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Essere previdenti

La libertà del capitale, la sicurezza della rendita

In Svizzera chi consuma o investe male il proprio avere di vecchiaia non cade nel vuoto - La rete di protezione è offerta dal sistema delle prestazioni complementari
Fabrizio Ammirati
Fabrizio Ammirati
24.09.2026 06:00

Tra le varie letture estive più o meno impegnative, mi sono soffermato su di un articolo di Roman von Ah pubblicato sulla «Neue Zürcher Zeitung» in agosto. L’articolo offre lo spunto per un’analisi critica di un fenomeno che sta caratterizzando la previdenza professionale: nel 2024 il 45 per cento dei neopensionati si è fatto versare l'intero avere di vecchiaia in capitale, mentre un ulteriore 19 per cento ha optato per la forma mista. Nel 2025 più della metà dei nuovi pensionati ha optato per il capitale e la tendenza è in costante crescita.

La questione sollevata non è ideologica o di parte, infatti per l’autore non ogni prelievo in capitale è di principio sbagliato. Contestata è piuttosto la retorica che lo accompagna. La tesi prevalente è che il capitale creerebbe flessibilità, margine di manovra rispetto all’abbassamento dei tassi di conversione, opportunità d'investimento, vantaggi fiscali, possibilità di trasmissione ereditaria. Chi si vorrebbe schierare contro questi argomenti? Ma senza contesto sono argomentazioni a volte deboli: la flessibilità serve solo con una strategia sostenibile di prelievo, d'investimento e di rischio; il potere decisionale è un bene solo se non finisce in consumi o spese voluttuarie oppure in decisioni di investimento avventate; le opportunità sono piacevoli solo se, dopo costi, imposte, inflazione e rischi di mercato, resta un extra rendimento per finanziarle. In altri termini è la consapevolezza delle decisioni che si prendono sul proprio capitale pensionistico quello veramente che conta.

Il punto che tuttavia deve interessare tutti è di natura sistemica. La rendita della cassa pensione mutualizza il rischio di longevità, quello d'investimento e quelli biometrici; il prelievo in capitale li individualizza. Dalla previdenza si passa alla gestione patrimoniale, dalla rendita a un deposito titoli, dal reddito vitalizio a un piano di prelievo. Con i giusti presupposti può sicuramente funzionare, ma i requisiti in termini di cultura finanziaria, disciplina, costi bassi, attese di rendimento realistiche e riserve per gli imprevisti della vita sono assai sfidanti.

A questo si aggiunge un problema di incentivi che, come l’autore evidenza molto bene, deve essere discusso in maniera trasparente. Per le casse pensioni il prelievo in capitale è vantaggioso, perché tendenzialmente rafforza il bilancio e riduce il rischio di longevità per la cassa. Per gli operatori finanziari lo è altrettanto, perché trasforma il capitale previdenziale in patrimonio gestibile: su una rendita un intermediario finanziario non guadagna nulla, su un capitale investito guadagna per anni. Tutto ciò non significa che la consulenza finanziaria sia in sé negativa, anzi è utile per definire l’allocazione corretta, il rendimento atteso ed il piano di decumulo adeguato e realizzabile. Ciò significa, viceversa, che la struttura d'incentivi va dichiarata in maniera trasparente.

Tutto questo sarebbe di per sé ancora sostenibile se non si considerasse il rischio sociale che ne deriva e che è la tesi principale dell’articolo. In Svizzera chi consuma o investe male il proprio avere di vecchiaia non cade nel vuoto. La rete di protezione è offerta dal sistema delle prestazioni complementari, che non sono state pensate e finanziate per diventare la riassicurazione implicita delle decisioni individuali di prelievo del capitale previdenziale. Finché il capitale c'è, il singolo gode della propria libertà; quando è esaurito intervengono le prestazioni complementari, i Cantoni, la Confederazione e, ancora una volta quindi, le generazioni più giovani. Vantaggi privatizzati, oneri socializzati. La libertà dell’individuo viene assicurata dai contributi della collettività.

Da qui la proposta, semplice, che l’autore fa e che può non piacere ma deve far riflettere: limitare i prelievi, ammettendoli solo in presenza di una rendita vitalizia sufficientemente elevata per garantire quantomeno la sopravvivenza. Chi non dispone di una base di rendita minima di sopravvivenza calcolata sommando la rendita AVS con la rendita del secondo pilastro non dovrebbe poter convertire la propria previdenza in capitale.

Molto spesso la politica interviene quando il problema si è già manifestato in maniera spesso insostenibile. Intervenire tempestivamente con misure che vadano a garantire il benessere finanziario della popolazione non più attiva è un atto politico dovuto: esso può limitare le libertà individuali ma è necessario per salvaguardare il benessere della collettività.