È crollata ai minimi termini la fiducia delle imprese

La congiuntura svizzera attraversa una fase di crescente tensione, segnata da un deterioramento degli indicatori di fiducia e della realtà produttiva. L’elemento scatenante è l’introduzione dei dazi statunitensi del 39% su diversi beni svizzeri, misura che colpisce direttamente o indirettamente una parte importante delle esportazioni elvetiche. Le conseguenze, pur variando nei settori, hanno un denominatore comune: calo degli ordini, riduzione dei margini e incertezza sulle prospettive di crescita.
Due rilevazioni diffuse ieri lo confermano. Da una parte, il sondaggio UBS-CFA Society Switzerland sulle aspettative degli analisti finanziari segnala un brusco scivolone dell’indice congiunturale, sceso in agosto a -53,8 punti, dopo un calo di oltre 56 punti in un solo mese. Dall’altra, l’indagine di Swissmechanic sulle piccole e medie imprese attive nell’industria delle macchine, elettrotecnica e metallurgia (MEM) registra un peggioramento del clima economico a -32 punti nel secondo trimestre, due in meno rispetto a inizio anno.
La prospettiva degli analisti
Il dato UBS-CFA, minimo da novembre 2022, fotografa un clima di diffuso pessimismo. Solo il 5,8% degli intervistati intravede un miglioramento della congiuntura nei prossimi sei mesi, mentre quasi il 60% prevede un peggioramento e un terzo soltanto opta per la stabilità. Rispetto a luglio, il numero dei pessimisti è cresciuto di oltre 45 punti percentuali.
Le preoccupazioni non si fermano alla crescita. Due terzi degli analisti si attendono un aumento della disoccupazione, mentre nessuno ipotizza un calo. Le prospettive borsistiche restano incerte: un terzo prevede un arretramento dell’indice SMI, quello guida della borsa svizzera, un altro la stabilità e il resto una ripresa. Sul fronte valutario prevale l’idea di un franco forte: il 29% ne prevede un ulteriore rafforzamento.
Quanto a inflazione e tassi d’interesse, la maggioranza ritiene che rimarranno stabili. La politica monetaria della Banca nazionale svizzera, oggi ferma allo 0%, è vista come invariata per i prossimi dodici mesi. Ciò riduce i margini di stimolo e lascia l’economia esposta soprattutto ai rischi internazionali.
Le difficoltà delle PMI
Se le aspettative appaiono fragili, la realtà produttiva delle PMI non è più solida. Le aziende dell’industria MEM segnalano un calo di ordini, fatturato e margini che riguarda quasi il 40% del campione. La pressione sui profitti dura ormai da tre anni consecutivi, rendendo più difficili gli investimenti e la pianificazione.
Anche chi non esporta direttamente negli Stati Uniti subisce gli effetti dei dazi: molte PMI forniscono componenti a grandi gruppi orientati all’export, che trasferiscono a monte l’impatto della domanda in calo. A ciò si aggiungono la forza del franco e la carenza di manodopera qualificata, che interessa circa il 30% delle imprese.
Le aspettative per i prossimi mesi restano quindi caute: la maggioranza non prevede un miglioramento significativo né sul fronte dei margini né su quello delle commesse. Lo sfruttamento delle capacità produttive resta sotto la media di lungo termine, nonostante qualche segnale di stabilizzazione.
Appelli e resilienza
Di fronte a questa situazione, Swissmechanic invoca interventi rapidi. «La persistente debolezza della domanda, le incertezze della politica commerciale e la crescente pressione dei costi stanno mettendo le nostre PMI in difficoltà», ha dichiarato il presidente Nicola Tettamanti, chiedendo misure che stimolino investimenti e innovazione.
Il direttore Erich Sannemann ricorda però che il settore ha già superato fasi complesse, grazie a flessibilità e spirito creativo. Tuttavia, la resilienza da sola non basta: senza un sostegno strutturale, il rischio è che molte imprese riducano drasticamente le proprie ambizioni.
La combinazione degli esiti dei due sondaggi delinea uno scenario difficile. La sfiducia degli analisti segnala che i mercati si attendono un rallentamento, mentre le PMI testimoniano che la pressione è già realtà. Entrambi i fronti concordano su un punto: la protezione dei mercati esteri e l’incertezza geopolitica stanno minando le basi della congiuntura elvetica.
In questo quadro, il ruolo delle istituzioni nazionali appare decisivo. Con una politica monetaria che rimarrà presumibilmente stabile, le richieste si spostano sul piano politico ed economico: incentivi agli investimenti, formazione per ridurre la penuria di competenze e strategie di sostegno all’export.
La Svizzera si trova così davanti a un bivio: difendere la competitività in un contesto globale più ostile oppure sfruttare le proprie capacità innovative per trasformare la crisi in occasione di rinnovamento. La strada scelta determinerà se la fase attuale sarà soltanto una parentesi difficile.