Cerca e trova immobili
L'intervista

«Di solito non mi commuovo, ma mai dire mai»

Sabato l’HC Lugano ritirerà la maglia numero 38 di Raffaele Sannitz – L’ex attaccante bianconero ci racconta le sue sensazioni
Fernando Lavezzo
25.08.2022 06:00

«Il numero 38 è poco comune nell’hockey, magari non lo avrebbero chiesto per secoli, ma mi fa molto piacere che venga ritirato. È stato mio per 22 anni e non sarà più di nessun altro». Con la sua solita spontaneità, Raffaele Sannitz si avvicina al grande giorno. Sabato l’ex attaccante del Lugano vedrà la sua maglia appesa alla Cornèr Arena, di fianco alla numero 1 di Alfio Molina, alla 2 di Sandro Bertaggia, alla 4 di Pat Schafhauser, alla 8 di Steve Hirschi, alla 33 di Petteri Nummelin, alla 40 di Flavien Conne e alla 44 di Andy Näser. Ci siamo fatti raccontare le sue sensazioni.

Raffaele, come ti stai avvicinando a questa giornata speciale?
«Senza ansia. Non ci sto ancora pensando, sono concentrato sulla quotidianità, sul mio lavoro di allenatore (come assistente nella U20 dell’Ambrì Piotta, ndr.). Non fraintendetemi: il ritiro della maglia mi fa molto piacere. È un motivo d’orgoglio, non capita a tutti. È anche una nuova occasione per guardare indietro e rendermi conto di quello che ho fatto per il Lugano e viceversa. Sono partito dal settore giovanile e ho realizzato il mio sogno di ragazzino: giocare in prima squadra. Sicuramente all’epoca non pensavo di restarci per 22 anni. Invece, ad eccezione di una stagione in America e di una parentesi a Kloten, per me c’è stato un solo club. Una sola squadra del cuore. Sono nato all’Ospedale Civico di Lugano, a un chilometro dalla Resega. In bianconero ho vinto due titoli e vissuto momenti bellissimi. Sabato mi torneranno in mente».

C’è qualche possibilità che Raffaele Sannitz si commuova?
«È difficile. Sono un tipo abbastanza freddo. Provo emozioni, ci mancherebbe, ma sono bravo a nasconderle. Però chissà, mai dire mai. Magari mi scenderà una lacrimuccia».

Negli ultimi anni della carriera, ti sei mai chiesto se la tua maglia numero 38 sarebbe finita lassù, insieme a quelle di Molina, Bertaggia, Schafhauser, Hirschi, Nummelin, Conne e Näser?
«No, mai. Fino all’ultima partita giocata, sono rimasto focalizzato sul presente. Non ho mai guardato al passato e neppure mi sono fatto distrarre dal futuro. Quando ho deciso di smettere, l’HCL mi ha quasi subito comunicato che il numero 38 sarebbe stato ritirato. Un gesto bellissimo. Quello sì che è stato un bel momento per riflettere sul passato».

Hai smesso a 38 anni con una media di 0,38 punti a partita in bianconero. Quel numero ti ha accompagnato fino all’ultimo...
«Non sapevo della media punti. Che coincidenza! Scelsi il 38 perché era il mio anno di nascita al contrario. L’83 sarebbe stato troppo esplicito, non volevo che tutti sapessero quanto fossi piccolo. Nelle giovanili avevo spesso il 18, ma la scelta era limitata. Se non mi sbaglio, prima di entrare ufficialmente nel roster della prima squadra debuttai in NLA con l’88. Comunque sia, per 22 anni il 38 è stato mio e ora non sarà mai più di nessun altro. È una sensazione piacevole. A dirla tutta, il 38 non è molto comune. Ne ho visti pochi in giro e forse non lo avrebbe richiesto nessuno per secoli...».

