La vera prova delle startup svizzere è lo «scale-up»

«La Svizzera non ha un problema di startup, ma un problema di scale-up». Sono le parole di Christoph Mäder, ex presidente di economiesuisse, pronunciate nel suo ultimo discorso alla guida dell’organizzazione, lo scorso venerdì a Lucerna in occasione della Giornata dell’economia. Per Mäder, il Paese è molto bravo a far nascere imprese innovative (ha parlato di oltre sessanta startup tecnologiche create annualmente dai soli due Politecnici federali e oltre cinquecento aziende high tech in un decennio), ma fatica a farle crescere. «Essere campioni d’innovazione - ha aggiunto - è solo metà dell’opera, perché le buone idee vanno anche portate sul mercato e fatte scalare. E qui la Svizzera inciampa ancora troppo spesso».
A sostenere queste considerazioni, con dati e analisi, ci pensa il primo «Swiss Scale-Up Report», appena pubblicato e curato da Deep Tech Nation Switzerland, in collaborazione con il portale startupticker.ch, Swisscom Ventures e SIX (la Borsa svizzera). Per la prima volta sono state recensite le scale-up attive nella Confederazione: ce ne sono 265, su una popolazione stimata fra 400 e 500, per una valutazione complessiva stimata di 26,6 miliardi di franchi. Il 43% è nato come spin-off di un’università o di un istituto di ricerca elvetico; due su cinque operano nelle scienze della vita. E, a smentire un luogo comune, il 71% mantiene in Svizzera la maggior parte dei posti di lavoro. Detto altrimenti, scalare non significa delocalizzare.
Le scale-up sono imprese giovani e affamate di capitale. Stando allo studio, la metà di esse cresce a ritmi superiori al 50% l’anno, ma il 60% opera ancora sotto la soglia di redditività (break-even). Più che un segnale d’allarme, è un tratto strutturale del deep tech, il settore delle tecnologie fondate su autentiche scoperte scientifiche o ingegneristiche che diventano un prodotto concreto. Fra queste aziende solo il 23% produce un utile operativo, contro il 63% delle altre. Servono, insomma, capitali e.. pazienza.
C’è però un altro elemento che preoccupa il settore: la crescita delle imprese elvetiche più promettenti è finanziata in larga parte da capitali esteri, americani in primis (ne avevamo parlato a giugno in merito allo Swiss Deep Tech Report) . La quota di investimenti svizzeri nelle imprese in fase avanzata è infatti scesa dal 27% del periodo 2019-2022 al 13% del 2025. Il percorso, del resto, è lungo, poiché dalla fondazione di una startup al primo round di finanziamento avanzato passano in media più di cinque anni. Ma la finestra per i capitali svizzeri resta comunque aperta: stando al rapporto, sette imprese su dieci prevedono infatti una nuova tornata di finanziamenti entro due anni, capitale che verrà comunque raccolto e di cui gli investitori svizzeri potrebbero intercettare una fetta maggiore. Fra questi c’è un enorme potenziale rappresentato dalle casse pensioni, che gestiscono oltre mille miliardi di franchi di patrimonio previdenziale. Dal 2022 queste hanno oltretutto il margine normativo per destinarne una quota a imprese svizzere non quotate, scale-up comprese, ma finora l’hanno lasciato in gran parte inutilizzato.

Il capitale straniero, spiegano gli autori del rapporto, non è solo una dipendenza da correggere, è anche un vantaggio, perché rende possibili tornate di finanziamento importanti e apre mercati. Il rischio vero è semmai più a valle, nella proprietà, o nella «geografia del capitale». Se i clienti delle scale-up sono altrove, è più probabile che eventuali operazioni di «exit» si svolgano all’estero. Stando al rapporto, infatti, il 79% dei fondatori di startup in fase avanzata prenderebbe in considerazione un acquirente estero, appena il 39% uno svizzero. D’altro canto, dove nell’azionariato siedono investitori svizzeri, la disponibilità a un’uscita interna sale al 49% per una vendita in patria e al 33% per una quotazione alla Borsa svizzera, contro il 13% quando gli investitori sono solo esteri. «Ciò che comincia come un divario di finanziamento finisce come una questione di proprietà», sintetizza il rapporto.
Da qui anche la tentazione di partire. Circa un’impresa su tre, fra quelle interpellate, ha valutato seriamente di trasferirsi all’estero. Le ragioni, tuttavia, non sono fiscali. A pesare sono l’accesso ai clienti (50%) e al capitale (47%), mentre il carico fiscale è citato solo dal 15%. La partita non si gioca sulle aliquote, ma sulla capacità di finanziare e industrializzare la crescita in casa.
Che cosa chiedono, allora, gli imprenditori? Non sussidi. In cima alla lista delle riforme, indica infine lo «Swiss Scale-Up Report», figurano l’apertura degli investimenti delle casse pensioni (73%), la standardizzazione dell’azionariato per i dipendenti (61%), permessi di lavoro più rapidi per i talenti extra-UE (48%) e l’abolizione della tassa di bollo sul capitale (44%). Tutte e quattro figurano già nella Startup-Agenda Schweiz adottata nel febbraio di quest’anno.
Una lettura interessante delle cifre del rapporto giunge da chi il problema lo vive ogni giorno. In un post su LinkedIn, l’imprenditore seriale neocastellano Laurent Balmelli, a capo di Citrix Secure Developer Spaces, osserva: «La Svizzera è incredibilmente brava a creare aziende tecnicamente solide, ma il “collo di bottiglia” si è spostato dall’innovazione allo scaling commerciale e al capitale di crescita». Il primo ostacolo, sottolinea, «non è la tecnologia ma la vendita, segnalata dal 60% delle imprese contro il 37% che indica il capitale». La risposta? «Tenere ricerca e ingegneria in Svizzera, portare vicino ai clienti la macchina commerciale e dotare l’ecosistema di quell’infrastruttura da scale-up che ancora manca», conclude.
