Il dogma dei requisiti patrimoniali non regge

Nel dibattito sul livello e sulla qualità del capitale proprio delle banche di rilevanza sistemica si è affermata una sorta di dogma: requisiti patrimoniali più severi comporterebbero costi più elevati, una minore redditività e, di conseguenza, uno svantaggio nella concorrenza internazionale. L’argomento sembra convincente. Tuttavia, non resiste alla prova dei fatti. La reazione dei mercati è stata significativa quando il Consiglio federale ha annunciato, nel giugno 2025, che le partecipazioni all’estero dovranno in futuro essere integralmente coperte da capitale primario di classe 1 (CET1). Nei giorni successivi, il corso dell’azione della maggiore banca svizzera è diminuito. Al contrario, i premi degli strumenti utilizzati per coprire il rischio di insolvenza delle obbligazioni sono rimasti relativamente stabili. Lo stesso è avvenuto per i corsi delle obbligazioni AT1. Entrambi questi elementi rappresentano forti segnali di mercato riguardo al rischio associato al capitale di terzi.
In linea di principio, un livello più elevato di capitale proprio dovrebbe ridurre il rischio per i creditori. Il fatto che ciò non sia avvenuto mette in evidenza l’elefante nella stanza: l’enorme garanzia implicita dello Stato. Per i creditori conta poco se, in caso di crisi, le perdite siano sostenute dagli azionisti o dai contribuenti.
È proprio qui che risiede l’essenza di requisiti patrimoniali più severi per le banche il cui fallimento costerebbe più del loro salvataggio: una maggiore dotazione di capitale proprio trasferisce parte della copertura del rischio dal capitale di terzi ai proprietari della banca. In questo modo si riduce il valore della garanzia statale implicita. Inoltre, un aumento del capitale proprio ha un effetto neutrale, se non addirittura positivo, sul rapporto tra valore di mercato e valore contabile delle banche, come ha dimostrato la Banca nazionale svizzera nel suo Rapporto sulla stabilità finanziaria 2025. I fattori geografici svolgono invece un ruolo molto più importante.
L’elemento decisivo, tuttavia, è costituito dalle evidenze empiriche in materia di concessione del credito. Le ricerche delineano un quadro impressionante: Gambacorta e Shin (2016) mostrano che un aumento di un punto percentuale del capitale proprio è associato a una crescita annua del credito superiore di 0,6 punti percentuali. Cecchetti et al. (2025) dimostrano che le banche ben capitalizzate continuano a garantire il finanziamento dell’economia in modo più affidabile durante le crisi.
Il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria conferma che gli istituti meglio capitalizzati adottano un comportamento anticiclico e concedono più credito nei periodi di tensione (BCBS 2019). Acharya et al. (2022) mostrano inoltre che le banche scarsamente capitalizzate mantengono artificialmente in vita imprese fortemente indebitate, le cosiddette «imprese zombie», distorcendo la concorrenza a danno delle aziende più produttive. Questa è la vera prova decisiva della competitività di un sistema finanziario: favorisce una distribuzione produttiva del capitale? Sostiene l’economia reale anche nei periodi di crisi? I dati empirici rispondono affermativamente, ma solo quando il livello di capitalizzazione è sufficiente.
Definire i requisiti patrimoniali un ostacolo alla competitività significa confondere gli interessi di alcuni operatori con quelli della piazza finanziaria ed economica nel suo complesso. La Svizzera non ha bisogno di banche che massimizzano i rendimenti nelle fasi di espansione per poi ricorrere allo Stato nei periodi di rallentamento. Ha bisogno di banche sufficientemente solide da poter affrontare entrambe le situazioni con le proprie forze.
Banche solide sono banche ben capitalizzate. Non si tratta di romanticismo normativo. È razionalità economica.



