È il narco-Stato più potente al mondo ma nessuno lo conosce

Uno Stato, con un Governo, delle autorità, scuole, strade e leggi. Una bandiera e un inno nazionale. Facile immaginarlo, giusto? No, lo Stato Wa è quanto di più lontano dai parametri e dalle regole che noi tutti conosciamo. Si tratta infatti del più potente narco-Stato al mondo, insediato in Myanmar, con una struttura completamente incentrata e autoalimentata dalla produzione e dallo smercio di stupefacenti. Stato de facto, autonomo ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, dove vive la popolazione Wa governata dai suoi leader. Un caso più unico che raro, che il giornalista americano d’inchiesta Patrick Winn, ospite il 12 settembre del Festival Endorfine, ha voluto approfondire. Partendo proprio dal suo ultimo libro Narcotopia (con una prefazione a cura di Roberto Saviano), che racconta la storia dello Stato Wa. Insieme a lui abbiamo cercato di capire origini, ampiezza e possibili sviluppi di questo fenomeno. Senza dimenticare, sullo sfondo tensioni geopolitiche e gli interessi delle superpotenze.
Innanzitutto, da dove è nata l’idea di studiare lo Stato
Wa?
«Sono giornalista investigativo nel Sud-Est asiatico da 18
anni e, fin dai primi tempi, ho sentito parlare della popolazione Wa e dello
Stato Wa, sempre nel contesto della criminalità organizzata e del traffico di
stupefacenti. Ciò che ho notato, però, è che le uniche fonti citate erano
quelle della polizia e molto raramente qualcuno cercava effettivamente di
parlare con i Wa, questo gruppo di persone che viene descritto come un gruppo di trafficanti di droga. Se fossero stati davvero così potenti e
pericolosi come tutti dicevano, ho pensato che sarebbe stato interessante
entrare in contatto con loro. Mi sono quindi messo all’opera e il risultato è
il mio libro, Narcotopia».

Come è stato indagare questo campo? Quali sono state le
sfide più difficili che ha affrontato e quali invece le belle sorprese?
«È stato estremamente difficile indagare questo ambito. Il Governo
Wa non è accogliente con la maggior parte degli estranei, e certamente non lo è
nei confronti dei giornalisti, né tantomeno degli americani. Quindi sono
davvero la persona meno adatta per cercare di accedere al loro mondo. È stato
molto, molto difficile. Solo grazie a un colpo di fortuna sono riuscito a
incontrare un ex leader del governo Wa, lì le porte hanno cominciato ad
aprirsi. E ho scoperto che i leader Wa, dipinti dai media come spietati, in
realtà avevano un lato umano. Anche i criminali sono persone. Conoscere le vite
dei leader dello Stato Wa mi ha portato a pensare che avessero vite più
sfaccettate di quanto si può vedere in un servizio giornalistico. Ci sono più sfumature nei leader Wa e in questo popolo rispetto a quanto la maggior parte delle persone pensi».
Che cosa rende lo Stato di Wa così unico e perché è
considerato il più potente narco-Stato al mondo?
«Non mi viene in mente nessun’altra organizzazione dedita al
traffico di stupefacenti che abbia uno Stato proprio. Se si considerano i
cartelli messicani, ad esempio, questi non hanno uno Stato proprio: sono subordinati allo Stato del Messico. Lo Stato Wa ha invece un vero e proprio Governo
autonomo, con un ministero delle Finanze, le proprie strade, la propria rete
elettrica, la propria bandiera e il proprio inno nazionale. Si tratta quindi di
un caso davvero unico tra i gruppi dediti al traffico di droga. Inoltre è il
narco-Stato più potente del mondo perché ha la maggiore potenza di
fuoco. Il Governo di Wa conta infatti 30 mila soldati. Dispone di armi molto
moderne provenienti dalla Cina, artiglieria pesante, come razzi in grado di
abbattere velivoli. Non c’è nessun’altra organizzazione dedita al
traffico di droga che possa eguagliare questa potenza».

