La spada di Damocle del «quantum computing sul futuro di bitcoin (e di Strategy)

Bitcoin, che fai? La «regina» delle cripto scambia attualmente attorno ai 62 mila dollari, quasi la metà rispetto al massimo storico di 126 mila dollari toccato lo scorso ottobre. In questa fase le spiegazioni «classiche» per il calo (-40% rispetto a un anno fa) come il risk-off per via delle tensioni geopolitiche, non convincono, tant’è che le Borse sono ai massimi. Più verosimile, semmai, è il peso di quanto accade attorno al maggior detentore aziendale della criptovaluta.
La retromarcia di Strategy
Strategy - nota per la sua «strategia» di accumulo di bitcoin quale riserva di tesoreria - ha annunciato una perdita di 8,3 miliardi di dollari sugli attivi digitali nel secondo trimestre, dopo aver venduto 3.588 bitcoin a un prezzo medio attorno ai 60 mila dollari: ben sotto il costo medio di carico di 75.476 dollari. È la prima liquidazione significativa per la società che per anni ha incarnato il credo del «comprare e non vendere mai» e il ricavato è servito a pagare i dividendi sulle azioni privilegiate e a ricostituire le riserve in dollari (sic!). Intanto il valore d’impresa è sceso, per la prima volta, sotto quello dei bitcoin in bilancio (843.775 unità). Il timore dei mercati è una spirale perversa: se il maggior detentore vende, il prezzo scende, rendendo necessarie altre vendite.
«Crypto-killer» in arrivo?
Per molti osservatori, però, la minaccia esistenziale per il bitcoin è un’altra: il quantum computing. Le blockchain (sulle quali «girano» le criptovalute come bitcoin, ether ecc.) si affidano a una crittografia a curve ellittiche vecchia di decenni; un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe derivare le chiavi private dalle chiavi pubbliche - visibili su registri trasparenti e permanenti - e falsificare le firme digitali, autorizzando transazioni fraudolente e irreversibili. Secondo Google, macchine capaci di violare questa crittografia potrebbero arrivare già nel 2029, non più tra un decennio come si stimava finora. Circa il 35% dei bitcoin in circolazione sarebbe oggi esposto a un attacco quantistico, con stime che arrivano al 50%. E basterebbe un solo furto su larga scala, seguito dalla vendita sul mercato, per far crollare il prezzo della criptovaluta colpita, con effetti che, avverte Moody’s, si farebbero sentire sull’intero mercato.
La transizione verso la crittografia post-quantum si annuncia però lunga e costosa - e tutt’altro che banale. Le firme digitali post-quantum, molto più «pesanti», rischiano di aumentare i costi e degradare l’esperienza d’uso, specie su blockchain con blocchi di dimensione fissa come bitcoin; e muoversi troppo presto, con standard ancora in evoluzione, potrebbe creare nuove vulnerabilità. Inoltre, la stessa natura decentralizzata delle blockchain complica il consenso sulla via da seguire.
Il tema, peraltro, è noto negli ambienti finanziari svizzeri. La Finma, a seguito di un suo sondaggio condotto nei mesi scorsi presso 60 istituti, invita le banche di fare di più per affrontare i potenziali - e ormai non più remoti - rischi determinati dai potenti computer quantistici, che potrebbero violare gli attuali sistemi crittografici, mettendo a rischio comunicazioni, dati dei clienti e transazioni finanziarie.
