Nel mondo di Donald Trump i forti prendono ciò che vogliono

Si inaugura oggi la collaborazione editoriale con «The Economist», il prestigioso settimanale britannico di analisi economica e politica internazionale. I contenuti, tradotti dalla redazione Economia del «Corriere del Ticino», sono pubblicati su licenza; gli articoli originali, in inglese, sono disponibili su www.economist.com (in abbonamento).
Per dodici anni Nicolás Maduro ha terrorizzato il Venezuela. Ha rubato le elezioni e, quando la popolazione ha protestato, i suoi sodali hanno ucciso, stuprato o torturato gli oppositori, soffocandoli con sacchetti di plastica. I suoi compagni di governo hanno saccheggiato e gestito l’economia in modo così sconsiderato che il PIL è crollato del 69%. Un quarto della popolazione è fuggito all’estero. Sia il collasso economico, sia l’esodo sono stati peggiori di quanto avvenga di solito persino durante le più sanguinose guerre civili.
Maduro è stato anche una minaccia internazionale: colludeva con le bande di narcotrafficanti, minacciava la Guyana ricca di petrolio e sosteneva la tirannia comunista cubana fornendo carburante a prezzi stracciati. Appoggiava Hezbollah, aiutava l’Iran a eludere le sanzioni e offriva a Russia e Cina un punto d’appoggio a poche miglia dalle coste della Florida. E poi, improvvisamente, non c’era più: rapito dalle forze speciali statunitensi il 3 gennaio.
Dimostrazione di forza
Questo blitz ha un’importanza che va ben oltre il Venezuela. Un primo motivo è il modo in cui è avvenuto: una dimostrazione spettacolare di forza militare – e dei suoi limiti. Un secondo è il perché: invece di invocare la democrazia o i diritti umani, come facevano un tempo i presidenti americani, Donald Trump ha dichiarato di voler mettere le mani sul petrolio venezuelano e affermare il dominio sull’emisfero occidentale. Un terzo motivo è il momento in cui è accaduto. Trump sta accelerando la fine del vecchio ordine fatto di risoluzioni ONU, diritto internazionale e valori universali. Il dramma che si sta svolgendo contribuirà a determinare che cosa lo sostituirà.
Anzitutto, il «come». Nessun’altra forza armata avrebbe potuto piombare così rapidamente e catturare un despota (e sua moglie) in modo tanto chirurgico. L’operazione è durata meno di tre ore. Nessun americano è morto, mentre secondo le informazioni disponibili sarebbero rimaste uccise 32 spie cubane incaricate di proteggere i Maduro. Il 5 gennaio la coppia era già davanti a un tribunale di New York, accusata di traffico di droga e potenzialmente condannabile all’ergastolo. I nemici degli Stati Uniti sono stati avvertiti.
Eppure, la vicenda mostra anche i limiti della potenza militare. Si è trattato di un’incursione, non di un’invasione. Segnata dai fallimenti in Afghanistan e in Iraq, l’America tenta da lontano qualcosa di ben inferiore a un cambio di regime. Maduro non c’è più, ma il suo apparato di saccheggio e repressione resta. La vicepresidente Delcy Rodríguez sembra aver assunto il comando. Le milizie in motocicletta del regime, i colectivos, sono tornate in strada a ristabilire il terrore. Con molti gruppi armati nel Paese, un esercito che conta 2.400 generali e una leadership paranoica, non è escluso un confronto armato.
Trump afferma ora di «gestire» il Venezuela, intendendo che Rodríguez deve fare ciò che lui ordina, altrimenti ne subirà le conseguenze. Ma far valere la propria volontà sarà difficile. È vero che la Marina statunitense continua a bloccare le esportazioni di petrolio da cui il Venezuela dipende. Il 7 gennaio le forze americane hanno sequestrato due petroliere utilizzate per spedire greggio venezuelano, una vicino all’Islanda e una nei Caraibi. Tuttavia, le minacce di schierare truppe in Venezuela o di lanciare incursioni ripetute, ciascuna preparata per mesi, non appaiono credibili.