Come è andato il tuo primo anno da ex giocatore? Ti è mai venuta voglia di tornare in pista?
«Sono andato a vedere tante partite, ma non ho mai desiderato di essere sul ghiaccio. È stato un anno senza rimpianti, ricco di nuove esperienze. Resto convinto di aver scelto il momento giusto per ritirarmi. Non ho mai pensato, neanche per un secondo, che avrei potuto giocare un altro anno. Sarebbe stato quello di troppo. Ora tocca agli altri incassare i colpi (ride, ndr.). Giocare a hockey ad alto livello è logorante, mentalmente e fisicamente. Io ho smesso in buona salute, senza troppi acciacchi. Significa che ho gestito bene il mio corpo. Ma mentalmente ero al limite. Da quando mi sono ritirato, ho indossato l’intero equipaggiamento una volta sola, in una partitella con i ragazzi che alleno. La mia avventura da coach, nel settore giovanile leventinese, è davvero interessante. E anche molto intensa. Questo ha probabilmente facilitato il distacco dalla mia vita precedente. Sono rimasto nell’ ambiente che amo, vivo lo spogliatoio e l’adrenalina delle partite. In un modo diverso, sì, ma comunque appagante. La passione per l’hockey è immutata».

Il tuo passaggio all’Ambrì ha fatto inevitabilmente discutere.
«Lo so e lo avevo messo in conto, ma mi son detto che allenare è una cosa diversa. È un’altra carriera, un nuovo inizio. Come giocatore sarò sempre legato al Lugano, ma quel capitolo si è chiuso nella primavera del 2021. Nella vita bisogna andare avanti, non si può restare ancorati al passato. Sentivo il desiderio di avviare un nuovo percorso, si è presentata questa opportunità e l’ho colta. Il fatto che l’Ambrì sia venuto a cercarmi, significa che come sportivo ho fatto qualcosa di positivo per tutto il Ticino, oltre gli steccati».

Ci sono buone probabilità che sabato, sugli spalti, ricompaia lo striscione «Ci pensa il Sannitz».
«Lo cercherò con lo sguardo, come in passato. Mi faceva sorridere. A modo suo, era un punto di riferimento. Ho anche conosciuto l’autore».

Dopo il mitico Alfio Molina, sei il secondo ticinese a cui l’HCL ha deciso di ritirare la maglia.
«È un onore, Alfio ha scritto la storia. Entrambi abbiamo rappresentato il Lugano e il Ticino alle Olimpiadi. Ecco, l’HCL mi ha permesso di raggiungere traguardi di questo tipo. Io, nel mio piccolo, sento di aver dato qualcosa in cambio. Spero di essere stato un esempio positivo. Ho dimostrato che tutto è possibile, anche partendo dalla nostra piccola realtà. Ai miei tempi, per i giovani del posto, non era facile trovare spazio in prima squadra. Ho vinto due titoli al fianco di giocatori fortissimi. Nel 2006, Luca Fazzini aveva solo 11 anni, ma si ricorda bene di avermi visto sollevare la coppa in televisione. Nel 2021, 20 anni dopo di me, un altro ticinese cresciuto nel Lugano, Brian Zanetti, è stato draftato in NHL. È ciò che voglio continuare a fare: ispirare i giovani, aiutarli a realizzare i loro sogni».

Negli ultimi cinque anni si sono ritirati altrettanti senatori bianconeri: Hirschi, Reuille, Vauclair, Sannitz e infine Chiesa. Chi sono i vostri eredi nello spogliatoio?
«Per me è difficile dirlo, ormai la squadra è cambiata parecchio. Penso però a Luca Fazzini, che è cresciuto nel club diventandone un simbolo. Anche Elia Riva e Giovanni Morini sono elementi preziosi, entrambi formatisi in bianconero. Senza dimenticare un veterano come Walker: quando i giochi si fanno duri, Julian c’è sempre. Questo quartetto porta avanti la cultura e l’identità dell’HCL. Sono loro i nostri eredi. Devono esserlo».

In questo articolo: