La trappola della memoria

Le posizioni più speculative sono in parte rientrate. Il mese di ottobre ha visto i più elevati volumi di vendita da parte degli hedge fund degli ultimi anni. Anche i fondi tradizionali hanno ridotto l’esposizione al rischio, riallocando parte dei portafogli verso asset più sicuri, come l’obbligazionario. Si è inoltre osservato un aumento della liquidità in portafoglio, segnalato anche dalle vendite di asset difensivi come l’oro. In questa fase, cresce l’esigenza di privilegiare strumenti in grado di garantire flussi cedolari prevedibili, come le obbligazioni, che possano fungere da ammortizzatore qualora il contesto di mercato dovesse diventare più instabile.
Gli ostacoli all’orizzonte sono di vario tipo; fra questi l’ipotesi di una ripresa del conflitto in Medio Oriente. La domanda è se i mercati reagirebbero come a marzo, con un generalizzato sell-off trasversale a tutte le asset class. Gli asset manager potrebbero passare da una semplice avversione al rischio a un ulteriore incremento della liquidità in portafoglio? Qui potrebbe giocare un ruolo la psicologia finanziaria per cui a fronte di una incertezza si reagisce rispolverando la memoria operativa dell’evento più simile e più vicino. Ipotizzando un nuovo aumento delle tensioni in Medio Oriente, è plausibile che, nelle fasi iniziali, le materie prime energetiche puntino verso nuovi massimi, mentre gli asset a maggiore contenuto di rischio, come l’azionario, siano esposti a nuova pressione. Tuttavia, affidarsi alla memoria operativa degli eventi passati potrebbe rivelarsi una trappola, soprattutto alla luce dell’evoluzione del diverso posizionamento degli investitori. A febbraio il mercato aveva ben chiaro lo spostamento delle forze navali americane, ma lo riteneva una semplice dimostrazione di forza. Il conflitto invece ha modificato gli equilibri regionali, innescando uno shock petrolifero più duraturo di quello del 2022. Il risultato è stata una volatilità inaspettata. Gli asset manager hanno dovuto «aggiustare» i portafogli durante il corso degli eventi. Un eventuale secondo round troverebbe questa volta i gestori meno impreparati, ma avendo già venduto ed essendo più liquidi non si può escludere che sfruttino le fasi di ribasso dell’azionario per acquistare e le fasi di un eventuale ulteriore recupero delle materie prime energetiche, per vendere. Questo nel caso di ripresa del conflitto. Se invece il conflitto non si dovesse manifestare entro fine novembre gli asset manager dovrebbero ugualmente ribilanciare velocemente il portafoglio in vista dell’eventuale rally di fine anno. Il mercato è selettivo, volatile ed esposto a capovolgimenti di fronte repentini che possono indurre a non rischiare in vista della chiusura dell’anno, ma attenzione alle sorprese, una delle caratteristiche del 2026 è stata la rotazione veloce degli scenari e i crash selettivi per singole asset class.
Un altro ostacolo alla tranquilla navigazione dei portafogli è dato dal picco dell’inflazione previsto per dicembre. La Svizzera rimane ben protetta dalla forza della valuta, che riduce le pressioni al rialzo dei prezzi, ma nel resto d’Europa la musica è diversa. L’Europa potrebbe raggiungere a dicembre un picco al 4,3%, con il rischio di causare nuove tensioni sull’obbligazionario amplificate dalla situazione francese. Qui le prossime elezioni sono fra aprile e inizio maggio, una distanza siderale se misurata finanziariamente. Eppure, anche qui l’effetto memoria può giocare brutti scherzi. Lo scenario è ben diverso dalla crisi degli spread del 2009 e 2011, l’Europa ora ha gli strumenti per contenerli e nessuna forza politica, dal 2009, può ignorare le pressioni del mercato che richiedono a gran voce una maggior disciplina di bilancio. Il risultato è che non si possono escludere nuove tensioni sui rendimenti a breve, ma per il medio periodo sarebbe preferibile non cadere nella trappola della memoria.
