EasyJet, il board cede: la low cost verso un fondo americano

Alcune sterline sopra al minimo che aveva offerto a maggio. Tanto (o poco) è servito a Castlelake per convincere il consiglio di easyJet a dire la prima parola gentile in sei settimane di assedio. Sì, a questo giro l'affare può andare in porto. Anzi, in aeroporto. E adesso? Bella domanda. Al netto dei disguidi vissuti oggi, complice lo sciopero, parliamo di una compagnia utilizzatissima anche dai passeggeri ticinesi, grazie alla vicinanza con Milano-Malpensa.
Andiamo ai fatti, innanzitutto. Il fondo di Minneapolis ha messo sul tavolo la sua quinta proposta per la low cost britannica che tanto low cost non è: 690 pence per azione, cash, con in più la facoltà per gli azionisti di convertire una quota in titoli non quotati. Il consiglio di amministrazione, che fin qui aveva respinto tutto, ha fatto sapere di essere «incline a raccomandare» l'offerta. Tradotto dal linguaggio dei comunicati: la resistenza è finita. Sul piatto ci sono circa 5,2 miliardi di sterline.
Sei settimane, cinque offerte
Vale la pena rimettere in fila la sequenza, perché è lì che sta la storia. Il 29 maggio Castlelake esce allo scoperto: 403 pence per azione. Il board parla di mossa «altamente opportunistica» e chiude la porta. Il fondo la riapre a spallate. Primo rilancio a 560 pence, no. Poi 600, no. Il 22 giugno arriva la terza offerta, 625 pence, ma con una variante: Castlelake non passa più dal consiglio, si rivolge direttamente agli azionisti. Nel perimetro del codice britannico sulle acquisizioni («Takeover Code») è una scelta di rottura. Quarta offerta a 650 pence, ancora respinta. Quinta a 690. Stavolta il board molla. Il prezzo finale? 690 pence contro i 403 di partenza: un premio del 71% sulla quotazione di fine maggio.
Perché proprio adesso
La domanda vera non è quanto, ma quando. E il quando spiega quasi tutto. A fine maggio il titolo easyJet aveva già perso il 40% dai massimi dell'anno, tirato giù dalla corsa del carburante dopo l'escalation nel Golfo Persico e le strozzature legate allo Stretto di Hormuz. Un vettore solido, con i conti in ordine, che il mercato stava trattando come un vettore in difficoltà.
Castlelake, 37 miliardi di dollari di attivi in gestione, oltre 24 investiti nell'aviazione dal 2005, quel tipo di sfasatura lo riconosce a colpo d'occhio. Asset buono, prezzo depresso da fattori che con l'azienda non c'entrano. Ha iniziato a comprare in silenzio: alla prima offerta pubblica aveva già in tasca il 2,14% del capitale.
Il vero punto di svolta cade il 25 giugno, quando easyJet concede al fondo accesso limitato ai propri dati commerciali riservati. Da quel momento la partita cambia natura, e gli analisti lo colgono subito. Così Dudley Shanley, analista di Goodbody, come si legge sul Corriere della Sera: «La narrativa è definitivamente cambiata. EasyJet è di fatto in trattativa, il che significa che la compagnia è in vendita al prezzo giusto». Il prezzo giusto, si è scoperto oggi, era 690 pence. Detto questo. Il sì del board non è la fine. È l'inizio della parte difficile.
I due ostacoli
Il primo è di regole. Le norme europee sull'aviazione impongono che i vettori siano posseduti e controllati in maggioranza da cittadini europei. Un fondo di Minneapolis, da solo, non basta. Castlelake si è quindi portata a bordo Peter Bellew, ex amministratore delegato di Malaysia Airlines, e Mark Breen, entrambi con carriere di vertice nel settore. Lo schema non è nuovo, altri fondi lo hanno già usato per operazioni simili, ma dovrà comunque reggere allo scrutinio dei regolatori.
Il secondo ostacolo ha un nome e cognome: Stelios Haji-Ioannou. Il fondatore di easyJet possiede ancora il 15% della compagnia e incassa una royalty dello 0,25% sui ricavi. Una clausola che si porta dietro dal principio e che intreccia il suo destino personale a quello di chiunque voglia comprare. Senza il suo consenso, o quantomeno senza la sua non opposizione, l'accordo resta fragile.
Poi c'è la promessa
Castlelake ha messo per iscritto l'impegno che tutti aspettavano di leggere: sostenere il rinnovo della flotta, accompagnare la crescita, non smembrare nulla. Niente spezzatino, per dirla ancora con il Corriere della Sera, niente asset venduti a pezzi per rientrare in fretta, come gli slot negli aeroporti di Milano Malpensa o Ginevra. Se l'operazione andrà in porto, easyJet, nata nel 1995, circa 90 milioni di passeggeri l'anno, finirà per la prima volta sotto il controllo di un fondo di credito privato americano. Le promesse, del resto, hanno una scadenza precisa. Castlelake ha tempo fino alle 17 del 3 agosto per firmare o farsi da parte.
