L’intervista

Disdire l’accordo? «In Italia non venderemmo più nemmeno uno spillo»

Il professore ed esperto di diritto fiscale Marco Bernasconi commenta la contromossa del Governo sulla fiscalità dei frontalieri
Marco Bernasconi. © CdT/Chiara Zocchetti
Paolo Gianinazzi
17.01.2020 18:28

La proposta del Governo di commissionare uno studio all’università di Lucerna per valutare le conseguenze di un’eventuale disdetta dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri «non ha certo il pregio dell’originalità». Se da una parte la politica si dice convita che la contromossa del Governo era necessaria; dall’altra il professore ed esperto di diritto fiscale Marco Bernasconi, da noi intervistato, non usa mezzi termini al riguardo: «La proposta è già stata studiata e oltretutto Berna l’ha già bocciata. Non è possibile disdire la parte dell’accordo sulla fiscalità dei frontalieri poiché, a mio giudizio, verrebbe a cadere tutta la convenzione sulla doppia imposizione del 1976. E questo aspetto - precisa il professore - l’avevo già chiarito in uno studio del PLR nel 2014 riguardante l’iniziativa cantonale, poi approvata dal Gran Consiglio, che proponeva di chiedere al Consiglio federale di abrogare l’accordo e poi rinegoziare l’intera convenzione». Ma la cosa grave, secondo Bernasconi, «è che a quella iniziativa cantonale nel 2015 sia il consiglio Nazionale sia quello degli Stati non hanno dato seguito. Questo progetto, quindi, è nato zoppo poiché Berna l’ha già respinto».

E se per ipotesi la Svizzera decidesse comunque di disdire l’accordo? Secondo il professore le conseguenze sarebbero gravissime: «In Italia non venderemmo più nemmeno uno spillo. I redditi da lavoro, così come i dividendi e tutte le altre fonti di reddito, sarebbero imponibili due volte. Il mondo economico avrebbe una reazione molto negativa. E Berna non ha nessuna intenzione di andare in questa direzione». E se, come dice il professore, è quasi impossibile che il Consiglio federale prenda una decisione così radicale, «allo stesso tempo l’Italia non ha nessun interesse a rinegoziare l’accordo del 1976 e, a quanto sembra, di dare seguito alla lettera d’intenti (la Road Map) del 2015. Farebbe arrabbiare i Comuni di frontiera (che non avrebbero più l’entrata dei ristorni) e farebbe un torto ai frontalieri che verrebbero imposti in maniera più accentuata in base alle aliquote italiane, molto più alte di quelle svizzere. Politicamente anche in Italia l’accordo parafato nel 2015 sembrerebbe morto». Ma allora, vista questa impasse politica e giuridica, quale soluzione può individuare il canton Ticino? Secondo Bernasconi, «oggi è necessaria una riflessione sul versamento, o meno, dei ristorni all’Italia. Dal punto di vista di un giurista, l’obbligo di versare questa somma all’Italia non è in discussione. Però, a livello politico, il ragionamento è diverso. In effetti la mancata entrata in vigore della Road Map, pone dei problemi etici e politici. L’Italia si era impegnata a dar seguito a questa intesa, di rango inferiore rispetto alla norma riguardante i ristorni, ma non l’ha mai fatto». In sintesi bisognerebbe riproporre quanto avvenuto nel 2011, ovvero il blocco dei ristorni fino a quando l’Italia non avrà dato seguito all’accordo parfato cinque anni fa. E riguardo al fatto che lo studio è stato commissionato fuori cantone, Bernasconi ci tiene a sottolineare: «Sono sorpreso che non sia stata affidata al centro tributario della SUPSI, che da sempre segue questo problema e che ha un indubbio prestigio sia a livello cantonale e federale, che all’estero».