Unione monetaria

Il sogno di Brasile e Argentina di affrancarsi da Washington

Il «Sur» potrebbe diventare la valuta comune delle due principali economie sudamericane - Le differenze sono però ancora profonde e il percorso lungo - Per Maxime Botteron (Credit Suisse) si mira ad accrescere il prestigio dei due Paesi nell’area Mercosur
Il dibattito critico sul ruolo internazionale del «greenback» torna d’attualità. © AP/OTERO
Dimitri Loringett
Dimitri Loringett
24.01.2023 22:00

Un’unione monetaria tra Brasile Argentina. È l’obiettivo ultimo dei lavori preparatori avviati questa settimana tra i due Paesi. La moneta si chiamerebbe «Sur» (Sud) e nelle intenzioni dei promotori potrebbe creare il secondo blocco valutario più grande del mondo, dopo l’Eurozona, con l’obiettivo dichiarato di «superare le barriere ai nostri scambi e semplificare e modernizzare le regole e incoraggiare l’uso delle valute locali».

De-dollarizzazione

Fra le righe si può leggere anche la volontà di ridurre la dipendenza dal dollaro americano, la valuta egemone per il commercio e di riserva per il sistema finanziario globale. «Mi sembra più un’azione politica del Brasile, che vorrebbe unificare l’America latina sul piano economico, che non una mossa anti-dollaro», commenta l’economista del Credit Suisse Maxime Botteron, da noi interpellato. «La sfida per creare un’unione monetaria fra questi due Paesi è infatti enorme. Basti pensare all’Argentina con il suo tasso d’inflazione attorno al 100 per cento e la sua importante esposizione debitoria nei confronti del FMI. Ho l’impressione che si voglia porre un obiettivo estremamente alto per poi ottenere un risultato che in definitiva sarà molto più modesto e non nella direzione di una vera integrazione economica bensì per avere un maggiore peso economico nella regione».

L’annuncio da parte dei due pesi massimi del continente sudamericano emerge verosimilmente dal contesto dell’attuale incertezza geopolitica e macroeconomica nel mondo. Un contesto che riapre anche il dibattito critico sul fondamento che il «greenback», come è chiamato il dollaro, debba continuare a essere e a svolgere il ruolo che ha avuto fin dagli Accordi di Bretton Woods nel lontano 1944. I motivi? Tanti, a partire dall’attuale politica monetaria americana caratterizzata dal rialzo dei tassi d’interesse per contrastare l’inflazione che si ripercuote su altre economie, come già avvenuto in passato con, ad esempio, la crisi del debito sudamericano negli anni Ottanta che fu provocata dalle drastiche misure anti-inflazionistiche attuate dalla Fed di Paul Volker.

La comparsa dei «petroyuan»

Lo scorso mese di novembre il Credit Suisse Research Institute (CSRI), il «think tank» del secondo gruppo bancario svizzero, ha tenuto una conferenza sul tema del futuro del sistema monetario internazionale, le cui analisi sono state raccolte in un rapporto pubblicato in questi giorni (e disponibile online). Gli esperti concordano che all’orizzonte (visibile) non si intravedono candidati chiari per sostituire il dollaro USA come valuta di riferimento nel mondo. Così come la creazione di una valuta globale rimane illusoria perché richiederebbe un contesto geopolitico fortemente cooperativo. Tuttavia, l’importante sviluppo dei mercati dei capitali e l’aumento degli scambi commerciali tra i principali mercati emergenti stanno rafforzando il ruolo delle loro valute, in particolare lo yuan cinese. Si pensi, per esempio, all’emergere del cosiddetto «petroyuan» a seguito di contratti petroliferi a lungo termine denominati nella valuta cinese, nel tentativo di Pechino di competere con quelli denominati in dollari. Oppure al fatto che dal 2015 lo yuan viene adottato da più parti anche come valuta di riserva, sebbene in misura ancora molto marginale rispetto al dollaro o all’euro. Questi elementi, a cui si possono aggiungere anche i vari programmi di reciproca assicurazione per proteggersi dalle conseguenze delle oscillazioni del dollaro o alle proposte di sistemi di pagamenti alternativi (come il CIPS, lo «SWIFT cinese»), fanno pensare gli esperti del Credit Suisse piuttosto a un sistema valutario più multipolare. In estrema sintesi - si sottolinea - che per mantenere la posizione del dollaro quale valuta rifugio per eccellenza, il Paese a stelle strisce deve mantenersi stabile sul piano geopolitico. Inoltre, il modo in cui i maggiori detentori di dollari (banche centrali ed esportatori, ndr) dei principali Paesi in surplus impiegheranno le loro (eccedenti) riserve valutarie dipenderà fortemente anche dalla stabilità macroeconomica degli Stati Uniti.

Il CSRI ha così stilato una «lista» di fattori che ritiene debbano essere tenuti sott’occhio per valutare la probabilità di un distacco dall’attuale sistema centrato sul dollaro americano. Fra questi troviamo anche uno «di mercato» di non poco conto, ovvero il comportamento degli investitori privati e istituzionali nei confronti degli USA. In altre parole, si tratta di capire se l’economia statunitense sarà in grado di mantenere la sua capacità di essere un «motore» dell’innovazione. Questo, a sua volta, determinerà se il settore privato continuerà a investire nel «prodotto USA».

Gli USA attirano le eccedenze

Intanto, l’amministrazione Biden ha lanciato l’ambizioso Inflation Reduction Act (IRA) che mira ad attirare, con 370 miliardi di dollari di incentivi fiscali (anche sussidi), investimenti nel settore dell’energia «pulita», allo scopo di accelerare la transizione energetica. «Gli Stati Uniti hanno un mercato finanziario molto sviluppato che consente agli investitori esteri di “piazzare” facilmente le loro eccedenze in dollari, tipicamente in titoli governativi e societari», spiega Botteron, tra gli autori del rapporto del CSRI.

La mossa lascia presumere che, anche in considerazione del fatto che il percorso per il Sur sarà verosimilmente lungo (per l’euro ci volle oltre un decennio), che la cosiddetta «dollar demise» sia tutt’altro che imminente.

Per Keynes non fu una soluzione ottimale

Agli occhi del famoso economista britannico John Maynard Keynes, figura centrale alla conferenza di Bretton Woods nel 1944, la scelta di basare il nuovo sistema monetario internazionale sul dollaro era una soluzione non ottimale. Keynes riconobbe subito che l’egemonia monetaria di un singolo Paese poteva portare a gravi squilibri e tensioni. La sua idea era quella di istituire uno strumento monetario accettato a livello globale («Bancor») e una International Clearing Union (ICU) che gestisse il sistema e garantisse che il commercio internazionale procedesse senza intoppi.