Come mai questo tema è rimasto «nascosto» rispetto
alle storie di altri cartelli molto più famosi, come ad esempio quelli in
Messico e Colombia?
«La narrativa sul traffico di droga viene scritta
principalmente negli Stati Uniti, il Messico e la Colombia sono più familiari.
E così Hollywood e Netflix tendono a mettere in scena queste storie, piuttosto
che quelle di questa organizzazione di traffico di stupefacenti, molto più
potente, che opera in Asia. Inoltre, credo che la leadership dei Wa sia molto
più astuta rispetto ai capi della maggior parte dei cartelli messicani, che
parlano troppo: comunicano sui social media, a volte anche con i giornalisti.
Non tutti, ma alcuni di loro lo fanno. È noto che El Chapo ha concesso
un’intervista a Sean Penn. Questa è una mossa che ritengo sconsiderata. I vertici dei Wa
sono molto più cauti riguardo alle persone con cui parlano. E di certo non lo
faranno mai con un attore».
In che modo i Paesi confinanti con lo Stato Wa sono
toccati dalla situazione attuale?
«Lo Stato Wa è uno Stato all’interno del Myanmar grande quasi quanto i Paesi Bassi. Se lo
chiedeste all’ONU, vi direbbero che non è uno Stato-nazione, ma penso che si
sbaglino completamente. I suoi confinanti sono lo stesso Myanmar, Cina e
Thailandia. La leadership dello Stato Wa intrattiene rapporti molto stretti con
quella di Pechino. La Cina sostiene di fatto i Wa perché vorrebbe avere un alleato
forte e influente nelle montagne del Myanmar, proprio al suo confine. La
Thailandia ha invece un rapporto molto conflittuale con lo Stato Wa: essendo
più vicina agli Stati Uniti, tende a guardare ai Wa attraverso ''la lente'' della DEA (Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale antidroga degli Stati Uniti, n.d.r.), considerandoli un’organizzazione dedita al traffico di
droga che non dovrebbe esistere. E poi c’è il Myanmar, che ha un
rapporto difficile con la leadership dei Wa. Deve accettare che siano così
potenti da non poter essere calpestati, semplicemente devono fare i conti con la loro esistenza».
C'è il rischio che questo cartello possa espandersi e
diventare ancora più potente?
«Certo. Penso che si tratterebbe soprattutto di
un'espansione territoriale. Quando il Governo militare del Myanmar si
indebolisce – come abbiamo visto negli ultimi anni – ecco che lo Stato Wa ha
ampliato leggermente il proprio territorio. E quindi sì, è certamente possibile,
ma dipende anche da molti altri fattori».
C'è la possibilità che possano emergere altri Stati come
questo?
«È difficile che emerga uno Stato del narcotraffico come
questo se si pensa a un gruppo di persone che formano il proprio Stato
all’interno dei confini di un Paese già riconosciuto. È estremamente raro, ma è
possibile. Anche se, all’orizzonte, non vedo emergere nuovi casi del genere nel Sud-Est
asiatico. Quello che vedo sono alcuni gruppi all’interno del Myanmar che
aspirano a emulare i Wa e cercano di diventare potenti quanto loro, in modo da
poter avere anch’essi questo rapporto di “Stato nello Stato”, senza rivolgersi al mondo dicendo: «Ehi, per favore, accettateci come un Paese nuovo». Vogliono solo il potere. Vogliono controllare i propri
confini, vogliono che quel gruppo indigeno possa controllare
il proprio territorio e la propria gente. In questo senso, ci sono altri gruppi
armati indigeni in Myanmar che aspirano a essere come i Wa».
C’è un modo per contrastare questo cartello? Anche la DEA
e la CIA hanno indagato sulla questione. Qual è stato il loro ruolo?
«La DEA ha cercato di contrastare lo Stato Wa, ma ha
fallito. La CIA ha una storia interessante con il popolo Wa, che descrivo nel libro. La CIA ha preso di mira alcuni capi del traffico di droga dello
Stato Wa. Nel complesso, gli
Stati Uniti hanno avuto un rapporto molto conflittuale con la leadership di Wa
ed è ancora in vigore un mandato di arresto nei confronti dei suoi leader.
