disattese anche sia la proibizione di ordinare nuovi sacerdoti, sia il divieto di aprire nuove case della Fraternità.

Il 22 luglio 1976, il fondatore della Fraternità san Pio X fu sospeso a divinis da papa Paolo VI. Essendo così interdetto da qualsiasi esercizio pubblico del ministero sacerdotale, i preti da lui ordinati dopo quella data subivano anch’essi la stessa sanzione.

Le consacrazioni di Écône

Dopo il fallimento di un complesso tentativo di accordo durato anni e gestito, per la Santa Sede, direttamente dal cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il 30 giugno 1988 Marcel Lefebvre, a Écône, assistito da monsignor Antônio de Castro Mayer, vescovo emerito di Campos in Brasile, ordinò quattro vescovi: lo spagnolo Alfonso de Gallareta, lo svizzero Bernard Fellay, il francese Bernard Tissier de Mallerais e il britannico Richard Williamson.

Con il motu proprio Ecclesia Dei, il 2 luglio 1988, Giovanni Paolo II definì le consacrazioni come «illegittima ordinazione episcopale» e scrisse che quell’atto aveva «vanificato tutti gli sforzi da anni compiuti per assicurare la piena comunione» tra Roma e la Fraternità san Pio X. In quello stesso testo, il pontefice polacco chiarì che la consacrazione dei vescovi, «materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa», se compiuta in disobbedienza al romano pontefice, configura un gesto che «costituisce un atto scismatico». Lefebvre, de Castro Mayer e i quattro nuovi vescovi ordinati furono perciò scomunicati latae sententiae.

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