ESG sotto attacco negli USA, ma gli investitori svizzeri ci credono ancora

Negli Stati Uniti, il cosiddetto «ESG backlash», cioè il rigetto da parte degli ambienti finanziari e imprenditoriali (e non solo) dei criteri ambientali (E), di sostenibilità (S) e di governo d’impresa (G), è diventato un tema politico, alimentato soprattutto dall’attuale amministrazione USA: fra i primi provvedimenti presi dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca in gennaio, infatti, vi era la sospensione immediata dell’erogazione dei fondi previsti dall’Inflation Reduction Act (IRA) e dall’Infrastructure Investment and Jobs Act per programmi legati al «Green New Deal», in linea con l’ordine esecutivo Unleashing American Energy. In Svizzera, invece, lo «scetticismo» verso i criteri ESG pare non attecchire: secondo lo Swiss Sustainable Investment Market Study, pubblicato di recente dall’associazione Swiss Sustainable Finance (SSF), nel 2024 il volume degli investimenti in titoli finanziari (azioni, obbligazioni) legati alla sostenibilità hanno raggiunto i 1.881 miliardi di franchi, con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente. A trainare questa espansione non sono solo gli investitori istituzionali, molti dei quali già adottano i criteri ESG nelle proprie scelte d’investimento, ma anche quelli privati, con la quota retail in crescita dal 28% al 33%, segno di un interesse sempre più diffuso per gli investimenti in attività ritenute sostenibili.
Cambio di paradigma
Ma il futuro della «finanza sostenibile» richiede un cambio di paradigma, partendo dal riconoscimento di dove si è sbagliato. Come ha sottolineato François Degeorge, professore all’USI e direttore dello Swiss Finance Institute, nel suo intervento all’evento Sustainable Finance – From Compliance To Opportunities organizzato negli scorsi giorni a Lugano da SSF, è tempo di superare tre assunti ormai obsoleti: che investire in modo sostenibile garantisca rendimenti superiori (perché («far del bene fa bene»), che la finanza «verde» sia un «progetto morale» e che la priorità assoluta sia ridurre le emissioni di CO₂. «Non c'è mai stata una valida ragione teorica per aspettarsi che le ingenue strategie di investimento sostenibili potessero ottenere risultati superiori alla media – ha affermato Degeorge in merito al primo assunto – . Infatti, la teoria finanziaria prevede che escludere interi settori dal proprio portafoglio non possa migliorare il rapporto rischio/rendimento». Riguardo al secondo assunto, il professore ha osservato che quando la sostenibilità viene presentata come una questione morale, il dibattito si sposta dai fatti ai valori – e i valori variano da persona a persona. Di fatto, il maggiore impatto e i maggiori rendimenti spesso derivano dall’investire in aziende che non sono ancora «verdi» ma che si stanno muovendo verso minori emissioni. Infine, sul cambiamento climatico il professor Degeorge ha spiegato che il problema non è solo il flusso di emissioni, ma la quantità di gas serra già accumulatasi, motivo per cui la sfida non sarà solo mitigare, ma adattarsi ai cambiamenti. «In Svizzera – ha concluso Degeorge – ciò significa affrontare rischi concreti come frane e ondate di calore, ripensando infrastrutture e edifici. Qui si aprono le vere opportunità, cioè finanziare la resilienza climatica con investimenti su larga scala e una collaborazione stretta tra pubblico e privato».
Performance sì, ma non a tutti i costi
Nella seconda parte dell’incontro tre professionisti della piazza finanziaria ticinese hanno discusso su alcuni aspetti concreti della finanza sostenibile, partendo dalla delicata questione dei rendimenti che, stando perlomeno alle argomentazioni degli scettici, risultano inferiori. «Non mi piace assolutamente legare il concetto di sostenibilità al concetto di performance», ha affermato Alida Carcano di Valori Asset Management, che gestisce un fondo d’investimento che adotta criteri ESG. «Abbiamo commesso un errore come industria – ha aggiunto – perché, presi dall’entusiasmo, abbiamo venduto l’idea che l’investimento sostenibile garantisse rendimenti superiori. In realtà, la differenza non è significativa, se non forse sul piano del rischio: se consideriamo, come ritengo che sia meglio, la risk adjusted performance, il sostenibile tende a essere più stabile. Ma in ogni caso, non aspettiamoci che investendo sostenibile guadagniamo il doppio».
Sul tema si è espresso anche Mauro Guerra, direttore della Cassa Pensioni di Lugano (CPdL), premettendo che la Legge sulla previdenza professionale (LPP) non fissa criteri ESG, ma che l’Associazione svizzera degli istituti di previdenza (Asip) ha pubblicato, nel 2022, alcune linee guida che forniscono una base agli istituti per tener conto di questi criteri e stabilire un modello di rendicontazione uniforme e comparabile. «L’impatto degli investimenti sostenibili sul rendimento complessivo dei fondi è un tema molto dibattuto – ha spiegato Guerra – ma negli anni scorsi le strategie ESG hanno ottenuto performance positive relative ai valori di riferimento («benchmark»). Poi il mondo è cambiato – crisi pandemica, conflitto in Ucraina ecc. – e quest’anno il costo opportunità di mandati azionari passivi ESG rispetto al benchmark si è manifestato in modo netto, in alcuni casi raggiungendo un intero punto percentuale (100 punti base). Non è però una sorpresa, basti ricordare che settori come la difesa, energie fossili, intrattenimento, ancorché non particolarmente pesati nei benchmark ma comunque esclusi dai criteri ESG, stanno registrando performance stellari».
A completare la discussione ci ha pensato Luca Bordonzotti, Sustainability Manager di BancaStato, istituto di credito cantonale che «nasce» di fatto sostenibile in funzione del suo mandato di prestazione pubblico volto a garantire un apporto allo sviluppo economico del cantone, sviluppo che ora si vuole sempre più sostenibile. «Nel 2023 ci siamo dotati di una strategia di sostenibilità dedicata, la quale presenta un’area tematica che contempla la consulenza alla clientela e i prodotti ESG e sostenibili. Tra le misure varate in questo ambito figurano anche l’Ipoteca GREEN e l’Ipoteca GREEN Plus, nate per agevolare per esempio la transizione legata alla sostituzione degli impianti di riscaldamento operati con energie fossili rispettivamente il finanziamento della ristrutturazione efficiente degli edifici – ha spiegato Bordonzotti. Finora l’interesse c’è stato, ma sul piano delle sottoscrizioni esiste ancora un notevole potenziale a nostro avviso tuttora inespresso. Va sottolineato che non si tratta di una questione di “insensibilità” da parte dei proprietari delle abitazioni, tutt’altro: rinnovare una casa dal punto di vista energetico può rivelarsi un “percorso” complesso per i non addetti ai lavori, se pensiamo che questi interventi si eseguono al massimo un paio di volte nella vita di un edificio. Inoltre, il “percorso” coinvolge molte entità e l’istituto di credito è quindi solo uno degli attori coinvolti. Per questo motivo BancaStato eroga la propria consulenza in collaborazione con altre organizzazioni, ad esempio con TicinoEnergia».