Vorrebbero arrestarli e rinchiuderli in una prigione americana. Ma questo non
accadrà mai perché i Wa dispongono di 30 mila soldati armati e non c’è modo di entrare e catturarli senza compiere un’invasione
terrestre armata. Non credo che sia una priorità abbastanza alta da
giustificare un'azione di questo genere e cercare di spiegarlo al popolo
americano, visto che il 99,9% di loro non sa chi siano i Wa».
Qual è invece il ruolo di un’altra superpotenza, la Cina?
«La Cina considera lo Stato Wa come un fratello minore.
Fornisce assistenza per quanto riguarda le strade, le reti di telefonia mobile e i servizi sanitari. Quindi, se il referente di Pechino dice
alla leadership Wa di fare qualcosa, nove volte su dieci lo faranno. Agli occhi di molti Wa, la leadership è subordinata a Pechino, perché in realtà
non ha altre alternative valide: si trovano proprio al confine con la Cina. È
il loro unico vero partner economico di rilievo e l’unico sostenitore sulla
scena mondiale, quindi sono in qualche modo costretti a fare tutto ciò che
Pechino dice. In particolare, come rivelato nel reportage che ho condotto, una delle cose che Pechino chiede
alla leadership Wa è: «Non lasciate che alcuna droga, in particolare metanfetamina
ed eroina, entri in Cina». È un rapporto piuttosto singolare che ha funzionato nell’interesse di
chi a Pechino non vuole vedere la droga in Cina».

Qual è il valore della produzione di droga nello Stato Wa e quale percentuale della produzione globale di droga rappresenta?
«Onestamente non lo so, ma in realtà nessuno lo sa. Non sono
nemmeno sicuro che i leader dello Stato Wa sappiano quanto valga la droga
prodotta nel loro territorio. In realtà, questi leader armati permettono a
gruppi di trafficanti esterni di entrare nel loro territorio per costruire
laboratori di metanfetamina e trafficarla all’esterno. Prendono una percentuale
dei profitti, ma non controllano il tutto dall’alto verso il basso come si vede
in alcuni cartelli latinoamericani. Quindi potrebbero non saperlo. Nel Sud-Est asiatico, la metanfetamina fa la parte del leone: è la
droga più diffusa. È estremamente popolare rispetto ad altre sostanze, come
l’eroina. E, per fortuna, qui non c’è il fentanil. Il valore totale dell’economia della
metanfetamina nel Sud-Est asiatico, secondo l’ONU, si aggira tra i 30 e i
60 miliardi di dollari. Si tratta quindi di una cifra superiore al PIL di
alcuni Paesi di questa regione. Lo Stato Wa è una delle principali aree di
produzione di metanfetamina, ma non posso dire con esattezza il valore esatto
della metanfetamina che esce da lì. So che è un pilastro dell’economia di Wa ed
è sufficiente a sostenerla, consentendo loro di avere uno Stato piuttosto ben funzionante».
A proposito della minoranza indigena che vive nello
Stato, cosa ha colpito di più di questa popolazione?
«Nei mass media del Sud-Est asiatico i Wa vengono dipinti in
pratica come un branco di spacciatori e trafficanti di droga, è molto raro
leggere qualcosa di positivo su di loro. La mia esperienza è stata esattamente
l’opposto. La persona comune non ha nulla a che fare con il traffico di
droga. Dal punto di vista culturale, mi ricordano la mia stessa gente nelle montagne degli
Stati Uniti. Sono molto generosi, molto accoglienti, ma dicono quello che
pensano, questa è stata la mia esperienza. Se ti fai un amico Wa, come è successo a me, hai un amico per tutta la vita. Mi sta davvero molto a cuore la loro
cultura e spero di offrire una visione più sfumata di questo gruppo
etnico. Il mio sogno è che un giorno un libro simile venga scritto da una
persona Wa, in modo da poter ascoltare davvero la storia con le loro parole, non attraverso quelle di uno straniero come me».
