Finanza digitale

Il «crypto-trio» di Trump alla resa dei conti del Senato

A un anno dal via libera della Camera dei rappresentanti in merito a tre proposte di legge sulla finanza digitale, una sola è entrata in vigore mentre le altre due sono al vaglio del voto dei senatori, che potrebbe slittare all’anno prossimo
© EPA/Evan Vucci
Dimitri Loringett
30.07.2026 23:00

Prosegue la fase di «stallo» del bitcoin che, dopo l’importante calo delle quotazioni avvenuto in maggio, quando il prezzo è sceso da 82 mila dollari a 58 mila circa, viene scambiato stabilmente attorno ai 65 mila dollari. Tra i possibili motivi c’è l’incerto esito delle tre proposte di legge dell’Amministrazione Trump che riguardano le stablecoin, le valute digitali usate perlopiù come mezzo di pagamento per comprare e vendere attivi crittografici come, appunto, il bitcoin, ma anche, e soprattutto, le regole dei mercati su cui questi attivi sono scambiati.

Anniversario a metà

Giusto un anno fa, nella «Crypto Week» del luglio 2025, la Camera dei rappresentanti al Congresso USA approvava in blocco i tre pilastri dell’agenda cripto dell’Amministrazione Trump: il GENIUS Act sulle stablecoin, il CLARITY Act sulla struttura dei mercati digitali e l’Anti-CBDC Surveillance State Act, che vieta alla Federal Reserve di emettere un dollaro digitale. Dodici mesi dopo, il bilancio è in chiaroscuro. Il GENIUS Act è legge, ma a metà, poiché il 18 luglio è scaduto, senza esito, il termine di un anno assegnato dal Congresso alle agenzie federali per i regolamenti attuativi. Le agenzie competenti, tra cui Tesoro, FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation) e Federal Reserve, hanno pubblicato dieci proposte di regolamento ma nessuna è stata finora finalizzata. La piena entrata in vigore slitterebbe così, al più tardi, al 18 gennaio 2027. L’Anti-CBDC Act, dal canto suo, è stato approvato dalla Camera ma resta in attesa di esame al Senato. Ma in questa fase è sul CLARITY Act che il dibattito si è acceso maggiormente.

Corsa contro il tempo

Approvato dalla Camera nel luglio 2025 con ampio voto bipartisan (294 a 134), il CLARITY Act deve sciogliere il nodo irrisolto del mercato cripto americano, ovvero quali attivi digitali ricadono, in quanto titoli, sotto la SEC (l’autorità delle Borse valori) e quali, in quanto commodities, sotto la CFTC (che vigila sui derivati), con le relative regole per piattaforme e intermediari. Al Senato il percorso si è però sdoppiato, con da una parte la Commissione bancaria che ha approvato la propria versione a maggio (15 a 9, due soli democratici a favore), e, dall’altra, quella per l’agricoltura che aveva licenziato a gennaio un testo su linee di partito. Il testo unificato, oltre settanta pagine, è stato pubblicato il 22 luglio, ma l’aula non lo ha ancora esaminato. Il Senato lo ha per ora accantonato, dando la precedenza ad altri dossier e un voto non è atteso prima degli ultimi giorni che precedono la pausa estiva. Per il bitcoin, il cui status di «commodity» è ormai assodato, l’effetto riguarderebbe soprattutto le piattaforme di scambio, per la prima volta sotto vigilanza federale. La posta in gioco è considerevole, dato che su una capitalizzazione del mercato cripto che a metà luglio sfiorava i 2.300 miliardi di dollari, tolti il bitcoin (circa 1.300 miliardi) e le stablecoin coperte dal GENIUS Act, resterebbero al CLARITY Act quasi 700 miliardi di attivi da assegnare all’una o all’altra autorità.

Il nodo dell’etica

L’ostacolo principale non è tuttavia tecnico ma politico. I democratici, i cui voti sono indispensabili per l’approvazione al Senato, pretendono clausole etiche che vietino ai vertici del governo, presidente incluso, di mantenere interessi d’affari nel settore cripto. Il riferimento riguarda, chiaramente, le attività della famiglia Trump nel comparto. Una clausola in tal senso è comparsa nel testo del 22 luglio, dopo il via libera dello stesso Trump, ma i democratici la giudicano troppo debole. Ed è soprattutto qui che il provvedimento si è arenato, in quanto i due senatori dem favorevoli in commissione avevano del resto avvertito che, senza regole forti, i loro voti non ci saranno.

Lacune antiriciclaggio

Ma al netto delle questioni politiche, c’è comunque una disputa di sostanza. Un’inchiesta del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ) ha documentato come quattro associazioni di polizia e procuratori, in rappresentanza di oltre 70 mila professionisti, abbiano scritto al Dipartimento di giustizia USA denunciando le esenzioni previste per i servizi decentralizzati e automatizzati, canali attraverso cui sarebbero transitati, secondo l’inchiesta, centinaia di milioni di dollari legati a truffe e hacker nordcoreani. Sulla stessa linea il Bank Policy Institute, la lobby delle grandi banche, per cui le lacune non sono «innovation-friendly» ma «illicit finance-friendly». Ma l’industria respinge l’accusa. Per Robin Cook, responsabile della politica USA di Coinbase (tra le maggiori piattaforme di scambio di attivi digitali), la scappatoia per i servizi decentralizzati semplicemente non esiste, mentre una senatrice rep rivendica che il testo dà alle forze dell’ordine più strumenti, non meno, consentendo di congelare fondi illeciti in ore anziché in anni.

Lo specchio europeo

Che i rischi evocati non siano teorici lo conferma, nel Vecchio Continente, il Rapporto annuale dell’Unità di informazione finanziaria (UIF) della Banca d’Italia, presentato a giugno. Il documento rileva che le criptoattività risultano sempre più utilizzate a fini di riciclaggio, con trasferimenti di proventi illeciti su reti decentralizzate e che gli schemi di riciclaggio «professionale» transfrontaliero combinano criptoattività, IBAN e carte virtuali per sfruttare gli arbitraggi normativi tra Paesi. Sono inoltre quasi raddoppiate le segnalazioni legate allo sfruttamento sessuale di minori, spesso micropagamenti in cripto. E nemmeno l’UE, che dal 1. luglio applica integralmente il regolamento MiCA, è immune dagli arbitraggi: molti prestatori di servizi cripto appaiono orientati a spostarsi in altre giurisdizioni dell’Unione, costringendo le autorità nazionali a rincorrere le informazioni tramite le controparti estere.

Il Congresso USA, intanto, ha davanti pochi giorni prima della pausa estiva per decidere se il più grande mercato finanziario del mondo avrà le sue regole sulle criptovalute. Se la finestra si chiuderà senza un voto, la partita rischia di slittare al 2027.

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