L'intervista

Ecco il super-ricco svizzero che desidera pagare più tasse, è l'unico a volerlo

Durante il WEF Jan Colruyt, erede del colosso belga della grande distribuzione Colruyt, ha messo la sua firma sull'appello «We Must Draw the Line», che chiede un aumento della tassazione per i Paperoni: è l'unico residente in Svizzera ad averlo fatto
Ats
01.03.2026 19:43

È l'unico svizzero ad aver firmato l'appello dei super-ricchi lanciato durante il Forum economico mondiale (WEF) di Davos: vuole pagare più tasse. Jan Colruyt, erede del colosso belga della grande distribuzione Colruyt, vive da 25 anni a Lichtensteig (SG), nel Toggenburgo, e rompe il silenzio: «Il divario tra ricchi e poveri cresce, così non si può andare avanti».

«Le spalle più forti di una società dovrebbero sopportare il peso maggiore: ma negli ultimi decenni lo sviluppo è purtroppo andato nella direzione opposta», afferma il 56.enne in un'intervista pubblicata oggi dalla SonntagsZeitung.

Ingegnere meccanico di formazione, è uno degli eredi del gruppo Colruyt, una catena di supermercati che in Belgio è estesa quanto Migros nella Confederazione. In Svizzera ha scelto una strada diversa: si è formato come infermiere, ha lavorato per dodici anni in cure palliative e oggi si dedica a progetti sociali nella sua regione.

Durante il WEF Colruyt ha messo la sua firma sull'appello «We Must Draw the Line», che chiede un aumento della tassazione per i Paperoni: è l'unico residente in Svizzera ad averlo fatto. «Perché lo faccio? Perché la concentrazione della ricchezza è dannosa e mette a repentaglio la democrazia», spiega. «I super-ricchi possono permettersi molto di più», prosegue. «Possono far valere il loro potere con avvocati, ingaggiare consulenti fiscali, plasmare la narrazione di una società e comprare i media. Pagano lobbisti che influenzano le decisioni politiche».

Ma lui, Jan Colruyt, si considera un super-ricco? «Non voglio avanzare cifre. Sono uno dei tanti eredi che possiedono quote del gruppo Colruyt. Di solito si considera ricco chi ha un milione di franchi, euro o dollari. E dai 5, diciamo dai 10 milioni in su, si è super-ricchi: con quel patrimonio si può vivere bene del reddito da capitale senza dover lavorare».

Perché - chiede il giornalista del domenicale - ha deciso di parlare pubblicamente solo ora, dopo 25 anni di silenzio? «Perché a volte mi sento quasi lacerare dentro quando vedo lo stato del mondo. Tacere non è più un'opzione. L'umanità sta superando i confini planetari, e per questo serve un cambio di sistema. C'è uno sviluppo globale verso una disuguaglianza sociale sempre maggiore. In Svizzera ormai la disuguaglianza patrimoniale è pari a quella degli Stati Uniti: l'1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza. Dietro c'è un errore di sistema fondamentale».

Quale? «Non appena si ha un certo capitale, questo cresce più velocemente di quanto si possa guadagnare con il lavoro dipendente. Perché con il capitale si guadagna più che con le cose essenziali della vita: il lavoro, la cura, l'assistenza all'infanzia, la consulenza pastorale, la psicoterapia o la cultura? Certo, manager e imprenditori lavorano molto. Ma non è possibile che guadagnino 100 o 1000 volte di più all'ora dei dipendenti della loro stessa azienda».

Alla domanda su come tassare di più i super-ricchi, Colruyt risponde: «Non sono né un economista né un esperto fiscale. Lascio la soluzione concreta alla politica. In Svizzera ci sono diverse proposte in circolo, come un'imposta sulle successioni o un'imposta sugli utili immobiliari a livello federale». E sull'ipotesi dei Verdi liberali di un'imposta federale sulla ricchezza dello 0,33% per i patrimoni superiori a 5 milioni, commenta: «Per me è una possibilità. La percentuale potrebbe anche essere un po' più alta. Chi ha più di 5 milioni può ottenere un rendimento del capitale dal 2 al 10%. È anche per questo che il capitale cresce più dei salari».

Ma non tutti i super-ricchi la pensano come lui. Ha ricevuto critiche? «No, anzi, noto che è in atto un movimento. Da circa cinque anni, da quando ho preso piena coscienza del problema, nei dialoghi con altri eredi e imprenditori mi accorgo di non essere solo. Stanno nascendo alleanze che iniziano a organizzarsi».

Per cambiare le cose questo movimento dovrebbe però avere influenza politica. È nelle sue intenzioni? «Abbiamo firmato l'appello alla politica e i media ne parlano. Ora spetta alla politica raccogliere finalmente la palla». E rivela: «Il consigliere nazionale Patrick Hässig (Verdi liberali) mi ha contattato per discutere la proposta di un'imposta federale sulla ricchezza». Parteciperebbe a una trasmissione come l'«Arena» della televisione SRF per promuoverla? «No, non è il tipo di dibattito che cerco. Spesso è troppo aggressivo e conflittuale, e porta a poco».

Dagli ambienti imprenditoriali arriva spesso l'obiezione che lo stato non usa i soldi in modo efficiente, mentre le iniziative private farebbero meglio. «I problemi del mondo non si risolvono con più imprenditorialità», risponde l'intervistato. «Serve lo stato e il processo decisionale democratico. Certo, anche nell'ottima democrazia svizzera c'è molto da migliorare. Ci si può chiedere quanto sia rappresentativo il lavoro parlamentare con l'influenza di tutte le lobby. Ma la democrazia è la via migliore per garantire la dignità e la libertà delle persone».

A cosa dovrebbero servire queste maggiori tasse? All'esercito? «L'uso del denaro deve essere negoziato democraticamente. Questa è la differenza rispetto alle aziende o alla filantropia».

E lui, che ruolo ha? Colruyt preferisce definirsi un «investitore sociale» piuttosto che un filantropo. Racconta i progetti locali che sostiene a Lichtensteig, come la ristrutturazione di un edificio storico trasformato in teatro e ristorante, o la creazione di cooperative per alloggi a prezzi accessibili. «Pensare globalmente, ma agire localmente», è la sua massima. Nel 2015, durante la crisi dei rifugiati, comprò e ristrutturò una vecchia casa con richiedenti asilo eritrei, permettendo loro di uscire dall'assistenza sociale.

«Sono un uomo spirituale, medito e mi definirei un umanista», conclude. «Quando parlo di giustizia fiscale, ricchezza estrema o democrazia, non lo faccio come un predicatore, ma per senso di responsabilità verso un sistema sociale funzionante».