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Il coraggio femminile: ma che cosa significa «avere le spalle larghe»?

Nel 2026 nessuna donna dovrebbe più rinunciare alla propria carriera per la maternità o alle proprie ambizioni per essere una buona moglie – Ma tutto questo è ancora oggi molto fragile
Livia Moretti
Livia Moretti
08.03.2026 06:00

Una volta mi è stato detto che non bastano le competenze tecniche per ricoprire una posizione di responsabilità. Bisogna farsene carico e per riuscirci servono delle spalle larghe. Mi ricordo di questa frase ogni 8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna. Cosa significa quindi «avere le spalle larghe» in questo contesto? Significa innanzitutto accettare di non mascolinizzarci. Avere il coraggio di essere donna: con i nostri ritmi biologici che ignorano le agende professionali, con la nostra leadership più collaborativa che autoritaria, con la nostra capacità di mostrare le nostre emozioni in ambienti spesso restii a qualsiasi improvvisazione. Quante volte ho visto donne fingersi eccessivamente dure, imitare i codici maschili e assumere atteggiamenti inadeguati? È uno sforzo vano. Non si costruisce nulla di durevole con la finzione. Avere le spalle larghe vuol dire dunque osare. Osare imporsi senza forzature. Osare evolversi senza timidezza e non far caso ai giudizi che non si esprimerebbero mai per un uomo: il taglio di capelli, l’abito, il trucco. Dobbiamo indossare questa ipervisibilità legata a codici ancestrali senza che ci schiacci. Avere le spalle larghe significa anche essere in pace con sé stesse, accettare i propri errori, assumersi la responsabilità delle proprie scelte anche quando sorprendono. Guardare serenamente i nostri figli negli occhi dicendoci «Non ho rimpianti», anche quando ci hanno appena assegnato il premio di «Peggiore mamma del mondo». In fin dei conti, avere le spalle larghe è una vera e propria forza, che non deriva da una funzione o da un potere, bensì dall’interno e poggia su una colonna vertebrale solida, costruita pezzo dopo pezzo. Nel mio caso, è stata alimentata da genitori laboriosi e instancabili. Entrambi mi hanno trasmesso questa convinzione: il lavoro può e deve essere uno strumento di realizzazione personale. Scegliendo di fare carriera nel settore bancario, ho scelto - mio malgrado - di pormi in minoranza, per lo meno nelle funzioni dirigenziali. In alcune riunioni mi è capitato di essere l’unica donna in mezzo a decine di uomini. Ed è proprio in queste situazioni che impariamo a fare affidamento sulle nostre fondamenta e a rifiutarci di travestirci. Sì, sono una donna. Sì, sono una manager. E allora? Fino a prova contraria, dirigere una banca non è una questione di genere, ma una responsabilità che si assume con umiltà, coraggio e costanza. Ho avuto la fortuna di incontrare sul mio percorso donne e uomini che hanno creduto in me per la qualità del mio lavoro e che mi hanno aperto nuove porte. Questi incontri sono stati determinanti e mi hanno sostenuto, certamente. Ma il fatto che siano ancora una questione di fortuna o di casualità evidenzia chiaramente il problema: dovrebbe essere la norma, ma purtroppo non lo è. Istituita ufficialmente dall’ONU nel 1977 (solo sei anni dopo che le donne hanno ottenuto il diritto di voto in Svizzera!), la Giornata internazionale della donna non è stata pensata per celebrare le eccezioni, ma proprio per renderle inutili.

Nel 2026 nessuna donna dovrebbe più rinunciare alla propria carriera per la maternità o alle proprie ambizioni per essere una buona moglie. Ma tutto questo è ancora oggi molto fragile. Come scriveva negli anni Settanta la giornalista e icona del femminismo americano Gloria Steinem: «La storia dei diritti delle donne si tramanda di generazione in generazione e ogni generazione deve riprenderla dal punto in cui l’ha lasciata quella precedente». Dunque sì, lavoriamo, osiamo, restiamo noi stesse, ma soprattutto tendiamo la mano a coloro che ci seguono e rifiutiamo il silenzio. Anche questo significa avere le spalle larghe.

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