«Di solito non mi commuovo, ma mai dire mai»
«Il numero 38 è poco comune nell’hockey, magari non lo avrebbero chiesto per secoli, ma mi fa molto piacere che venga ritirato. È stato mio per 22 anni e non sarà più di nessun altro». Con la sua solita spontaneità, Raffaele Sannitz si avvicina al grande giorno. Sabato l’ex attaccante del Lugano vedrà la sua maglia appesa alla Cornèr Arena, di fianco alla numero 1 di Alfio Molina, alla 2 di Sandro Bertaggia, alla 4 di Pat Schafhauser, alla 8 di Steve Hirschi, alla 33 di Petteri Nummelin, alla 40 di Flavien Conne e alla 44 di Andy Näser. Ci siamo fatti raccontare le sue sensazioni.
Raffaele, come ti stai avvicinando a questa giornata
speciale?
«Senza ansia. Non ci sto ancora pensando, sono concentrato
sulla quotidianità, sul mio lavoro di allenatore (come assistente nella U20
dell’Ambrì Piotta, ndr.). Non fraintendetemi: il ritiro della maglia mi fa
molto piacere. È un motivo d’orgoglio, non capita a tutti. È anche una nuova
occasione per guardare indietro e rendermi conto di quello che ho fatto per il
Lugano e viceversa. Sono partito dal settore giovanile e ho realizzato il mio
sogno di ragazzino: giocare in prima squadra. Sicuramente all’epoca non pensavo
di restarci per 22 anni. Invece, ad eccezione di una stagione in America e di
una parentesi a Kloten, per me c’è stato un solo club. Una sola squadra del
cuore. Sono nato all’Ospedale Civico di Lugano, a un chilometro dalla Resega.
In bianconero ho vinto due titoli e vissuto momenti bellissimi. Sabato mi
torneranno in mente».
C’è qualche possibilità che Raffaele Sannitz si commuova?
«È difficile. Sono un tipo abbastanza freddo. Provo
emozioni, ci mancherebbe, ma sono bravo a nasconderle. Però chissà, mai dire
mai. Magari mi scenderà una lacrimuccia».
Negli ultimi anni della carriera, ti sei mai chiesto se
la tua maglia numero 38 sarebbe finita lassù, insieme a quelle di Molina,
Bertaggia, Schafhauser, Hirschi, Nummelin, Conne e Näser?
«No, mai. Fino all’ultima partita giocata, sono rimasto
focalizzato sul presente. Non ho mai guardato al passato e neppure mi sono
fatto distrarre dal futuro. Quando ho deciso di smettere, l’HCL mi ha quasi
subito comunicato che il numero 38 sarebbe stato ritirato. Un gesto bellissimo.
Quello sì che è stato un bel momento per riflettere sul passato».
Hai smesso a 38 anni con una media di 0,38 punti a partita
in bianconero. Quel numero ti ha accompagnato fino all’ultimo...
«Non sapevo della media punti. Che coincidenza! Scelsi il 38
perché era il mio anno di nascita al contrario. L’83 sarebbe stato troppo
esplicito, non volevo che tutti sapessero quanto fossi piccolo. Nelle giovanili
avevo spesso il 18, ma la scelta era limitata. Se non mi sbaglio, prima di
entrare ufficialmente nel roster della prima squadra debuttai in NLA con l’88.
Comunque sia, per 22 anni il 38 è stato mio e ora non sarà mai più di nessun
altro. È una sensazione piacevole. A dirla tutta, il 38 non è molto comune. Ne
ho visti pochi in giro e forse non lo avrebbe richiesto nessuno per secoli...».
Come è andato il tuo primo anno da ex giocatore? Ti è mai
venuta voglia di tornare in pista?
«Sono andato a vedere tante partite, ma non ho mai
desiderato di essere sul ghiaccio. È stato un anno senza rimpianti, ricco di
nuove esperienze. Resto convinto di aver scelto il momento giusto per
ritirarmi. Non ho mai pensato, neanche per un secondo, che avrei potuto giocare
un altro anno. Sarebbe stato quello di troppo. Ora tocca agli altri incassare i
colpi (ride, ndr.). Giocare a hockey ad alto livello è logorante, mentalmente e
fisicamente. Io ho smesso in buona salute, senza troppi acciacchi. Significa
che ho gestito bene il mio corpo. Ma mentalmente ero al limite. Da quando mi
sono ritirato, ho indossato l’intero equipaggiamento una volta sola, in una
partitella con i ragazzi che alleno. La mia avventura da coach, nel settore
giovanile leventinese, è davvero interessante. E anche molto intensa. Questo ha
probabilmente facilitato il distacco dalla mia vita precedente. Sono rimasto
nell’ ambiente che amo, vivo lo spogliatoio e l’adrenalina delle partite. In un
modo diverso, sì, ma comunque appagante. La passione per l’hockey è immutata».
Il tuo passaggio all’Ambrì ha fatto inevitabilmente
discutere.
«Lo so e lo avevo messo in conto, ma mi son detto che
allenare è una cosa diversa. È un’altra carriera, un nuovo inizio. Come
giocatore sarò sempre legato al Lugano, ma quel capitolo si è chiuso nella
primavera del 2021. Nella vita bisogna andare avanti, non si può restare
ancorati al passato. Sentivo il desiderio di avviare un nuovo percorso, si è
presentata questa opportunità e l’ho colta. Il fatto che l’Ambrì sia venuto a
cercarmi, significa che come sportivo ho fatto qualcosa di positivo per tutto
il Ticino, oltre gli steccati».
Ci sono buone probabilità che sabato, sugli spalti,
ricompaia lo striscione «Ci pensa il Sannitz».
«Lo cercherò con lo sguardo, come in passato. Mi faceva
sorridere. A modo suo, era un punto di riferimento. Ho anche conosciuto
l’autore».
Dopo il mitico Alfio Molina, sei il secondo ticinese a
cui l’HCL ha deciso di ritirare la maglia.
«È un onore, Alfio ha scritto la storia. Entrambi abbiamo
rappresentato il Lugano e il Ticino alle Olimpiadi. Ecco, l’HCL mi ha permesso
di raggiungere traguardi di questo tipo. Io, nel mio piccolo, sento di aver
dato qualcosa in cambio. Spero di essere stato un esempio positivo. Ho
dimostrato che tutto è possibile, anche partendo dalla nostra piccola realtà.
Ai miei tempi, per i giovani del posto, non era facile trovare spazio in prima
squadra. Ho vinto due titoli al fianco di giocatori fortissimi. Nel 2006, Luca
Fazzini aveva solo 11 anni, ma si ricorda bene di avermi visto sollevare la
coppa in televisione. Nel 2021, 20 anni dopo di me, un altro ticinese cresciuto
nel Lugano, Brian Zanetti, è stato draftato in NHL. È ciò che voglio continuare
a fare: ispirare i giovani, aiutarli a realizzare i loro sogni».
Negli ultimi cinque anni si sono ritirati altrettanti
senatori bianconeri: Hirschi, Reuille, Vauclair, Sannitz e infine Chiesa. Chi
sono i vostri eredi nello spogliatoio?
«Per me è difficile dirlo, ormai la squadra è cambiata
parecchio. Penso però a Luca Fazzini, che è cresciuto nel club diventandone un
simbolo. Anche Elia Riva e Giovanni Morini sono elementi preziosi, entrambi
formatisi in bianconero. Senza dimenticare un veterano come Walker: quando i
giochi si fanno duri, Julian c’è sempre. Questo quartetto porta avanti la
cultura e l’identità dell’HCL. Sono loro i nostri eredi. Devono esserlo».


