Studio

Quello che i documenti bancari non sempre ci raccontano

Non tutti gli istituti indicano allo stesso modo la performance globale e pluriennale degli investimenti oppure le commissioni e i costi di gestione - I consumatori: «Meglio standard minimi definiti» - L’ABT: «Decidano le banche»
Non sempre gli estratti patrimoniali forniti dalle banche sono esaustivi. © Shutterstock
Generoso Chiaradonna
Dimitri Loringett
Generoso ChiaradonnaeDimitri Loringett
25.01.2023 22:45

In queste settimane chi ha un capitale - piccolo o grande che sia - investito in strumenti finanziari e affidato a una banca ha ricevuto o sta per ricevere gli estratti patrimonali. Si tratta di documenti importantissimi per l’investitore che sintetizzano, oltre alla perfomance nuda e cruda dell’anno appena trascorso (è andata male per quasti tutti, ndr) anche informazioni relative ai costi di gestione e fornire un riepilogo dei principali indicatori di rischio e rendimento. Ogni banca, però, ha modalità diverse per comunicare questi dati alla propria clientela e non tutti gli istituti adottano gli stessi indicatori. Il confronto spesso con quanto successo l’anno precedente non è sempre agevole.

Migliaia di estratti analizzati

Da tredici anni la società di consulenza finanziaria indipendente VZ VermögensZentrum analizza regolarmente gli estratti deposito per i loro clienti. Negli anni sono stati 33 mila i depositi esaminati. Si tratta di una base di dati sufficientemente ampia e relativa a diverse decine di banche con sede in Svizzera. Nell’ultimo studio della VZ reso noto negli scorsi giorni, sono stati presi in esame i documenti di fine anno di 35 banche, tra cui due grandi banche, 17 banche cantonali , quattro istituti interregionali e 12 banche private.

«Lo studio copre gran parte del mercato della clientela privata in Svizzera», ci spiega Michael Imbach, responsabile della sede luganese di VZ. «Laddove possibile - continua Imbach - sono stati presi in considerazione gli estratti per i cosiddetti mandati di gestione patrimoniale, quelli di maggior pregio e più dettagliati». E quali sono i risultati? Come dovrebbe presentarsi un estratto che si può definire esemplare? «VZ ha elaborato dieci indicatori ritenuti imprescindibili: indicatore di rendimento del portafoglio; rendimento per posizione dall’acquisto e per l’anno in corso; conto patrimoniale e analisi delle performance; indicatori di rischio; la posizione attuale; l’elenco delle transazioni e dei movimenti di conto; la ripartizione dettagliata delle commissioni; rimborso delle retrocessioni», spiega Imbach. Infine, «tenendo conto delle mutate sensibilità degli investitori, dovrebbero essere indicate anche le caratteristiche di sostenibilità». A ognuno di questi indicatori è stato assegnato un punteggio ponderato da uno a sei per un totale di 30 punti. Ne è nata una classifica che fa emergere che non tutti gli istituti si attengono a questi indicatori per stilare il loro rendiconto sugli investimenti. Per quanto riguarda il rendimento sono stati assegnati il punteggio e la ponderazione più alti (sei punti e 20%) proprio perché «i clienti hanno diritto di aspettarsi dalla propria banca una presentazione trasparente e inequivocabile delle performance», continua Imbach. E ciò non solo nell’anno in questione, ma anche almeno per un paio di anni prima. «Solo così si può controllare il lavoro della propria banca e del proprio consulente anche su un orizzonte temporale più lungo e confrontarlo con le offerte di altre banche, per esempio».

Dal campione VZ emerge comunque che il criterio del rendimento netto è rispettato da 30 istituti su 35 esaminati. Se si allarga l’orizzonte temporale a due anni e più, il numero scende però a 26, Che è un buon dato comunque. Decisamente peggio si fa per quanto riguarda la gestione del rischio. Solo tre istituto, per esempio, soddisfano il criterio delle oscillazioni di portafoglio, la cosiddetta volatilità: uno per un anno e altri due sull’arco di vari anni. Per quanto riguarda le commissioni e i costi amministrativi, quasi tutte le banche esaminate informano con trasparenza su questo punto. «In molti casi, però, quello che manca è la base di calcolo trasparente usata per queste tariffe forfettarie nonché l’attestazione di eventuali spese terze aggiuntive», spiega Imbach.

Sono però ancora in minoranza (otto su 35) gli istituti che attestano le caratteristiche di sostenibilità (ambientale, sociale e di governance) del portafoglio titoli. Ancora meno quelli che prendono in cosiderazione l’impatto climatico degli investimenti: due su 35.

Tra standard e concorrenza

«Il tema della trasparenza nella comunicazione con i clienti, intesa anche come intelligibilità delle informazioni, è essenziale», ci dice Ivan Campari dell’Associazione delle consumatrici e consumatori della Svizzera italiana (ACSI). «Nello studio di VZ si parla, tra le altre cose, della questione delle commissioni e spese bancarie per la tenuta dei depositi, in particolare i modelli forfettari che tipicamente non rivelano i metodi di calcolo, un tema che affrontiamo spesso soprattutto nell’ambito delle offerte dei “pacchetti” bancari offerti ai clienti retail. Come ACSI l’auspicio è che in tema di reportistica bancaria in generale si possa introdurre uno standard, armonizzando così le informazioni e consentendo così ai consumatori di capire bene non solo quanto stanno guadagnando (o perdendo) sugli investimenti, ma anche quanto gli costano realmente i servizi bancari».

Sulla trasparenza concorda anche chi rappresenta il settore bancario: «Gli estratti patrimoniali fanno parte dei servizi offerti dagli istituti ai propri clienti e va da sé debbano contenere informazioni corrette», annota il direttore dell’Associazione bancaria ticinese (ABT) Franco Citterio, da noi interpellato. «La questione dell’armonizzazione va vista, tuttavia, nell’ottica della normale concorrenza fra banche che, per distinguersi, possono decidere di fornire informazioni più o meno sofisticate. Gli istituti specializzati nella gestione patrimoniale, per esempio, tendono a essere più analitici negli estratti che forniscono. A ogni modo, sta al mercato e ai singoli attori decidere quale approccio adottare, non ritengo quindi che si debbano pensare a soluzioni standard o direttive di legge, come per esempio si fa con norme contabili internazionali», conclude.