Stablecoin per i pagamenti: chi ne ha davvero bisogno?

Le stablecoin e i depositi «tokenizzati», entrambe forme di moneta digitale ancorate a valute fiduciarie o beni reali, stanno uscendo dalla nicchia della criptofinanza per entrare in quella tradizionale delle banche e dei sistemi di pagamento, come Visa e Mastercard. Finora confinati al commercio, perlopiù speculativo, di attivi crittografici, questi strumenti sono stati pensati per risolvere inefficienze concrete nei pagamenti tra istituzioni finanziarie: trasferimenti transfrontalieri lenti e costosi, liquidità bloccata nei mercati valutari, ritardi nel regolamento delle operazioni in strumenti derivati.
Svolta nel «wholesale banking»?
Ma che cosa c’è di concreto, oltre l’«hype», riguardo alla transizione delle operazioni di pagamento sulla blockchain? Stando a un recente studio della società di consulenza manageriale Bain & Company, intitolato From Hype to Hard Value: Stablecoin and the Great Rewiring of Wholesale Banking, stablecoin e depositi tokenizzati sarebbero ormai strumenti maturi per riscrivere l’architettura dei pagamenti wholesale (all’ingrosso), ovvero quelli tra grandi istituzioni. Lo studio, basato su un sondaggio condotto su un campione di ottanta responsabili finanziari, si concentra in particolare sul segmento corporate e interbancario: tesorerie di grandi multinazionali, flussi in valuta estera tra istituzioni, regolamento di derivati - operazioni che movimentano volumi enormi ma restano invisibili al cliente comune. I principali punti dolenti identificati sono la frammentazione della liquidità nei mercati valutari, dove ogni giorno vengono scambiati quasi diecimila miliardi di dollari spesso senza adeguata protezione dal rischio di controparte, e i costi del capitale «intrappolato» in attesa di regolamento. La soluzione proposta è una progressione in fasi: prima l’accettazione e la custodia di stablecoin, poi progetti pilota mirati nel settlement (pagementi) in valuta estera, infine l’emissione di token proprietari una volta raggiunta la scala necessaria. Un percorso che presuppone però l’esistenza di inefficienze che non tutti i sistemi bancari condividono nella stessa misura.
La Svizzera procede, cauta
È un quadro suggestivo. Ma quanto si applica alla realtà svizzera, che con il SIC (Swiss Interbank Clearing) gestito dal gruppo SIX dispone già di un’infrastruttura di pagamento tra le più avanzate al mondo? Come abbiamo riferito a fine anno scorso (cfr. CdT del 20.12.2025), AMINA Bank ha avviato un progetto pilota per dimostrare che la tecnologia di registro distribuito (DLT) potesse regolare pagamenti in franchi svizzeri in tempo quasi reale, ventiquattr’ore su ventiquattro, integrando la piattaforma Google Cloud Universal Ledger con il SIC. Non criptovalute, dunque, ma «denaro vero», trasferito attraverso un nuovo «strato» tecnologico senza toccare né la moneta stessa né il quadro normativo esistente. Ad aprile di quest’anno il progetto ha compiuto un passo ulteriore: con l’entrata nel consorzio di Incore Bank, istituto zurighese specializzato nelle transazioni in attivi tradizionali e digitali, il sistema è passato dalla fase sperimentale alla cosiddetta production validation, con transazioni interbancarie reali in ambiente di produzione. Un elemento tecnico rilevante emerso in questa seconda fase è la capacità del sistema di consolidare trasferimenti multipli in singole operazioni di clearing tra banche, riducendo il numero complessivo di regolamenti e quindi i costi, un’efficienza che cresce al crescere degli istituti partecipanti. Stijn Vander Straeten, CEO di Crypto Finance, uno dei partner del progetto pilota, ha parlato di «uno strato a registro condiviso che rimuove la frizione» e di «un passo significativo verso la prossima generazione dei mercati finanziari». I prossimi sviluppi previsti includono il regolamento in valute diverse dal franco e trasferimenti di attivi digitali, le stesse aree che Bain identifica come prioritarie ma con un approccio «incrementale», cioè nessuna rottura con l’esistente, nessuna sostituzione della moneta e nessuna revisione normativa.
Stabili, fino a un certo punto
Nel frattempo, il mercato ci sta dicendo qualcosa di diverso. Il rapporto mensile di giugno pubblicato dalla società d’analisi americana CoinDesk documenta come tre stablecoin private abbiano perso la parità con il dollaro in modo brusco e, in un caso, drammatico. Si tratta di operatori minori rispetto ai giganti del settore, Tether e Circle, ma il dato è significativo: apxUSD è scivolata a 0,90-0,93 dollari per problemi legati al collaterale; MIM è scesa fino a 0,50 dopo una serie di liquidazioni a catena; msUSD è crollata del 71% in sole ventiquattro ore, da un dollaro a circa 0,29, dopo che il suo fornitore di verifica delle riserve aveva rescisso il contratto per inadempienze. Quest’ultimo caso è particolarmente significativo, poiché il collasso non è stato causato dalla volatilità dei mercati, ma da un problema di governance e trasparenza.
Il contrappunto degli economisti
È proprio su questo punto che il quadro teorico elaborato dalla Banca dei regolamenti internazionali (BIS) offre la prospettiva più nitida. A novembre 2025 BIS ha pubblicato un contributo firmato da quattro economisti, tra cui Hyun Song Shin, capo della ricerca dell’istituto, e Jean-Charles Rochet, già Senior Chair dello Swiss Finance Institute. Il lavoro confronta tre forme di moneta digitale in competizione: depositi bancari tradizionali, token emessi da grandi piattaforme tecnologiche e valute digitali delle banche centrali (CBDC). La conclusione è che un sistema di pagamento istantaneo come il SIC svizzero, gestito da SIX sotto la sorveglianza della Banca nazionale, produce effetti sostanzialmente equivalenti a quelli di una valuta digitale pubblica: più inclusione finanziaria, più interoperabilità tra istituti, meno «walled gardens», ovvero ecosistemi chiusi dominati da singoli operatori privati. Per un Paese che dispone già di tale infrastruttura, la pressione ad adottare stablecoin private è strutturalmente minore e i rischi di affidarsi a strumenti privi di garanzia pubblica, come osservato il mese scorso nel rapporto di CoinDesk, tutt’altro che trascurabili. Del resto, anche chi il progetto svizzero lo ha condotto sul campo, come AMINA Bank, non ha mai parlato di rivoluzione: solo di un nuovo «strato» tecnologico, per vedere se funziona.
In definitiva, aggiungiamo, sarà il mercato a decidere.
