«Non voglio i vostri orologi»: che cosa c'è dietro l'ennesima minaccia di Trump alla Svizzera

Il messaggio è arrivato per interposta intervista, come spesso accade. Parlando al portale statunitense Punchbowl News, Donald Trump ha evocato la possibilità di chiudere il mercato americano ai prodotti svizzeri, cancellando in un colpo solo il deficit commerciale bilaterale.
«Guardate la Svizzera. Abbiamo un deficit di 39 miliardi di dollari. Posso azzerarlo con un tratto di penna e non saranno più un Paese d'élite», ha dichiarato il presidente. E ancora: «Tutto quello che devo fare è dire: non voglio i vostri orologi, non voglio le vostre merci. E risparmiamo 39, 41 miliardi, mentre loro passano dall'essere d'élite all'essere in grossi guai». Poi la chiosa: «Per loro fortuna, sono una persona gentile».
Il vero bersaglio non è Berna
La frase che nell'intervista precede immediatamente l'attacco è la chiave per capirla. Subito dopo aver citato i 39 miliardi, Trump aggiunge: «Eppure loro pagano lo 0,5% di interessi». È lì che si capisce dove, davvero, sta guardando il presidente. La Svizzera diventa l'esempio al contrario nella sua battaglia contro la Federal Reserve: un Paese che si finanzia a costo quasi zero mentre gli Stati Uniti, sostiene con forza Trump, dovrebbero avere i tassi più bassi del mondo. L'orologeria svizzera, in questo ragionamento, è innanzitutto unarma retorica, poi un obiettivo di politica commerciale.
Va detto che l'equazione presidenziale – deficit commerciale uguale perdita, quindi chiuderlo significa «risparmiare» quei miliardi – non regge sul piano economico. Un deficit commerciale, spiegano da tempo gli esperti, non è una somma versata a fondo perduto: gli Stati Uniti ricevono beni in cambio del denaro speso. Cancellare le importazioni non farebbe risparmiare 39 miliardi al Tesoro americano, ma li toglierebbe ai consumatori statunitensi sotto forma di prodotti non più disponibili o più cari.
Un anno e mezzo di montagne russe
La minaccia arriva al termine di una vicenda che l'economia svizzera conosce fin troppo bene. Proviamo a riassumere. Il primo colpo il 9 aprile 2025, con dazi al 31% sulle esportazioni elvetiche. Poi, il 1. agosto 2025, nel giorno della festa nazionale svizzera, coincidenza che a Berna nessuno ha considerato casuale, l'annuncio del 39%, calcolato con la stessa aritmetica grezza citata ora dal presidente: 39 miliardi di deficit, 39% di dazio.
Il quadro attuale è diverso ma non rassicurante. Dal luglio 2026 la Svizzera è soggetta a un'aliquota del 12,5%, esito di due inchieste aperte da Washington nel marzo 2026 ai sensi della Sezione 301 dello US Trade Act. La motivazione ufficiale non è più il deficit, ma il lavoro forzato: secondo l'USTR la Confederazione, come altre 54 economie, non dispone di un «divieto esplicito di importare prodotti derivati dal lavoro forzato». Il Consiglio federale ha respinto fermamente le accuse, sostenendo che l'industria statunitense non subisce alcun danno dalla prassi elvetica, fondata su normative statali, valutazioni obbligatorie dei rischi e cooperazione internazionale anziché sul divieto d'importazione.
Lo svantaggio nei confronti di Bruxelles
C'è un dettaglio che in Svizzera brucia più dell'aliquota in sé: l'Unione europea e altri sei Paesi sono stati collocati fra il 10% e il 12,5%, con alcuni sconti quindi su determinati beni. Swissmem, l'associazione del comparto metalmeccanico ed elettrotecnico, ha denunciato «un ulteriore e ingiustificato svantaggio competitivo per le aziende dell'industria tecnologica svizzera sul mercato statunitense». Economiesuisse ha definito i dazi «incomprensibili» e «ingiustificati».
L'orologeria, paradossalmente, ha tirato un mezzo sospiro di sollievo. «L'annuncio è in linea con gli scenari che ci si poteva attendere. Con il 12,5% sugli orologi, l'aliquota è la più bassa da aprile 2025» aveva osservato Yves Bugmann, presidente della Federazione dell'industria orologiera svizzera.
Perché la minaccia fa male proprio agli orologi
Non è casuale che Trump citi gli orologi. Gli Stati Uniti sono il primo mercato estero dell'orologeria svizzera: il 16,8% delle esportazioni, per un valore di 4,4 miliardi di franchi. Ed è un settore che, a differenza di altri, non può sottrarsi delocalizzando. Le regole dello Swiss Made impongono almeno il 60% della produzione in Svizzera: spostare le fabbriche negli Stati Uniti significherebbe rinunciare all'etichetta che costituisce buona parte del valore del prodotto. «Lo Swiss Made è parte del nostro DNA» aveva ricordato Bugmann. Da qui la particolare esposizione del comparto a una misura come quella evocata dal presidente.
Un accordo che non c'è
Il punto più delicato resta la fragilità giuridica dell'intesa raggiunta finora. L'accordo commerciale bilaterale tra Berna e Washington rimane «solo una dichiarazione d'intenti non vincolante», con il Dipartimento dell'economia che continua a puntare a un testo giuridicamente vincolante. È esattamente questa la ragione per cui una battuta in un'intervista può ancora fare notizia a Berna: finché non c'è un trattato, il tratto di penna evocato dal presidente resta tecnicamente possibile.
Gli Stati Uniti sono il primo mercato di esportazione della Svizzera, e i settori più esposti restano gli strumenti di precisione, le tecnologie mediche e i macchinari. Il vero rischio non risiede nel livello del dazio, ma nella sua durata.
