Bending Spoons, quando Wall Street ritrova i suoi marchi «tech», grazie all'Italia

Le grandi IPO tecnologiche degli ultimi anni sono state quasi sempre appannaggio degli Stati Uniti: da Facebook, nel 2012, a Uber e Palantir, fino a SpaceX quest’anno. Questa volta, però, a sfondare sul mercato «che conta» è un’azienda europea, anzi italiana - Paese non proprio associato ai grandi campioni del software - costruita acquisendo anche pezzi di storia americana, con marchi popolari quali Vimeo, Eventbrite, e soprattutto AOL, il colosso americano che per una generazione ha coinciso con la diffusione stessa di Internet.
Il nome dell’azienda, del resto, richiama la scena di Matrix in cui un bambino piega un cucchiaio convinto che, in realtà, quel cucchiaio non esista: lo slogan aziendale, «Impossible. Maybe», riprende presumibilmente la stessa idea, cioè che l’impossibile esiste solo finché qualcuno non lo rende possibile. Mercoledì di questa settimana l’ex startup milanese, nata nel 2013 dalle ceneri di un diario digitale fallito (Evertale), ha debuttato al Nasdaq, con un’IPO (offerta pubblica iniziale) le cui azioni, collocate a 29 dollari, sono schizzate fino a 43 dollari in giornata, chiudendo a 40,09 (+38%) e portando la valutazione oltre i 24 miliardi di dollari, più del doppio degli 11 miliardi segnati appena otto mesi fa. Di questa operazione abbiamo parlato con Peter Singlehurst, Head of Private Companies di Baillie Gifford, storica società d’investimento con sede a Edimburgo in Scozia, tra i primi investitori di Bending Spoons.
Il debutto arriva in un momento delicato per il comparto software, ancora scosso dai timori che l’intelligenza artificiale possa erodere i modelli di business tradizionali (cfr. CdT del 4 marzo scorso), in un contesto in cui le società tecnologiche «pure» sono state pressoché assenti dal mercato IPO statunitense nel 2026. Per Singlehurst, il raddoppio della valutazione di Bending Spoons «va contestualizzata rispetto a crescita e redditività». Dall’ultima tornata di finanziamento, la società italiana ha completato acquisizioni «trasformative» di società (e marchi popolari) quali Vimeo, AOL ed Eventbrite che il mercato ha ora «tradotto» nel prezzo di mercato. «Forse non era il prezzo attuale a essere strano, ma quello di un anno fa a essere insolitamente basso», osserva Singlehurst.
Alla domanda su un altro dato che sembra raccontare una svolta improvvisa, ovvero la perdita di oltre 100 milioni di dollari nel primo trimestre 2025, seguita da un utile di circa 30 milioni nello stesso periodo di quest’anno, Singlehurst respinge la lettura come «svolta», poiché riflette semplicemente i costi di integrazione contabilizzati nell’anno dell’acquisizione, a fronte di flussi di cassa futuri che l’azienda genera con costanza. «Non parlerei affatto di svolta, l’esecuzione è stata molto coerente, sia nella crescita dei ricavi sia in quella della redditività sottostante», afferma.
Società tech o di private equity?
Da tempo analisti e media di settore descrivono il modello di Bending Spoons come «ibrido», a metà tra il private equity e una società tecnologica. In effetti, l’azienda si è sviluppata comprando aziende digitali mature, tagliando il personale e rivedendo interamente tecnologia e strategia dei prezzi. Sul prospetto della SEC (Securities Exchange Commission, l’autorità di vigilanza delle Borse valori statunitense) depositato per la quotazione al Nasdaq si legge: «… il finanziamento delle acquisizioni prevede debito fino all’85% del valore d’impresa, ripagabile in cinque anni dai flussi di cassa dell’azienda acquisita… ». Non c’è dubbio, la formulazione è tipica di un’operazione a leva.
Singlehurst respinge il paragone, pur divertito dall’accostamento. Un fondo di private equity raccoglie capitali da terzi per investire, mentre Bending Spoons usa il proprio bilancio. Un fondo deve mantenere le società acquisite come entità distinte, perché prima o poi le rivenderà; Bending Spoons, invece, non ne ha bisogno, perché non le rivende (nei suoi 13 anni d’esistenza ha infatti mantenuto tutte le circa 50 società rilevate). Tuttavia, sull’uso del debito Singlehurst non nega alcunché: «Usano il debito per fare queste acquisizioni ed è giusto che lo facciano», afferma, ma lo inquadra come gestione disciplinata del capitale. Vista la natura fortemente generatrice di cassa delle società una volta acquisite, spiega, finanziarsi solo con equity sarebbe inefficiente, oltre che più costoso e diluitivo per gli azionisti. Soprattutto, aggiunge, «può guidare un livello di trasformazione che un fondo di private equity non potrebbe mai raggiungere», perché non ne condivide le competenze tecnologiche. Il paragone che suggerisce, «per quanto imperfetto», è con la canadese Constellation Software, una società cosiddetta «compounder», ovvero che reinveste continuamente gli utili in nuove acquisizioni senza limiti di tempo.
IA vs. «software house»
Sul rischio che l’intelligenza artificiale, dopo aver scosso altre software house negli ultimi mesi, possa erodere anche il modello di Bending Spoons, Singlehurst si dice più ottimista che preoccupato. Le applicazioni acquisite sono «collaudate da anni, spesso in concorrenza con alternative gratuite», una fedeltà d’uso che l’arrivo di nuovi strumenti generati dall’IA non cancella automaticamente. E la scala infrastrutturale del gruppo, aggiunge, resta un vantaggio che una startup nata da zero (o quasi: la società partì con i 40 mila dollari rimasti dopo la liquidazione di Evertale) con l’IA non può replicare facilmente. Costruire un’applicazione è un conto, sostiene, ospitarne i dati su scala con contratti favorevoli con gli hyperscaler è un altro.
In chiusura, Peter Singlehurst inquadra la vicenda in una tendenza più ampia. Negli ultimi quindici anni le aziende restano «private» sempre più a lungo e Bending Spoons, ricorda, ha raggiunto una valutazione miliardaria ben prima di rivolgersi ai mercati pubblici, attingendo a capitali esterni solo tardivamente nella propria storia. Un fenomeno, conclude, non più confinato alla Silicon Valley: «Vediamo aziende come questa emergere in luoghi diversi in tutto il mondo», a conferma che i «campioni tecnologici» del futuro non parleranno più solo l’inglese californiano.
