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L'editoriale

Dalle urne un chiaro no ma anche un segnale

La maggioranza dei votanti e dei Cantoni ha ritenuto che il rimedio proposto dall’UDC fosse un mezzo estremo per fare fronte ai problemi posti dalla crescita demografica – L’iniziativa ha comunque incassato il 45% dei consensi, a dimostrazione che ha toccato un disagio diffuso al quale bisogna dare una risposta
Giovanni Galli
14.06.2026 22:00

La Svizzera non sarà il primo Paese al mondo a mettere un tetto massimo alla popolazione. La maggioranza dei votanti e dei Cantoni ha ritenuto che quello proposto dall’UDC fosse un rimedio estremo, unilaterale e soprattutto dannoso per fare fronte ai problemi posti dalla crescita demografica. Hanno prevalso le preoccupazioni per i contraccolpi sull’economia, a livello di politica estera (il rischio di una rottura con l’UE in un periodo incerto dal punto di vista geopolitico) e anche sul piano previdenziale di una soluzione che avrebbe fortemente limitato il ricorso a lavoratori stranieri. Con il doppio no è anche stato respinto il nuovo attacco alla libera circolazione delle persone, che costituiva il bersaglio grosso dell’iniziativa e che ormai da un quarto di secolo è il fulcro degli attuali accordi bilaterali.  È la sesta volta (l’undicesima se si considera l’impianto bilaterale in senso esteso) che il popolo sceglie e conferma questa linea. Lo aveva fatto nel 2000, accogliendo gli Accordi bilaterali 1. Poi a due riprese nel 2005, con l’associazione agli accordi di Schengen e Dublino e con il sì all’estensione della libera circolazione a dieci nuovi Stati dell’UE. Poi ancora nel 2009, con il rinnovo a tempo indeterminato di questo accordo. Ed infine nel 2020, con il no all’iniziativa dell’UDC sulla disdetta della libera circolazione. L’iniziativa sui 10 milioni era più insidiosa dell’attacco frontale di sei anni fa, perché è stata congegnata in modo astuto, collegando il tema dell’immigrazione con problemi concreti sentiti dalla popolazione: l’alto livello degli affitti in alcune regioni, il carico sulle infrastrutture, il sovraffollamento dei trasporti pubblici, il consumo di territorio, l’integrazione degli stranieri. Non a caso, seppure respinta, l’iniziativa ha incassato il 45% dei consensi, a dimostrazione che ha ottenuto sostegno anche in ampi strati dell’elettorato non democentrista, e che ha quindi toccato un disagio diffuso. Il fatto che abbia raccolto consensi soprattutto nelle periferie e nei piccoli Cantoni, anziché in quelli urbani confrontati più di altri con i problemi denunciati, non cambia il senso del discorso. 

L’ampio fronte dei contrari può tirare il fiato per lo scampato pericolo. Un sì avrebbe attivato una bomba a orologeria destinata a far saltare a medio termine l’impianto bilaterale. Ma sarebbe un errore limitarsi a festeggiare e voltare pagina, come se fosse una votazione qualsiasi su una richiesta estrema. Per due motivi. Innanzitutto, perché l’UDC, pur essendo uscita sconfitta da questa tornata, continuerà a mantenere alta la pressione sul fronte dell’immigrazione, in vista della votazione popolare sui cosiddetti Bilaterali III, che dovrebbe avere luogo nel 2028. Dalle urne è scaturita una conferma indiretta per gli attuali bilaterali. Per il prossimo stadio, ancora più divisivo  e problematico (per le questioni istituzionali) di quello dei 10 milioni,  sarà necessario uno sforzo supplementare. In secondo luogo, perché i contrari avevano riconosciuto i problemi denunciati dall’iniziativa e sottolineato la necessità di porvi rimedio. Se la politica e il mondo economico non andranno oltre le soluzioni placebo proposte finora e non si adopereranno per affrontare, con interventi mirati e pragmatici – da un miglior uso del potenziale della manodopera residente a misure per evitare un comodo ricorso all’immigrazione – la polemica si trascinerà e porterà acqua al mulino di chi si oppone anche all’attuale via bilaterale. I molti voti favorevoli sono un segnale da prendere sul serio. È quindi auspicabile che la disponibilità manifestata a caldo dal mondo imprenditoriale in favore di una migliore gestione dell’immigrazione non resti lettera morta e si traduca in azioni e iniziative concrete. Lo stesso vale per gli altri partiti borghesi, al cui interno ieri è suonato un campanello d’allarme.

In Ticino, contrariamente alle previsioni, il sì è stato risicatissimo. In 12 anni, il cantone storicamente anti-bilaterali è passato dal 68% dei consensi per l’iniziativa contro l’immigrazione di massa al 53% per quella contro la libera circolazione, al 50,7% di ieri sui 10 milioni. La prospettiva che un tetto demografico si potesse tradurre in un aumento dei frontalieri può avere inciso, ma il calo del sentimento antagonista è evidente. Eccetto Bellinzona, tutti i centri, Lugano in testa, hanno detto no. È presto per dire se questo voto costituisca una spia anche per i futuri equilibri politici. Ma il dato è politicamente significativo. 


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