Europa al bivio tra declino e responsabilità mancata

L’Europa attraversa oggi un passaggio storico che abbisogna più lucidità e meno proteste, più responsabilità e memoria. È un continente ricco, libero, colto, ma allo stesso tempo fragile, indeciso, attraversato da timori identitari e da una percezione diffusa di declino. Non sono gli altri popoli, né gli eventi imprevedibili del mondo, a ridisegnare i contorni del futuro europeo, ma la capacità o l’incapacità dell’Europa stessa di capire il proprio tempo.
Un secolo fa gli europei lasciavano le loro terre per raggiungere paesi in crescita impetuosa come Stati Uniti, Argentina e Canada. Erano società giovani, in espansione, affamate di energie e competenze. Chi arrivava trovava spazi da riempire, energie da investire e un progetto nazionale in costruzione. L’America industriale, l’Argentina prospera dell’inizio Novecento, il Canada delle grandi migrazioni non erano terre esauste ma laboratori di futuro. La migrazione era un ponte tra speranza individuale e possibilità collettiva. Oggi quell’equilibrio è rovesciato: l’Europa non è più una terra da costruire, ma un sistema da sostenere, un continente che difende il già esistente più di quanto investa nell’avvenire.
Regolare i flussi migratori
La differenza è cruciale. La migrazione funziona quando arriva in un sistema che cresce. Quando arriva in un sistema che ristagna, produce tensione. Chi sbarca oggi in Europa porta con sé aspirazioni legittime, dignità, volontà di costruire; ma spesso si inserisce in un sistema statico, con una crescita economica modesta, una demografia in caduta e una classe media sotto pressione. In molte grandi città si formano quartieri dove la povertà migrata non si risolve, ma si ricrea, umiliando chi arriva e ferendo chi vive da generazioni in comunità un tempo coese e ordinate. L’integrazione non è una lieta favola, richiede lavoro, scuola, lingua, cultura civica, regole, e soprattutto una società ospitante orgogliosa del proprio passato.
Il confronto con il mondo anglosassone illumina lo squilibrio europeo. Paesi come Stati Uniti, Canada e Australia regolano i flussi con criteri di competenza, lingua, contributo economico e compatibilità culturale. Non è chiusura, è Realpolitik: l’integrazione è una responsabilità, non un sentimento. Non si tratta di rifiutare nessuno, ma di evitare che la solidarietà, quando non è accompagnata da ordine e visione, generi instabilità invece che coesione. A questo quadro si aggiunge un altro fenomeno determinante: l’espansione globale della Cina. In qualunque angolo del mondo - dal più remoto villaggio dell’Africa subsahariana alla più dinamica periferia europea - la presenza cinese economica nelle attività dei consumi è capillare, disciplinata e strategica. È un’espansione commerciale che ricorda, su scala moderna, la proiezione planetaria dei corsari mercenari dell’Inghilterra elisabettiana, che non conquistarono territori con la forza, ma con il commercio, la logistica, la tenacia e un’incredibile capacità di organizzazione. Dove l’Europa è lenta, arretra e si divide, la Cina è veloce; coordina; occupa i commerci lasciati liberi.
Eppure, la crisi europea non nasce da ciò che arriva dall’esterno, ma nasce da ciò che viene meno all’interno. La cultura europea non è minacciata dai migranti: è minacciata dagli europei stessi quando smettono di credere nei propri valori fondanti. Libertà, stato di diritto, dignità individuale, responsabilità personale, scienza, pluralismo, umanesimo. Il relativismo politico trasformato in confusione identitaria, la rinuncia a difendere ciò che è essenziale, la timidezza nel richiamare le nostre tradizioni trasformano l’Europa in una terra vulnerabile.
In questo quadro si colloca un elemento strutturale, la lenta dissoluzione della classe media europea. La classe media è il motore delle democrazie occidentali, il loro equilibrio, la loro stabilità. Quando si indebolisce, si apre il varco a polarizzazione, populismi, estremismi e sfiducia generalizzata. Se i quartieri popolari si svuotano dei residenti storici e non riescono a integrare i nuovi arrivati, se la scuola non è più ascensore sociale ma parcheggio sociale, se i giovani non intravedono futuro, allora la coesione civica si disgrega.
E qui ritorna il tema della leadership. L’Europa ha conosciuto figure politiche storiche capaci di vedere oltre i confini della propria nazione, di immaginare un orizzonte comune, di costruire ponti senza perdere identità. Oggi, in troppi casi, è guidata da élite amministrative e partitocratiche non strategiche: brave nella gestione del quotidiano, meno capaci nell’interpretare la storia.
L’IA è autonomia strategica
L’intelligenza artificiale e le infrastrutture che la rendono possibile costituiscono oggi una leva di potere strategico. L’IA non è soltanto una tecnologia, ma un moltiplicatore di capacità economica, militare e politica. Chi possiede e controlla il calcolo controlla la velocità dell’innovazione, l’autonomia strategica e, in ultima istanza, la capacità di incidere sugli equilibri internazionali. In questo ambito l’Europa appare non solo in ritardo, ma strutturalmente dipendente dagli Stati Uniti: dalle piattaforme, dai modelli, dalle architetture computazionali e dall’energia che le alimenta. Tale dipendenza non è neutrale. Essa colloca il continente in una posizione di subordinazione geopolitica, riducendone i margini di iniziativa autonoma ed entrando in conflitto diretto con il proclama di una sovranità totale.
Di fronte a questo scenario sarebbe facile cedere al pessimismo o alla retorica del declino. Sarebbe comodo attribuire la responsabilità agli altri: ai migranti, ai globalisti, ai burocrati, ai mercati. La verità è più semplice e più impegnativa: l’Europa è ancora padrona del proprio futuro, ma deve scegliere di esserlo. La Realpolitik non è cinismo, è maturità. Significa accettare il mondo com’è, non come si vorrebbe fosse. Significa costruire politiche migratorie ordinate e intelligenti, rilanciare la crescita economica con investimenti strutturali, ricostruire la classe media come cuore della stabilità democratica, difendere la cultura civica occidentale con orgoglio e non con timore, e dotarsi finalmente di una politica estera che parli con una sola voce.