Desiderio egemonico
La seconda lezione del Venezuela riguarda il «perché». Il rapimento di Maduro è un esempio concreto della «dottrina Donroe»: la visione di Trump su come l’America dovrebbe affermarsi nella propria regione. «Il dominio americano nell’emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione», ha proclamato. «Non succederà».
Questa dottrina riguarda il potere e le risorse naturali, non i valori. La politica più popolare del Venezuela è una democratica: la premio Nobel María Corina Machado. Trump l’ha liquidata come priva di «sostegno». Eppure è così popolare che Maduro le ha impedito di candidarsi alle presidenziali che ha truccato nel 2024. Con ciò Trump intende che Machado non controlla l’esercito. Lui preferisce appoggiare chi ha le armi. Costoro non hanno alcun interesse in elezioni libere, che significherebbero perdere il potere e rischiare il carcere. I venezuelani continuano a sperare che Trump possa favorire una transizione democratica, ma egli mostra ben poca inclinazione a provarci.
La sua strategia per la sicurezza nazionale, pubblicata alla fine del 2025, parlava di coinvolgere gli amici e ampliare le alleanze nelle Americhe. Ora è chiaro che questo invito arriva con la canna del fucile. Nel giro di poche ore dall’annuncio della cattura di Maduro, Trump ha minacciato anche Colombia, Cuba, Groenlandia e Messico.
È evidente che ambisce alle risorse naturali – soprattutto per l’America. Trump ha rivendicato le riserve petrolifere venezuelane, le più grandi del mondo, e sostiene che gli Stati Uniti riceveranno immediatamente tra 30 e 50 milioni di barili. L’industria petrolifera venezuelana è stata gestita così male che, con l’aiuto americano, un modesto aumento della produzione sarebbe possibile.
Ma l’idea di Trump di poter ripristinare rapidamente e con profitto i livelli di produzione del passato è illusoria. La domanda è debole e al Paese mancano competenze e capitali.
Nel lungo periodo questa politica indebolirà gli Stati Uniti
C’è un altro punto che riguarda le conseguenze per le Americhe e per il mondo. I Paesi più piccoli, vicini agli Stati Uniti, potrebbero sentirsi costretti a piegarsi alle prepotenze di Trump. Ma negli anni a venire molti leader cercheranno di riconquistare la propria sovranità. E molti Stati, in silenzio, cercheranno legami più stretti con altre potenze, Cina compresa. Se la coercizione non sarà bilanciata dall’attrazione, la dottrina emisferica di Trump finirà per fallire e, così facendo, indebolirà gli Stati Uniti.
Affermando in modo così sfacciato che la forza fa il diritto, Trump ha già minato le alleanze americane. La Groenlandia è una regione autonoma della Danimarca, che è membro della NATO. Occuparla distruggerebbe l’alleanza. Anche gli alleati degli Stati Uniti nel Pacifico concluderanno che affidarsi a Trump significa esporsi alle sue predazioni.
Al contrario, Cina e Russia sono esperte nel muoversi in un mondo in cui i forti impongono la propria volontà ai deboli. Trump può credere che ciascuna potenza resterà nel proprio ambito d’influenza, ma dove iniziano e dove finiscono questi ambiti? Man mano che i Paesi di tutto il mondo si sentiranno incoraggiati a invadere lo spazio dei vicini, lo scenario cupo è quello di un aggressivo mondo ottocentesco dai confini mobili, ma armato di armi del XXI secolo.
L’America è stata una superpotenza di successo perché il proprio interesse e il realismo politico erano rafforzati da una fede dichiarata nei valori universali della democrazia e dei diritti umani. Trump ritiene che, lungi dall’essere una forza unica nella politica estera, tutto ciò fosse una sciocca indulgenza. Il suo raid in Venezuela rischia di dimostrare quanto si sbagli.
Investimenti miliardari
Infine, le compagnie petrolifere esitano a impegnarsi in investimenti costosi, pluridecennali e da miliardi di dollari, senza la certezza che il Venezuela sarà stabile e sicuro.
