L'editoriale

L'economia rallenta a causa dei dazi USA

La «resilienza elvetica» scricchiola e la frenata del PIL rivela una fragilità che non si può più negare
©Alex Brandon
Generoso Chiaradonna
29.11.2025 06:00

Il terzo trimestre del 2025 segna un cambiamento di clima per l’economia svizzera. Dopo anni in cui la narrativa della «resilienza elvetica» sembrava confermata da ogni statistica, il Prodotto interno lordo (PIL) è arretrato dello 0,5% (al netto degli eventi sportivi), ribaltando il modesto +0,2% del trimestre precedente. Sono i dati diffusi dalla Segreteria di Stato all’economia (Seco). Non si tratta di una crisi, è bene precisarlo, ma nemmeno di una semplice oscillazione congiunturale: è il segnale di una fragilità che non può più essere archiviata come rumore di fondo. È il segno che la politica commerciale protezionista avviata dagli Stati Uniti ha colpito e che qualche danno lo ha fatto.

A pesare sul dato complessivo sono due pilastri storici del modello svizzero. Il settore chimico-farmaceutico ha registrato un calo del valore aggiunto di quasi l’8%, intaccando in un solo trimestre una parte rilevante del contributo delle esportazioni. Ancora più marcato il ridimensionamento del comparto energetico, con una flessione superiore al 13%, complice una produzione nucleare estiva insolitamente bassa. Quando due colonne portanti vacillano simultaneamente, l’intero edificio economico risente della scossa.

Il quadro, tuttavia, non è uniforme. Il resto della manifattura mostra una lieve crescita e i consumi privati avanzano di circa lo 0,4%, sostenuti da spese per abitazione, sanità ed energia e dal ritorno di flussi turistici che alimentano alberghiero e ristorazione. Sanità, sociale e comunicazione registrano progressi. Per quanto riguarda la prima – la sanità in aumento – non è un buon indizio visto che gran parte di quella spesa, pur facendo «bene» al PIL, alleggerisce le tasche di tutti noi con premi di cassa malati maggiorati e spesa pubblica, soprattutto cantonale, in crescita. Effetti negativi che in Ticino conosciamo bene. Rimane però un dato strutturale: le esportazioni di merci sono arretrate per il secondo trimestre consecutivo e i servizi venduti all’estero ristagnano. Dai dati della Seco emerge quindi un’economia che regge, ma che sta perdendo trazione. Anche in questo caso è bene precisare che non siamo in una fase recessiva, né tecnica, né annua.

La frenata non è un fenomeno esclusivamente domestico. Il contesto internazionale si sta raffreddando: la crescita mondiale è attesa attorno al 3,1% nel 2025, in lieve calo rispetto al 2024, con gli Stati Uniti in rallentamento verso poco più del 2% e l’area euro bloccata attorno all’1%. Sono performance a prima vista positive, ma insufficienti, per ridurre il peso relativo del crescente indebitamento delle economie avanzate. Un rallentamento che ci dice che i tradizionali mercati di sbocco non trainano più come in passato e privano la Svizzera di quel motore esterno su cui per anni ha potuto contare quasi automaticamente.

Un’altra fragilità, una volta punta di forza, sta nella concentrazione della struttura produttiva. Un’eccessiva dipendenza da pochi settori chiave (farmaceutica e orologeria) e da un commercio internazionale ridisegnato in modo unilaterale da Washington e sempre più volatile rende il sistema esposto a shock settoriali. L’accordo sui dazi con gli Stati Uniti dà un attimo di respiro all’industria. Ma la promessa di investimenti diretti svizzeri fino a 200 miliardi di dollari nei prossimi anni (50 miliardi solo nel 2026) avrà sicuramente un impatto sul livello degli investimenti in patria. Qualche effetto negativo sulla produzione e quindi sull’occupazione nel medio termine lo avranno.

Il terziario interno tiene, ma non basta a compensare un settore industriale un po’ meno brillante. Una diversificazione dei mercati di sbocco (India e America del Sud) potrebbe essere una soluzione per sganciarsi almeno parzialmente dalle dinamiche europee e statunitensi. Parallelamente, va rafforzata la solidità dei consumi interni, sostenendo redditi e potere d’acquisto.

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