L'analisi

Dal Venezuela allo Yemen, un mare di tensioni e conflitti

Le mire globali di Donald Trump e le crisi locali mai risolte – La geopolitica condiziona sempre più economia, finanza e trasporti con costi per le imprese e i consumatori – A perdere il petrolio di Caracas saranno Cina e Russia
Le tensioni col Venezuela hanno causato un calo dell’export globale di greggio dell’1% circa. © AP/Matias Delacroix
Gian Luigi Trucco
16.01.2026 06:00

La geopolitica condiziona sempre più economia, mercati, trasporti, con costi per le imprese e i consumatori.

Un esempio viene dal trasporto marittimo e dal mercato petrolifero dopo le mosse di Donald Trump nei confronti del Venezuela, il «blocco totale e completo» delle petroliere che Washington considera sanzionate da e verso i porti del Paese e i sequestri che ne sono seguiti. Le vicende venezuelane hanno causato una contrazione dell’export petrolifero (circa l’1% rispetto ai volumi globali), dai 27,2 milioni di barili di novembre agli attuali 17,6 milioni, sempre su base mensile. Il principale destinatario delle forniture di Caracas è la Cina (circa l’80%), che negli ultimi mesi ha attuato una forte strategia di accumulo di greggio.

I pozzi di greggio agli USA

Trump ha espresso l’intenzione di mantenere il controllo dell’industria petrolifera venezuelana, a iniziare dalla principale compagnia del settore, Petroleos de Venezuela SA, attraverso un piano elaborato che dovrebbe coinvolgere i grandi attori americani del settore, con Chevron in testa, escludendo invece Exxon che si è detta poco interessata. Tutto ciò dovrebbe avvenire su di un arco di tempo lungo, con l’obiettivo di portare il prezzo di mercato del greggio verso i 50 dollari al barile, ridurre la dipendenza dal Medio Oriente, tagliare almeno in parte il canale di approvvigionamento della Cina, contrastare l’inflazione interna e acquisire favore elettorale attraverso una discesa dei prezzi per i consumatori.

Sul piano tecnico va rilevato tuttavia come impianti e infrastrutture venezuelane risultano molto carenti, per cui il piano di sviluppo richiede tempi lunghi, dell’ordine di anni e investimenti pari a miliardi di dollari.

Tutto dipende poi da come evolverà la situazione venezuelana dal punto di vista politico e sociale, oltre ovviamente agli esiti delle elezioni di metà mandato (midterm elections) e, che si terranno negli Stati Uniti a novembre e che potrebbero non confermare alla Casa Bianca la fiducia di cui gode da parte di ambedue i rami parlamentari.

Quotazioni stabili

Per il momento il Brent quotato a Londra si mantiene al di sopra dei 64 dollari al barile (intorno ai 60 il WTI americano) e molti operatori prevedono una risalita verso i 70 a causa dei rischi geopolitici. Peraltro la domanda globale non registra i cedimenti che molti prevedevano e sarà da valutare la strategia dell’Opec.

I comportamenti «risoluti» dell’Amministrazione USA, che peraltro sono venuti con i piani riguardanti la Groenlandia e la promessa di nuove sanzioni, hanno causato reazioni preoccupate in Medio Oriente, soprattutto vista l’intenzione di intraprendere potenziali azioni militari nei confronti dell’Iran, attore del mercato petrolifero considerato «sanzionato» da Washington, fornitore di Cina, India e altri Stati asiatici.

Se ne è fatta interprete la Lega Araba, citando anche l’esproprio degli averi privati russi in Europa e raccomandando ai Paesi dell’area cautela e «sovranità» nella gestione delle risorse sia di natura finanziaria, sia energetica e tecnologica.

La questione è tanto più rilevante in quanto si accentua la crisi in un’altra area «calda», Yemen e Somalia. Il primo è interessato a partire dal 2014 da una sanguinosa guerra civile, con attentati, colpi di Stato, interferenze esterne e lotte tribali ataviche. Ora la coalizione presieduta dalla confinante Arabia Saudita, volta a pacificare il Paese, accusa Abu Dhabi di appoggiare una fazione di rivoltosi e di sabotare il processo di riunificazione fra l’area del cosiddetto Consiglio di Transizione del Sud che ha estromesso da Aden il governo riconosciuto internazionalmente e quella sud-occidentale controllata dagli Houthi, assurti agli onori della cronaca per i loro attacchi marittimi, con capitale Sanaa.

La crisi sul versante marittimo opposto è stata accentuata dal recente riconoscimento da parte di Israele della provincia somala ribelle del Somaliland, situata proprio all’imboccatura dello Stretto.

La mossa è considerata a livello regionale come destabilizzante, tanto più nel caso in cui Gerusalemme installasse strutture militari accanto a quelle di monitoraggio e raccolta di intelligence. La più recente conseguenza del nuovo scenario turbolento e intricato è stata la rottura degli accordi portuali e di cooperazione fra Somalia ed Emirati Arabi Uniti, accusati di sostenere la mossa di Israele.

Porta di accesso sul Mar Rosso

Yemen e Somalia rivestono un’importanza fondamentale nella logistica globale, affacciandosi sul Bab el-Mandeb, porta meridionale del Mar Rosso nella rotta marittima verso Suez e il Mediterraneo. Insieme allo Stretto di Hormuz, accesso al Golfo Persico sotto il controllo iraniano, da cui transito il 30% della produzione petrolifera globale, Bab el-Mandeb rappresenta uno dei più importanti di quei punti marittimi critici su cui l’Amministrazione Trump tenderebbe a esercitare un controllo assoluto, ma verso i quali Cina, Russia e altri Paesi nutrono ampi interessi economici e strategici. In attesa degli sviluppi, le preoccupazioni degli armatori tornano a crescere insieme ai costi di assicurazione e di sicurezza. Ancora una volta, la via del Mar Rosso e del Golfo si fa «calda», quale riflesso di correnti che ormai spirano in modo sempre più ampio e imprevisto.

Gli americani fermano una sesta petroliera

Gli Stati Uniti hanno annunciato il sequestro di un’altra petroliera legata al Venezuela nei Caraibi. Si tratta della sesta nave di questo tipo intercettata dagli Stati Uniti nelle ultime settimane. Il Comando Meridionale americano (Southcom) ha annunciato il sequestro della petroliera Veronica in un’operazione all’alba. «L’unico petrolio che lascerà il Venezuela sarà quello la cui esportazione è coordinata in modo appropriato e legale», ha affermato il Comando. Intanto gli Stati Uniti hanno concluso la prima vendita di petrolio venezuelano per un valore di circa 500 milioni di dollari, parte di un accordo più ampio raggiunto con Caracas all’inizio di gennaio. I proventi sono stati depositati in conti bancari sotto controllo USA.