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Il commento

Quando in Europa cresce la rabbia sociale

Autotrasportatori, agricoltori e giovani sono mossi da ragioni e interessi diversi, ma la frustrazione è la stessa
Generoso Chiaradonna
23.10.2026 06:00

Nelle ultime settimane, e in particolare a partire dalla scorsa settimana, gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud Italia sono protagonisti di accese proteste e diffusi blocchi stradali. La mobilitazione ha coinvolto duramente regioni come Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata, provocando la paralisi di snodi autostradali, porti e strade statali, con conseguenti scaffali vuoti nei supermercati e difficoltà di approvvigionamento per farmacie e aeroporti. È l’altra faccia dello scontro sociale che ha visto, in particolare, il centro storico di Milano bersagliato da una furia adolescenziale apparentemente irrazionale e improvvisa. Devastazioni di vetrine, saccheggi di negozi di note marche di scarpe e agenti di polizia e carabinieri feriti hanno oscurato la protesta che viene dalla parte d’Italia più povera e che più risente degli aumenti dei costi di trasporto su gomma. Portare le arance dalla Sicilia a Milano, per esempio, è diventato più caro. Il prezzo di vendita al dettaglio sale di conseguenza. Ce ne accorgiamo comprando la frutta al supermercato. Chi ha coltivato e raccolto quelle arance o l’autotrasportatore che le ha portate al Nord non ha però visto aumentare il proprio compenso. Anzi, i suoi costi sono cresciuti quasi istantaneamente.

Situazioni analoghe si stanno verificando anche per altri agricoltori, pescatori e autotrasportatori in altri Paesi europei. La fiammata dei prezzi del petrolio, causata dalle tensioni geopolitiche, di cui le guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sono le manifestazioni più evidenti, sta letteralmente mettendo in ginocchio questi settori anche nel resto d’Europa, dove si stanno registrando mobilitazioni simili a quelle del Sud Italia. In Francia e Spagna, per esempio, le proteste giovanili sono state precedute da quelle di chi vive sulla propria pelle il rincaro delle materie prime, dei concimi e dei carburanti. I blocchi stradali dei camionisti, per così dire, fanno parte del panorama francese da qualche anno, almeno dai tempi dei cosiddetti Gilet Jaunes.

Al di là delle analisi sociologiche sui ragazzi scesi in piazza, tutte legittime e condizionate dal senno di poi, nessuno si aspettava che dei preadolescenti, privi di una coscienza politica ancora necessariamente acerba a quell’età, fossero animati da una rabbia sociale così forte. La stragrande maggioranza dei giovani manifestanti, è bene precisarlo, era pacifica. Ma un dodicenne, straniero o no, un sabato pomeriggio di ottobre dovrebbe essere altrove, non a giocare al rivoluzionario in piazza Duomo sfidando la polizia. Se è così, qualcosa si è rotto dal punto di vista educativo, intendendo non solo quello dei genitori, ma quello dell’intera società. Se ogni giorno esponenti politici di primo piano, in tutta Europa, parlano di una guerra data quasi per ineluttabile e imminente, di riarmo, anzi, di spese militari che devono solo crescere e, al tempo stesso, di rigore finanziario per tutto il resto, il cortocircuito sociale e politico è servito. Come ha detto giustamente Spartaco Greppi a questo giornale ieri, «si sta togliendo ai giovani la speranza». Il rischio, insomma, è che il disagio economico e la frustrazione delle giovani generazioni finiscano per alimentarsi a vicenda, trasformandosi in una frattura sociale sempre più profonda. Non è detto che chi protesta nelle piazze del Sud e chi lo fa nel centro di Milano condivida le stesse ragioni. Ma sarebbe un errore non cogliere ciò che questi fenomeni raccontano di un'Europa attraversata da insicurezze crescenti, nella quale si moltiplicano le richieste di sacrifici mentre si restringono le prospettive per il futuro.