Siamo alla vigilia di grandi cambiamenti

La corsa al rialzo dell’oro segnala che qualcosa sta muovendosi nei mercati finanziari che va al di là delle apparenze. L’oro infatti non offre rendimenti agli investitori ed è un bene rifugio che viene preferito in periodi di alta inflazione e in periodi in cui i tassi di interesse sono molto bassi. Oggi queste condizioni non sono soddisfatte: l’inflazione negli Stati Uniti è in calo e gli analisti scommettono su un ribasso del costo del denaro da parte della banca centrale (la famosa Federal reserve) e, d’altro canto, l’economia americana sembra esplodere di salute. Ad esempio, la disoccupazione continua ad essere a livelli minimi, l’economia continua a crescere e le borse a salire nonostante gli aumenti del costo del denaro operati dalla Fed.
Ma se si vanno ad analizzare i dati, si scopre che la crescita dell’occupazione è limitata ad alcuni precisi settori ed è soprattutto alimentata dalle impressionanti spese dello Stato federale. Infatti le assunzioni si concentrano nell’impiego pubblico con uno spettacolare incremento, nelle costruzioni soprattutto in quelle legate al piano di reindustrializzazione dell’America varato da Joe Biden e nel settore dei servizi.
Non sorprende che il debito pubblico americano si stia impennando: ha raggiunto i 34mila miliardi di dollari che corrispondono a circa il 120% del PIL. Anche Wall Street è in continuo rialzo dall’ottobre dello scorso anno.
Appare chiaro che vi sono forze importanti che stanno agendo in questo anno elettorale che è considerato uno scontro storico che potrebbe rivoluzionare la politica tradizionale americana se il prossimo 5 novembre dovesse prevalere Donald Trump. In pratica stiamo assistendo ad un gioco politico delle apparenze, come alcuni cominciano a sospettare. A questo riguardo basta osservare l’andamento dei titoli pubblici che servono a finanziare l’enorme debito americano. Nonostante le aspettative di una riduzione dei tassi di interesse, i rendimenti di questi titoli sia a breve (a due anni) sia a lungo (a 10 anni) hanno cominciato a salire. Quindi gli sforzi della Federal reserve e quelli del Dipartimento al tesoro non sembrano essere sufficienti a calmierare i tassi di mercato. Addirittura alcuni paventano una crisi del debito pubblico dovuta a una carenza di acquirenti rispetto ai titoli messi sul mercato dal Tesoro americano. A raffreddare gli entusiasmi è sceso in campo anche il numero uno della JPMorgan Chase, James Dimon, la maggiore banca americana, il quale ha scritto nella sua lettera agli azionisti che «l’economia è alimentata da grandi quantità di spesa governativa a deficit e dai precedenti stimoli varati dall’amministrazione. Tutto ciò potrebbe condurre ad un’inflazione più resistente e a tassi d’interesse superiori alle aspettative dei mercati». A queste considerazioni bisogna aggiungere le incognite geopolitiche (guerre in Ucraina e a Gaza) e le forti tensioni politiche e soprattutto commerciali tra Stati Uniti e Cina, che finora sono state ampiamente trascurate dai mercati finanziari. Certamente è impossibile prevedere i tempi del passaggio dall’attuale economia delle apparenze all’economia reale.
Pare pure impossibile prevedere quali saranno gli effetti di questa presa di coscienza anche perché l’amministrazione Biden cercherà in tutti modi di rinviare questo appuntamento all’indomani delle elezioni presidenziali. Non è difficile ipotizzare che le grandi incertezze del quadro internazionale siano destinate a rivoluzionare il quadro economico mondiale così come le politiche economiche dell’Occidente e che questo non riguarderà non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa e pure la Svizzera. In sintesi, siamo alla vigilia di grandi cambiamenti.


