Il raggiro via posta certificata colpisce i «crypto whale» di Revolut

Mentre tra Berna e Zurigo si gioca la partita dell’autorizzazione, tra Londra e Roma se ne consuma un’altra, ben più insidiosa. Un gruppo di pirati informatici che si fa chiamare «iamnotavillain» sostiene di aver sottratto i dati personali di circa 680 clienti di Revolut, per la maggior parte residenti in Svizzera e in Francia, oltre che in una trentina di altri Paesi. Non si tratta di un attacco ai sistemi della società, che restano intatti, bensì un raggiro. Per mesi gli hacker si sono spacciati per le forze dell’ordine italiane, inviando richieste di informazioni tramite la posta elettronica certificata (PEC) del ministero dell’Interno, un canale ufficiale e ritenuto sicuro. Revolut, credendole legittime, ha consegnato i dati «come un bravo ragazzo», hanno dichiarato gli stessi autori al «Financial Times», che ha riportato per prima la notizia, martedì scorso in serata.
Le vittime non sono state scelte a caso: analizzando la blockchain, i pirati hanno individuato i conti con importanti disponibilità in criptovalute, i cosiddetti «crypto whale». Tra le informazioni carpite figurano passaporti, patenti, fotografie usate per l’identificazione e cronologie delle transazioni - ma, non i fondi, rimasti al sicuro. Mercoledì il gruppo ha alzato il tiro, chiedendo pubblicamente un riscatto di 3 milioni di dollari in Monero, criptovaluta difficile da tracciare, entro 24 ore, pena la vendita dei dati ad altri criminali. Gli stessi pirati rivendicano di possedere 147 gigabyte di materiale, compresi documenti interni e chat di agenti, un’affermazione però ancora tutta da verificare. Revolut, dal canto suo, afferma di non aver ricevuto alcuna richiesta diretta e ribadisce che i conti e i fondi dei clienti non sono stati toccati.
In Italia la vicenda ha aperto più fronti: indaga la Procura di Reggio Calabria per accesso abusivo a un sistema informatico di pubblico interesse, mentre si sono mossi anche l’Autorità garante della privacy e la Procura nazionale antimafia. Il Garante ha inoltre allertato le banche italiane, invitandole a verificare i propri sistemi, e ha contattato l’omologa autorità lituana, dove ha sede legale il gruppo. «Potremmo essere di fronte alla punta dell’iceberg», ha avvertito la deputata italiana Giulia Pastorella, annunciando un’interrogazione in Parlamento
